L'ECO del Serrasanta

 

N. 24 - 16 dicembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Speleologia

grupspelgt.gif (5180 byte)25 ANNI SOTTO TERRA

Nella cava del Ferro

di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci

 

09caferr01.jpg (24840 byte)L’itinerario classico per la Cava del Ferro parte da Gualdo Tadino, attraversa il rione "La Valle", prende poi a salire bruscamente per via della Pineta. Proprio qui, fino a non molto tempo indietro, erano ancora visibili le vestigia di una fornace fusoria, il "Fornaccio", costruita, ma mai ultimata, nella seconda metà del 1800, proprio nell’intento di trasformare in ferro il minerale estratto dalla nostra miniera. Si sale e presto ci si addentra nella Pineta di Roti, un folto ed alto bosco di conifere."Roti", forse sta al tedesco "rot", rosso, il rosso delle scaglie e delle arenarie che incontriamo nelle superfici non boscate, un toponimo che può riferirsi alla Gualdo longobarda.

L’ampia strada, oltrepassato un tratto pianeggiante dopo il luogo detto "del Soldato", dove una stele ricorda la morte del tenente Arnaldo Tenani il 31 luglio 1900 durante le grandi manovre, sale con una buona pendenza fino alla fonte "I Renacci", m 804 di quota, unica sorgente nella zona. Evitando una brusca diramazione che s’impenna sulla sinistra per il monte Fringuello, si continua per una carrareccia che in breve diventa sentiero e sale diagonalmente verso il monte Penna, attraverso macchie, radure, il fosso Selva Grossa ed un ultimo bosco di pini, dove incontra la mulattiera che, provenendo da Rigali, porta fino alla cava del ferro, quota m 1050. Da Gualdo Tadino s’impiegano circa due ore e mezza di cammino. L’ultimo tratto è nella macchia, una vera galleria verde che porta ai ruderi di una povera costruzione, avvolta dai rovi, un rifugio utilizzato evidentemente dai minatori nel breve periodo in cui è stata praticata l’attività estrattiva. Pochi passi ancora, i primi cumuli di minerale estratto da filoni risicati ed avari, un materiale che conteneva, secondo lo Jervis (1874), il 50% di "ferraccio", molto adatto ad essere convertito in ghisa. Ma la cubatura del deposito, inizialmente stimata in un volume di 5000 metri cubi di massa ferrifera, si rivelò insufficiente, inoltre l’attività fu ritenuta poco conveniente: un trasporto oneroso, un’ubicazione impervia, il difficile accesso lievitavano i costi del minerale, così da essere non competitivo con quello proveniente da altri bacini minerari (cfr. P. Salerno, M. Loreti, V. Carini, 2001, "Il complesso minerario della cava del ferro", Atti dell’Incontro Internazionale di Speleologia Bora 2000, Trieste, pp. 23 – 36).

09caferr03.jpg (13207 byte)L’attività estrattiva, iniziata nel 1858, fu presto sospesa, ma dell’ematite e della limonite della cava del ferro si avvantaggiarono l’industria delle terre coloranti, fiorente in Gualdo Tadino proprio dopo la metà dell’ottocento, e la produzione di maioliche decorate a lustro, reintrodotta in Gualdo da Paolo Rubboli dopo il 1873. Ora il muschio nasconde i pezzi di minerale, i più giallo rossastri, altri scuri fino ad un nero rilucente, striato da bianche vene calcitiche, che in pochi ammassi ordinati occupano il breve spazio piano che precede la cava, un modesto sprofondo disseminato da un caos di rocce, di rovi, di massi crollati dalle marce soprastanti pareti, un anfiteatro fitto di strati, orlato da tenaci pini, dove il vento sussurra antiche storie. Chi condusse qui l’ingegner Angelo Vescovali nel 1857 per individuare l’affioramento minerario? Chi, prima di lui, trovò la miniera sul monte Penna? Chi ha scavato il pozzetto soprastante alla galleria 650 UPG, anomalo rispetto ai saggi del Vescovali, che scava in galleria? Cos’era, nella tota dei Tarinates, a meritare il rispetto e la preoccupata attenzione della confraternita Atiedia testimoniati nelle Tavole Eugubine? Di chi erano quelle tombe preromane, in località Malpasso, che ci restituiscono due elmi di fattura etrusca? Rasina, paese a qualche centinaio di metri da Malpasso, con l’omonimo torrente ben poco dotato di slancio ed impeto, deriva dall’indoeuropeo *rcsino o dall’etrusco Rasna? Quali interessi, quali patti un pur piccolo giacimento di ferro può aver suscitato nella vicina, potente, etrusca Perugia? Il vento trascorre tra gli aghi sottili, carezza il velluto del muschio, rincorre le foglie e le spinge nei fossi, sussurra domande che risposte non hanno.

09caferr02.jpg (21988 byte)La cava del ferro è fatta di gallerie orizzontali, sei le principali, scavate sui fianchi di una valletta, lunghe poche decine di metri, da visitare provvisti d’idonei mezzi d’illuminazione e con la dovuta prudenza, dato il costante pericolo di crolli. Sono comprese nel catasto delle cavità naturali della Regione dell’Umbria (nel 1979, quando il Gruppo Speleo Gualdo Tadino provvide a topografare ed a catastare le gallerie della cava del ferro non esisteva ancora il Catasto delle cavità artificiali) dal numero 645 al 650 UPG. Puoi scendere, traversare per raggiungere la galleria più lunga, l’ingresso è meno problematico degli altri, puoi percorrere i 35 metri che conducono a magre vene rosso-nerastre, incontrare un pipistrello che, avvolto nel suo mantello, riposa a testa in giù, ali immobili di farfalle coperte da una rugiada d’argento, agili cavallette, i Dolichopoda, che inseguono rare prede. Oppure cacciarti nella "Seconda destra" 647 UPG, un ingresso sempre più ingombro di lastre di pietra, un pericoloso ma affascinante cunicolo irregolare con antiche puntellature marcescenti di legno e pile di sassi, sul fondo brevi diramazioni naturali. O percorrere quasi carponi, prima che la volta crolli , i dodici metri della galleria d’ingresso, che serviva per portar via i detriti di scavo fino a scaricarli giù per la china. Qui ti raggiunge il vento, parla con la voce di tuo padre che ti ha portato qui quando non avevi nemmeno dieci anni, in un mondo magico appena di là di un verde tunnel che avvolge un misterioso sentiero; ora il vento ti sfiora, come una carezza, e se ne va lontano, per raccontare ad altri le meravigliose storie che non sono nei libri.

 

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