L'ECO del Serrasanta

 

N. 23 - 1 dicembre 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Costume e società

COSE D'ALTRI TEMPI

La papera Gina


Perché quella papera selvatica si chiamava Gina?

Perché era una papera "pettoruta" come la sorella di mio padre che si chiamava appunto Gina e che aveva un petto a cofano le cui estremità si perdevano all'orizzonte, come diceva il fratello. Inoltre, non ci crederai, camminava dimenando il posteriore proprio come mia zia. Quando le due Gine erano insieme sembrava che l'una prendesse in giro l'altra. Non si poteva non sorridere.

L'argomento è uno dei più controversi: la caccia. Si può affrontare soltanto in una giornata come quella odierna, buia, piovigginosa, fredda, con la neve incombente. In una giornata come questa non ti va di parlare di fiori, di musica, di sport, no. Cerchi rogna scegliendo un argomento rognoso, appunto: la CACCIA.

Il mio amico è con la mente nel passato e cerca di fare un raffronto tra i cacciatori del passato e quelli del presente da lui definiti, quest'ultimi, "puri sparatori".

Mio padre era un gran cacciatore e sotto il Pian di Gualdo aveva un laghetto per le alzavole. Quando giungevano i freddi mesi di febbraio e marzo, portava a casa decine di anatre che avevano avuto la sventura di posarsi su quelle acque. Un giorno, però, raccolse un'alzavola leggermente ferita ad un'ala. La portò a casa infilandosela sotto il pesante cappotto e quella per tutto il tempo non fece che cincischiare il bottone di madreperla della sua camicia. Fu il massimo: non si può tirare il collo ad un'anatra, tra l'altro selvatica, che ti conquista il cuore cincischiando il bottone della tua camicia.

Fu portata da un veterinario e fu curata.

Attorniata nel vasto pollaio da decine di oche, anatre e galline e forse sotto l'effetto delle medicine usate per curarla, essa perse il suo istinto selvatico. Spiccava il volo, alta sopra casa e ritornava nel pollaio. Sempre. Mio padre, tra una lumachella e l'altra servite come pop-corn, le parlava ed era un interminabile scambio reciproco di queeck, quequeck. La portava al laghetto e la usava addirittura come richiamo.

In un angolo dell'orto, nei primi giorni dell'autunno, essa depose il suo primo uovo. Poi il secondo, il terzo ed il quarto. Quattro splendidi germani che furono allevati con tutte le cure possibili.

Una mattina dell'anno seguente, mio padre pose Gina ed i suoi quattro rampolli, divenuti più grandi della madre, in un grosso canestro che sistemò sulla sua motocicletta. Caricò anche me sopra il serbatoio e tutta la comitiva, così precariamente sistemata, partì alla volta del laghetto. Gina ed i suoi figli furono messi in acqua. Mio padre guardò il suo Longines a taschino e disse che erano le sei e dieci. Era ancora notte e cadevano piccoli granelli di neve. Entrammo nel capanno.

Ai primi chiarori dell'alba mio padre disse: ci siamo.

Uno stormo di germani, altissimo, emise un lungo, lacerante queeck. I quattro nostri germani partirono a catapulta, seguiti dalla Gina. Li vedemmo raggiungere il branco poi un puntino fermarsi e tornare indietro. Mio padre agguantò me e la moto e partì a razzo rischiando di cadere sul terreno gelato. Sentimmo la Gina a pochi metri dalle nostre teste e, poco più in alto, i suo quattro germani che avevano seguito la madre emettendo richiami acutissimi.

Non so quanto durò la scena ma ad un certo punto tutto fu silenzio. Ci fermammo.

Contro gli Appennini, sopra il Palazzo e la Vaccara, si vedevano decine di punti neri scomparire nelle nuvole basse. Il gruppetto di cinque puntini neri fu l'ultimo a scomparire.

Mio padre tornò indietro, aprì la saracinesca ed il laghetto cominciò a vuotarsi. Erano le 7 ed un quarto del 19 marzo 1940. Aveva preso a nevicare sul serio.

Mio padre non andò più a caccia.

Luigi Gaudenzi

 

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