L'ECO del Serrasanta

 

N. 21 - 4 novembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Cultura


La figura di Giovan Diletto Durante, giurista gualdese del Cinquecento (1)

 

La figura di Giovan Diletto Durante, giurista gualdese del Cinquecento (2)

di Fabio Talamelli


Molti sono stati gli scrittori, gli storici e i giuristi che hanno ricordato con ammirazione la Cautela Gualdense ed il suo autore: da Ludovico Jacobilli ("Bibliotheca Umbriae") a Gaetano Moroni ("Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica"), da Giovan Battista Zilletti ("Index Librorum iuris pontificii …") a Gregorio Fierli ("Celebriores Doctorum Theorice"), da Agostino Fontana ("Amphitheatrum legale") a tanti altri ancora.

Tra le varie edizioni dell’opera "De Arte Testandi" ho potuto analizzare compiutamente quella stampata a Venezia nel 1564 presso Hieronymo Cavalcalupo. Il libro si apre con una dedica al cardinale Do. D. Hieronymo Ghinutio; segue una breve dissertazione ed un elenco degli undici titoli in cui si suddivide l’opera interamente scritta in lingua latina. Troviamo poi l’introduzione vera e propria che il Durante rivolge "Ad lectorem" e nella quale sono spiegate le intenzioni che hanno ispirato l’autore del libro. All'introduzione segue poi un "Index Cautelarum" redatto in ordine alfabetico e sempre in ordine alfabetico è pure una"Tabula Materiarum" che precede l’inizio del trattato. Degli undici titoli di cui si compone il libro ognuno comprende varie cautele e ogni cautela è corredata da un sommario che ne riassume il contenuto.

Ma che cosa è una "Cautela"? Nel diritto romano e medievale questa era una sorta di consiglio dato dal giureconsulto sul modo di stendere un atto giuridico, senza commettere errori, sulla conduzione accorta dei vari negozi e sugli accorgimenti utili ad evitare il rigore delle leggi. Nel medioevo, poi, la giurisprudenza cautelare espresse tutta l’abilità del giureconsulto nell’eludere la legge trovando dei facili cavilli all’interno di quella molteplicità disordinata di testi troppo spesso contraddittori tra loro; ed è indubbio che la cautela riuscì molte volte a temperare punizioni eccessive e ad evitare, al tempo stesso, gravi ingiustizie.

Della "cautela gualdense", in particolare, il primo titolo è dedicato a quei soggetti che non hanno facoltà di testamento. Il secondo titolo tratta del testamento ordinario mentre il terzo si occupa dei figli istituiti eredi o diseredati. Nel quarto titolo si parla in maniera dettagliata della istituzione degli eredi e nei titoli successivi vengono prese rispettivamente in esame le sostituzioni testamentarie, il legato, il tutore e l’esecutore del testamento. Il titolo ottavo è dedicato ai vari precetti dei testatori; il nono alla sepoltura. Il decimo titolo si occupa del mutamento del testamento e dell’adempimento dei legati, mentre l’undicesimo titolo tratta dell’eredità acquisita o ripudiata.

A conclusione dell’opera, infine, sentite che cosa scrive il nostro autore: "che dobbiamo essere amici della verità, perché Dio disse: "Ego sum veritas" e a lui "omnem honorem, e gloriam nostrae actionis ascribimus".

Giunti al termine di questa dissertazione è naturale chiedersi quale sia la ragione principale cui poter ricollegare la fama e la notorietà raggiunte da questo personaggio. In effetti, anche la menzione fattane dai giuristi più o meno celebri suoi contemporanei o suoi successori, deve pur trovare adeguata spiegazione. Non potrebbero essere di alcun aiuto, in questo caso, le cariche fin troppo comuni ricoperte in campo politico o amministrativo; e possiamo d’altro canto affermare che neppure i contenuti dell’opera "De Arte Testandi" riuscirebbero, da soli, a spiegare quella grande celebrità avuta dalla "cautela gualdense" e dal suo autore. Infatti, non vi è dubbio alcuno che i temi affrontati e le argomentazioni riportate facessero già parte della cultura giuridica del tempo e costituissero il fulcro delle conoscenze nel campo del diritto successorio. Semmai si potrà partire da un diverso punto di vista: sappiamo, infatti, per quanto ci è stato tramandato, che la sua opera venne utilizzata per vari anni come testo basilare nelle scuole di diritto e nella pratica giuridica. E proprio partendo da quest'elemento si può trovare la base su cui fondare la spiegazione di quella fama che ha portato il libro del Durante ad avere così tante edizioni nel corso degli anni e altrettante citazioni in opere e raccolte di trattati stampate persino in città e terre straniere. Il libro infatti, pur non contenendo principi innovativi o teorie personali tali da suscitare l’interesse e l'attenzione del mondo giuridico ed in particolare degli ambienti universitari, ebbe tuttavia il grande merito di costituire un compendio dettagliato e particolareggiato di tutti quei principi utilizzati ed applicati, allora, nel campo delle successioni; e ancor più importante fu, forse, il fatto che le varie tematiche vennero affrontate con grande accuratezza ed esplicate, al tempo stesso, con una semplicità di linguaggio ed una lucidità espressiva non proprio comuni nei testi giuridici normalmente utilizzati. Ritengo dunque che tale spiegazione possa essere la più plausibile al fine di chiarire per quale motivo l’opera venne letta ed utilizzata da tanti di coloro che erano parte del mondo"iuris", vuoi come teorici, vuoi come pratici, vuoi come allievi e studenti alle prime esperienze e al primo approccio con un campo della sapienza umana che spesso aveva peccato fin troppo di un dogmatismo e di un tecnicismo a dir poco esasperati; e forse la "cautela gualdense" dette modo più di altri testi di acquisire principi e concetti finanche maliziosamente negati ai meno esperti o imprigionati in contesti espressivi non sempre decifrabili al primo impatto e, quanto meno, di dubbia e difficile interpretazione.

A Giovan Diletto Durante e alla sua opera mi sentirei di poter dunque attribuire il merito di aver facilitato la conoscenza del diritto successorio e di aver dato modo di affrontare più agevolmente, attraverso il diritto, i vari problemi della società del tempo dove la vita e la morte, in balìa degli eventi, si avvicendavano assai più rapidamente di oggi, rendendo enormemente gravosa l’opera d'interpretazione dei testamenti, come pure la loro esatta redazione ed esecuzione. Senza dubbio, fu uomo amato e stimato dai concittadini del suo tempo e con lode ed ammirazione dovrebbe essere ricordato dai cittadini di oggi e soprattutto da chi vive a contatto del diritto. E vorrei quasi immaginarlo un precursore, un dottore di leggi, che volle dare il suo contributo per far sì che molti potessero avvicinarsi ad un sapere rimasto fino ad allora, e per troppo tempo, nelle mani di pochi e non sempre utilizzato per il bene e la difesa dei diritti di tutti. Voglio dunque pensare a questo suo lavoro come un messaggio, già a quel tempo, di un giurista troppo spesso dimenticato mosso, forse, dal generoso desiderio di diffondere il diritto facendone dono prezioso a tutti coloro che, purtroppo sempre e comunque pochi, ebbero la possibilità di leggere ed apprezzare il suo libro.

 

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