L'ECO del Serrasanta

 

N. 22 - 18 novembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Speleologia

grupspelgt.gif (5180 byte)25 ANNI SOTTO TERRA

Antro di Brèus e Tana del Rèolo

di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci

 

07breusreolo1.jpg (19871 byte)Ultima frontiera della speleologia esplorativa gualdese, queste cavità fanno parte di un complesso carsico vasto ed articolato, nascosto nell’impervia macchia tra monte Fringuello e monte Penna, lontano da ogni sentiero e da ogni abituale percorso di quanti si aggirano per le nostre montagne. Qui può trovarsi l’accesso alla "grotta che non c’è", a quel mitico mondo sotterraneo dell’Appennino gualdese preannunciato da numerosi indizi, segnalato da vecchie storie, il cui ingresso è tuttora negato, nascosto dietro l’ultimo metro di terra o l’ultimo sasso che non abbiamo avuto la fortuna o la bravura di spostare. Un’antica cavità, una notevole caverna la cui volta è in gran parte crollata, dividendola in due parti, più a monte l’antro di Breus, una decina di metri di diametro a cielo aperto, con residue formazioni ed erosioni carsiche visibili sulle pareti, un pavimento di massi crollati, coperti da muschi, alberi rigogliosi cresciuti tra queste macerie: la stessa sacralità di tante rovine abbandonate e invase dalla vegetazione, come il castello di Col Pertana, come il Colle dei Mori, come la casa, invasa dai rovi, in cui torna Brèus, mitico cavaliere. Poco più a valle la prima parte della cavità, il suo ingresso originario, uno scuro sprofondo in cui si persero l’immaginazione prima, e le speranze subito dopo, quando un amico, Massimo Gaudenzi, ci guidò per la prima volta, vent’anni fa, in quest’angolo perduto del Fringuello. Tentammo un timido scavo sul fondo, ci aggirammo nei pressi, notammo altri segmenti residui di questo sistema carsico messo a nudo dal tempo, trovammo più in basso una breve galleria artificiale, 07breusreolo2.jpg (34498 byte)probabilmente un saggio dell’ing. Vescovali che nel 1857 batteva questi monti in cerca di minerali ferrosi per conto della Società Romana delle Miniere di Ferro e sue Lavorazioni, nell’intento d’individuare e sfruttare giacimenti nell’area appenninica. Già occupati in altre disostruzioni (Buco Bucone), abbandonammo subito qualsiasi progetto riguardo a questa zona, disagevole da raggiungere, con prosecuzioni difficili da ipotizzare, tanto che solo nel gennaio del 2000 tornammo per dare un’occhiata. Negl’immediati dintorni colpì l’attenzione un piccolo buco, inspiegabilmente sfuggito alle pur accurate battute di anni prima: subito individuammo un cunicolo, abbondantemente riempito da terra e detriti, probabilmente rifugio di un istrice, di cui trovammo alcuni aculei. Qui la via da seguire è ben delineata, una condotta carsica percorribile, la cui prosecuzione necessita di ulteriori scavi. La chiamammo Tana del Rèolo, nome scelto per tramandare un importante elemento dell’immaginario radicato nella tradizione gualdese: "Rèolo dei Seghettoni" è un animale fantastico, un rettile dalle dimensioni straordinarie di cui raccontavano paurosi incontri boscaioli e solitari uomini di montagna che si addentravano in impervi boschi del nostro Appennino. Di là dall’orrore e dal terrore, come in certi antichi miti, il serpente era però depositario di tesori favolosi e soprattutto della saggezza. Il luogo solitario, l’aspra selva, antichi resti di cavità dirute, l’angusto e misterioso ingresso di una tana hanno evocato la tenebrosa immagine. E’ questa la porta per la "grotta che non c’è"? La risposta è nelle mani di chi vorrà credere ai propri sogni, di chi vorrà esplorare, di chi vorrà uscire dalla monotonia e dalla ripetitività di gran parte della speleologia d’oggi, mani che dovranno spostare tonnellate di pietre, di terra, di fango. La risposta a chi, da un passato d’iniziative coraggiose e mai banali, saprà cogliere l’incitamento a proseguire "a testa bassa", ad una ricerca continua e disperata, a ritrovare l’istinto e la grinta di quei cacciatori di grotte che hanno inventato il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino.

 

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