L'ECO del Serrasanta

Calendario 2001

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IL BEATO ANGELO DA GUALDO

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BEATO ANGELO DA GUALDO

(1270-1324)

 

 

Breve rievocazione storica - L'omaggio dell'arte pittorica

Corrono seicentosettantasette anni dalla sua morte, sei i centenari da essa (il settimo nel 2024), ma l'attaccamento dei gualdesi al Santo eremita di Capodacqua, assurto alla gloria degli altari e a patrono della città e del territorio comunale resta immutato. Di qui l'idea della redazione de L'ECO del Serrasanta di dedicare al Beato Angelo il calendario del 2001, ancora in clima di grande anno giubilare.

Dalle "Legende" medievali ai contributi dello Jacobilli, del Sillani, del Ribacchi, del Paffi, del Righi la figura di Angelo da Casale di Gualdo Tadino ha sempre registrato commentatori attenti e appassionati, ispirando, inoltre, il genio musicale del Casimiri. Questo esigeva il personaggio, la sua singolare esistenza, distaccata quale poteva essere quella di un religioso appartato e insierme ansiosamente partecipe delle vicende della propria città.

Dalla solitudine del romitorio presso il Rio Romore egli fece un infinito bene. Non mancarono, all'inizio, le derisioni di chi non comprendeva la sua scelta di vita, ma poi la venerazione di un popolo e i prodigi che accompagnarono la sua morte. Il biancospino non ha smesso di fiorire in gennaio, alla protezione del Santo eremita continuano a rivolgersi con fiducia i tanti fedeli, non solo gualdesi. Per tutti, non sarà inutile ripercorrere brevemente i momenti salienti della sua storia terrena.

Nato a Casale di Gualdo Tadino nel 1270 da Ventura e Chiara, Angelo trascorse la fanciullezza nella custodia del gregge paterno. Caritatevole verso i poveri, un giorno fu rimproverato dalla madre perché sottraeva da casa pane per essi. Le rispose con un'inconsiderata imprecazione, tragicamente avveratasi con la morte di Chiara.

Dal funesto accaduto, il suo pellegrinaggio di espiazione alla tomba di San Giacomo di Compostella nella Galizia. Non ancora ventenne, dopo una breve parentesi nell'abbazia camaldolese di San Benedetto in Gualdo e nell'eremo dei Santi Gervasio e Protasio in località Capodacqua (successivamente chiamata "Acqua dei Cappuccini" dalla comunità francescana che vi prese stanza), ottenne di ritirarsi in una piccola cella fattasi costruire nei pressi dai parenti.

Qui, come monaco recluso, visse in solitudine ed aspra penitenza oltre trent'anni, visitato da chi ne cononosceva il fervore spirituale, la santità, i prodigi. Ivi fu trovato morto in preghiera il 15 gennaio 1324. La venerata salma fu subito portata con seguito di popolo nella citata abbaziale di San Benedetto (oggi Basilica Minore). Al suo passaggio si vide fiorire il biancospino nelle siepi e il lino nei campi. Nacque così e si perpetuò da allora lo straordinario evento del "biancospino d'inverno".

Una vita di offerta personale così intensa agli ideali dell'ascetismo portò all'approvazione del culto dell'eremita gualdese da parte della Sacra Congregazione dei Riti il 17 dicembre 1633, ma già subito dopo la sua morte egli era entrato in venerazione nel tempio dell'Ordine cui era affratellato. Qui Angelo ebbe un proprio altare; il suo romitorio fu nel Quattrocento mutato in cappella a lui dedicata ed ebbe allora inizio la tradizione iconografica che prese a visualizzarne le sembianze.

Tra i primi figuratori il suo concittadino noto pittore Matteo di Pietro, che sulle pareti dell'eremo del Rio Romore fissò varie sue immagini, contraddistinte da una singolare aureola ad anse, caratteristico preludio di santità.

Nel XVII secolo, in coincidenza con il decreto vaticano del culto del Beato, l'arte pittorica ne esalta alcuni memorabili prodigi con tre dipiniti già esposti nella primitiva cappella intitolatagli in San Benedetto, ora nella sacrestia. Si riferiscono essi alla guarigione di un indemoniato alla presenza della salma di Angelo durante i funerali sulla piazza della città; al suo ausilio nell'incursione dei Cappelletti, bande mercenarie svizzero-tedesche, in Gualdo (1556); al miracolo delle ciliegie nell'inverno del 1306, che fece salvo un gualdese condannato a morte.

Intorno alla metà dell'Ottocento, da un pittore Innocenzi attivo a Roma, su commissione dei gualdesi Giuseppe Stella e Antonio Cajani, prelati vaticani, viene eseguito il quadro dei "Funerali di Angelo, con sullo sfondo la chiesa di San Benedetto", oggi sopra l'ingresso alla cripta del Patrono.

Ma chi di Lui celebrò la vicenda terrena e la gloria celeste con sentita creatività ed eccezionale efficacia fu Ulisse Ribustini (Civitanova Marche 1852 - Perugia 1944). Professore all'Accademia di Belle Arti di Perugia, dal 1907 al 1924 egli frequenta in più momenti Gualdo Tadino per la decorazione di San Benedetto, il cui interno era stato da poco ecletticamente rammodernato dal Vespignani.

L'esecuzione delle iconografie che corredano questo calendario si colloca tra il 1909 e il 1914. Quella di ccopertina fa parte della splendida serie dei Santi della Terra di Gualdo - autentico vertice dell'arte del Ribustini - che orna le arcatelle del semicerchio absidale sovrastanti il coro; le altre si riferiscono notoriamente alla cripta del Beato.

Per la prima, si tratta di un vero e proprio inedito, di un bel brano pittorico liberato da dense patine di fumo e sporco nel corso dei recenti provvedimenti per la Cattedrale gualdese dopo il terremoto del 1997-98. Operatori del rilevante intervento di recupero il concittadino Massimiliano Barberini in collaborazione con Maria Vittoria Baglioni di Perugia, nel contesto del restauro della decorazione pittorica della chiesa da essi compiuto.

Valida arte, quella di Ulisse Ribustini in San Benedetto, per gli innegabili valori che esprime, ma anche nobile arte sacra per i contenuti e lo spirito che la informa, saldandosi nell'unità di una pittura tra le più interessanti del primo Novecento umbro. Ho già sottolineato ciò in un saggio del 1992, scritto nell'intento di rivalutare un artista sinora non adeguatamente considerato dalla storiografia che si occupa dei pittori italiani tra il XIX e il XX secolo. La presente pubblicazione, corredata di splendide fotocolor, contribuirà pertanto significativamente in tal senso.

Rivediamo, per questo tramite, le "storie di Angelo" osservate tante volte nei giorni della sua celebrazione annuale, testi dipinti indimenticabili per la poetica naturalezza, l'aderenza al vero che l'autore manifesta in essi. Oltre a meritarsi un posto di tutto rispetto nella storia dell'arte, con questa sua opera Ribustini ha incrementato non poco la diffusione del culto del Santo eremita gualdese.

Enzo Storelli

NOTA - L'immagine di copertina è di Mario Franceschini. Tutte le altre, relative ai dipinti del Ribustini e alla cripta del Beato in Cattedrale, sono di Christian Severini.

 

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