L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 23 - 4 dicembre 2005

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Dopo una gita scolastica a Mauthausen

Marta Baldelli, un’allieva della III D della scuola media statale "F. Storelli" racconta


La mia storia

 

Emisi un grido assordante e scagliai lo zaino contro il muro.

 

- Uffa!!! -

 

Mia madre si girò di scatto e mio padre fece un salto sulla sedia.

 

- Marta! Che ti prende? -

 

- La mia insegnante mi ha dato un altro noiosissimo tema sui "campi di concentramento" ... che barba! Perché non se lo svolge lei?! - sbraitai.

 

- Ssstt! - Mi rimproverò mia madre, portandosi l’indice al naso.

 

Sapevo cosa mi aspettava ora: un’altra predica sul mio caratteraccio.

 

- Marta, avevi promesso ...  - iniziò mio padre, scuotendo la testa.

 

- Lo so, lo so ... - borbottai, annoiata.

 

Mio padre è alto e ha una corporatura massiccia; dovreste proprio vederlo quando mi guarda con gli occhi da rospo e mi si avvicina ...

 

Comunque, quel giorno aveva gli occhi da rospo più grandi che avessi mai visto.

 

- Vai in camera e non farti più ... -

 

Non poté finire la frase, perché scappai di sopra e mi chiusi in camera mia.

 

Mi gettai sul letto, chiusi gli occhi e scivolai nel sonno.

...........................

 

- Accidenti ... ma quanto ho dormito? - Dissi, stiracchiandomi e stropicciandomi gli occhi - Mamma mia che fame che ho! Ora scendo e mi preparo una bella tazza di latte fumante, con biscotti, cereali ... - Parlavo tra me e me a occhi chiusi e, come tutte le mattine, facevo progetti sulla giornata.

 

- Piantala! Mi fai venire fame! - urlò una voce femminile.

 

"Accidenti! Ma di chi è questa voce?" pensai. Aprii gli occhi: mi trovavo in una stanza lunga circa otto metri e larga cinque. C’erano letti a castello di legno; in ognuno ci dormivano almeno in due o tre. C’erano tante donne ed in un angolo c’erano delle bambine magrissime. Saranno state una decina. Erano accasciate sul pavimento e tremavano per il freddo. La loro pelle era sudicia, incrostata di fango. Avevano i capelli luridi, chissà da quanto non si lavavano; le costole sporgevano dal loro esile corpo. All’improvviso, qualcuno mi abbracciò da dietro.

 

Aveva una divisa a strisce nere e bianche, un numero stampato su un braccio e il viso sporco di nero. I suoi occhi erano freddi e spenti, tuttavia, avrei riconosciuto quegli occhi anche in capo al mondo: mia mamma!

 

- Marta! Siamo stanche e affamate. - disse con una vocina flebile.

 

Solo allora mi resi conto di quanto fosse magra.

 

- Mamma, dove siamo? - le sussurrai in un orecchio!

 

Non mi rendevo conto di dove fossi finita. Osservai il mio abbigliamento: indossavo anch’io una divisa nera e bianca e, a completare il tutto, avevo un segno stampato sul braccio sinistro: "300".

 

Ad un tratto, la porta della stanza si aprì ed entrò una donna bionda con gli occhi azzurri. Aveva i capelli legati in una crocchia. Urlò qualcosa di incomprensibile e subito tutte le donne presenti nella stanza si alzarono in piedi. In pochi secondi uscirono dalla stanza in fila indiana, tra mormorii e colpi di tosse.

 

Ero rimasta sola, là dentro. C’era solo il vento che entrava da una fessura sulla parete.

 

Uscii dalla stanza:mi trovai in un cortile molto ampio, con dei casolari, delimitato da un muro alto circa sei metri e c’era un largo portone d’ingresso con una grande catena. Vidi una stradina sassosa e decisi di percorrerla. C’era nebbia e quando la nebbia si diradò mi ritrovai in un grande spazio erboso, con tombe e lapidi sparse qua e là.

 

Mi avvicinai ad una di esse e lessi:“Ida Rughi 23/02/1902-08/10/1940"  e poi un’altra: “Giacomo Mozzari 05/06/1935-08/10/1940”.

 

- Oh, mio Dio, questo qui era un bambino! Chissà quanto ha sofferto ... -

 

Una lacrima calda mi rigò il volto gelido, mentre il vento sferzava le piante e mi scompigliava i capelli. Tornando indietro incontrai la mia mamma! Camminava a fatica.

 

Le corsi incontro e l’abbracciai forte. Si sforzò di sorridere.

 

- Vieni, dobbiamo scrivere una lettera a nonna Giulia. - Mi disse.

 

- Si può? - urlai gioiosa.

 

- Sì - e mi baciò la fronte.

 

Ci distribuirono fogli e penne perché tutte scrivessimo tutto ciò che volevamo scrivere.

 

Io cominciai :"Ciao nonna, qui non mi trovo un granché bene. Non ho ancora mangiato un bel niente e poi indosso un orribile vestito. Ho i capelli sporchi e non so quando potrò farmi il bagno. Per non parlare del mio numero "300": che cosa rappresenta ...?"

 

Diedi una occhiata al foglio di mamma: "Cara mamma, qui è tutto a posto. Sto bene e non ho bisogno di nulla. Ci danno tanto da mangiare ..." Ma che stupidaggini sta scrivendo la mamma!

 

Sbirciai sul foglio della donna seduta accanto a me: "Cara mamma, qui è tutto a posto. Sto bene e non ho bisogno di nulla. Ci danno tanto da mangiare e ci permettono ..."

 

Anche questa qui era impazzita. Allora decisi di guardare cosa aveva scritto una delle ragazze: "Caro papà, qui è tutto a posto. Sto bene e non ho bisogno di nulla. Ci danno tanto da mangiare ..."

 

Le lettere erano tutte uguali, cambiava il destinatario.

 

- Mamma, ma devo scrivere anch’io queste cose? - Le chiesi.

 

- Fammi vedere cosa hai scritto - prese il mio foglio.

 

Cominciò a leggerlo sottovoce, e, ad ogni parola, spalancava gli occhi sempre di più.

 

- No, non va bene, strappalo. - Mi disse alla fine.

 

- Devi scrivere uguale a quello che ho scritto io, vedi? - Mi disse, mostrandomi il suo foglio.

 

- Ma perché devo scrivere cose false? Io non sto affatto bene qui! -

 

- Non è vero che stai male. Non scrivere malignità.-

 

- Ma non sono malignità! sbraitai.

 

- Marta, perché non fai mai ciò che ti dico?

 

- Ok, farò come mi hai detto - dissi alla fine, e così: "Cara nonna, qui è tutto a posto. Sto bene e non ho bisogno di nulla ..."

 

- Però non te la prendere con me se poi nonna Giulia ci sgrida perché abbiamo fatto la lettera uguale! -

 

La porta dell’alloggio si spalancò ed entrò la signora con la crocchia con un pentolone.

 

-Evviva! Si mangia! - urlai.

 

Cominciavo già ad immaginarmi il misterioso contenuto della pentola: pollo? patate? pasta?

 

Ma i miei sogni si infransero: era acqua colorata, non so bene cosa fosse quella sbobba, ma mangiai tutto, anche se faceva schifo, perché avevo una fame incredibile. Poi pensai di andare dalle ragazze magre per fare amicizia.

 

Feci qualche passo verso di loro ma sentii qualcuno che mi strattonava da dietro le spalle.

 

Mi voltai: era mamma.

 

- Non ti avvicinare hanno il tifo. Giurami che non ti avvicinerai a loro. Dillo. -

 

- Io non mi avvicinerò alle ragazze magre. - dissi cantilenando, e mi baciai gli indici.

 

Sbuffai. Arrivò la sera, mia madre dormiva. Lanciai uno sguardo alle mie coetanee. Non potevo avvicinarmi, ma decisi di non ubbidire a mia madre.

 

Ci avrei scambiato solo due parole, poi me ne sarei andata. Vincendo la ripugnanza, mi avvicinai. Non sapevo come fare per poter attaccar bottone e ... .- Numero "301"! - esclamai. - Sai che io ho il "300"? -

 

La ragazza aveva la faccia sporca di nero, il naso otturato dal moccio e dalle croste, gli occhi serrati da sangue rappreso. Mi sorrise.- Sei sola?- le chiesi.

 

- Sì, mi hanno diviso da mio fratello pochi giorni fa! Forse è tornato a casa. -

 

- Come ti chiami? - le chiesi.

 

- Maria Mozzari -

 

Mozzari ... Dove avevo sentito quel cognome?

 

- Oh, no, non sarà la sorellina del bambino sepolto al cimitero! ....- pensai.

 

- E tua madre? - chiesi, dopo un attimo di silenzio.

 

Estrasse da sotto la coperta la foto di una donna. - Qui era bella! Ida, si chiama. - Ora non è qui. Probabilmente è con mio fratello. -

 

- Giacomo? -

 

- Sì, ma come fai a saperlo? -

 

Non potevo dirle la verità ... Avevo solo voglia di piangere, di abbracciarla forte e non lasciarla più.

 

L’indomani la porta della stanza si aprì ed entrò la solita donna con la crocchia che ci strillò qualcosa.

 

Dovevamo sempre obbedirle senza contestare.

 

Perché non ci facevamo rispettare? Non era giusto che ce ne dovevamo andare in giro vestite tutte uguali, tranne che per il numero, di quello ne andavo fiera.

 

Mi avvicinai a mamma.

 

- Cosa si fa ora, colazione? Si gioca? Oppure ...? -

 

La guardai attentamente: sembrava che non ce la facesse a trattenere le lacrime, un forte moto di ansia le attanagliava le mani, la voce, il cuore.

 

- Che c’è, mamma? Cosa ha detto la donna con la crocchia? -

 

- Ha detto che i bambini devono andare a fare la ... doccia. - Disse, poi si accasciò a terra, gli occhi velati di rassegnazione.

 

- Sì! Finalmente ora mi potrò pulire ... sono tutta sporca! Ti prometto che tornerò profumatissima. - le dissi entusiasta, mentre uscivo, correndo, dall’alloggio.

 

I miei sandali scivolavano sui piccoli sassolini sparsi per la strada. Finii a terra un paio di volte.

 

Vidi Maria dietro di me. Decisi di aspettarla, così avremmo fatto la strada insieme.

 

- Allora, andiamo a fare la doccia! - esclamai.

 

Lei non mi rispose. Non mi guardò, non accennò nemmeno un sorriso e disse - voglio essere forte proprio come te. E’ una promessa. - Non capii! Arrivammo di fronte ad un piccolo edificio ed entrammo. Mi guardai attorno e mi resi conto che eravamo solo bambini e qualche anziano. Entrammo nella stanza strettissima. Le mura erano sporche di nero e dentro c’era un odore acre, pungente, non so di preciso di cosa e al soffitto vidi delle strane tubature.

 

La mia amica si era volatilizzata, come un fantasma.

 

Poi la vidi poco più in giù, spaventata, la raggiunsi creandomi un varco tra la folla. - Che docce strane! - brontolai.

 

D’un tratto sentii un rumore come di una pompa che veniva azionata ... poi i mormorii delle persone si trasformarono in voci concitate, in seguito in urla.

 

Cominciai a sentire caldo, molto caldo, mentre tutti spingevano e si agitavano.

 

"Solo aria calda e niente acqua ..." riuscii a pensare.

 

Cominciai a sentire una strana sensazione, odorai la presenza della morte.

 

Volevo rimanere viva, volevo pensare, così forse non sarei morta.

 

Trassi un lungo respiro ma mi mancava l’aria. Non ce la facevo più.

 

- Aria, ho bisogno di aria! - urlai.

 

Continuai a sentire urla e lamenti di persone che soffrivano ...

 

Cominciai a tossire. Trattenni un conato di vomito. Crollai in ginocchio, con gli occhi gonfi di lacrime.

 

- Mamma, aiuto! Non respiro! Salvatemi - Strinsi forte la mano a Maria ... Udii ancora qualche lamento, poi silenzio, pace, quiete.

 

...........................

 

Mi svegliai di soprassalto con la fronte imperlata di sudore.

 

Raggiunsi velocemente la finestra e l’aprii. Inspirai a fondo l’aria fresca della sera.

 

Solo allora capii dove mi trovavo: in camera mia. Mi lasciai sfuggire un grido di gioia - Solo un sogno! - Ad un tratto entrò mia madre nella stanza. Mi tornarono in mente i momenti in cui, nella stanza del mio sogno, entrava la donna con la crocchia. Trattenni una risatina.

 

- Che c’è? - chiesi

 

- Ho pensato che avrei potuto aiutarti per il tuo tema ...

 

- No, non ce n’è bisogno! - esclamai. - So già quello che ci scriverò! -

 

- Ok, ma se vuoi un aiuto, io sono di sotto che guardo la TV. -

 

Ecco come cominciai il mio racconto:

 

Tema di italiano: Io racconto la mia storia.

 

Marta Baldelli

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