L'ECO del Serrasanta

 

N. 21 - 4 novembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Ambiente

grupspelgt.gif (5180 byte)25 ANNI SOTTO TERRA

La buca dell'Aquila

di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci

 

09aquila.jpg (27450 byte)Da Gualdo Tadino è facile raggiungere la località Santo Marzio, l’antica Valdigorgo. Oltre la chiesa, un ponticello valica un fosso per un ombroso belvedere, dotato di tavole e panche: prima che un sentiero prosegua per oliveti, uno sperone roccioso risale ortogonalmente verso la montagna, ben delimitando la verde ed aspra valle di Santo Marzio. Seguendo la base di questo per una quindicina di metri, appena una traccia di sentiero, si ritrova la buca dell’Aquila, uno stretto pertugio nella roccia che, dopo un severo ma breve restringimento, si allarga a campana, un pozzetto verticale di due-tre metri. Il fondo è coperto da detriti e non offre prosecuzioni evidenti. Ben arrampicabile, non presenta altra difficoltà che l’ingresso, una trappola che può incutere qualche timore. Ma anche suscitare curiosità. Così nei primi anni settanta, quando la parola speleologia in Gualdo Tadino era ancora sconosciuta, un quartetto di giovani si trovò a ficcare il naso in quel buco, troppo stretto anche per il più magro: si armarono di mazza e scalpelli, di pazienza e coraggio, cominciarono a scolpire il duro calcare, a testa in giù, cesellando l’accesso ai mondi misteriosi immersi nel buio sottostante. I nomi dei quattro: Gino Bedini, Vittorio Carini, 09aquila2.jpg (27869 byte)Sauro Lupi, Luigi Vecchiarelli, gli ultimi tre soci fondatori del GSGT nel 1976, il primo interruppe le sue esperienze speleo perché catturato dalla vita politica, sindaco della città dal 1982 al 1989; intorno a loro curiosava un ragazzino, informatissimo sui luoghi e sulla visita, pochi anni prima, di speleologi eugubini, uno dei quali sembra fosse riuscito a penetrare nella strettoia. Il ragazzino era Piero Salerno, nipote di Rino, cui si deve la ricostruzione della chiesa e di gran parte dell’attuale S. Marzio, quel Piero, nel GSGT fin dagli inizi, che scriverà gran parte delle pubblicazioni sulle ricerche portate avanti dal gruppo speleo gualdese. Il lavoro pian piano diede i suoi frutti, si ampliò la strettoia di quel poco che bastava per entrare, per carità di patria evitiamo di raccontare come ci cautelammo da incontri indesiderati nell’ignota cavità: infine qualcuno s’infilò nel buco, scese utilizzando alcuni appigli nella roccia, si trovò in una cavernetta. Un fondo detritico, uno spazio appena sufficiente per starci, niente reperti della Gualdum di Valdigorgo, niente armi partigiane nascoste, niente, solo sassi. La prima lezione impartita a quattro giovani da una grotta: la prima di una lunga serie di grotte in cui il lavoro e l’impegno non sono stati ripagati se non da un brivido, in cui i risultati possono apparire nulli, ma anche il primo momento in cui si esplora, si entra in una dimensione diversa, si attraversa un confine, quello dell’ignoto, dietro al quale può esserci niente o tutte le meraviglie del mondo, il Tutankhamon di Howard Carter, l’America di Colombo, il finis Africae di Guglielmo da Baskerville. Imparammo, in un pomeriggio d’estate in Valdigorgo, a perderci in quegli infiniti attimi prima di appoggiare il piede sulla nostra luna, a voler percorrere l’ignoto, a tracciarne le carte, a ricordare e raccontare.

 

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