L'ECO del Serrasanta

 

N. 18 - 23 settembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Speleologia

grupspelgt.gif (5180 byte)25 ANNI SOTTO TERRA

Il buco di Cacciagrande

a cura di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci

 

07gspel01.jpg (22733 byte)Anno 1978, 8 gennaio: Augusto Bossi, Vittorio Carini, Arnaldo Polidoro, Marco Trionfera, Carlo Troni salgono dalla Rocchetta al fontanile di Campitella e proseguono verso un posto che ha il mitico nome di Cacciagrande, come impariamo dalla nostra guida, Augusto, che quassù conosce "un buco" che potrebbe interessarci. Torneremo altre tre volte, tra febbraio e marzo dello stesso anno, per raggiungere il fondo di questa piccola cavità, dopo qualche lavoro per oltrepassare un restringimento particolarmente fastidioso. Anno 2000, 13 febbraio: ancora in cinque, Enrico Bazzucchi, Vittorio Carini, Monica Castellani, Andrea Micheletti, Giuseppe Venarucci, saliamo dalla Rocchetta per la Valle del Fonno, al Pian della Croce proseguiamo a sinistra per l’ardito sentiero che porta al fontanile, una breve sosta poi ancora a sinistra, oltre il fosso, per la via che si tiene fuori dal bosco e sale fino ad uno spazio piano e aperto dove il sentiero piega deciso a destra e penetra con una buona pendenza nella spoglia macchia invernale. Non molto più in alto la macchia dirada, qui è Cacciagrande, quota intorno a m 1000, la nostra mèta: il compito è ritrovare la piccola cavità indicataci da Augusto nel 1978. Uno solo dei cinque la 07gspel02.jpg (22153 byte)conosce, con un’approssimazione vecchia di ventidue anni, nella memoria alcune rocce, ma qui è un mondo di rocce, la svolta di un sentiero, ma il sentiero procede per continue svolte, infine una sella che domina un canalone con al centro una caratteristica guglia che ha un enorme masso per cappello, ma qui saremmo già lontani. I cinque si sparpagliano per la costa del monte, tra rocce, prati, "caspe", cercano un buco di m 0,60 x 0,30, probabilmente coperto da pietre per proteggere incauti passi di sprovveduti quanto improponibili viandanti. Il tempo trascorre e con esso si stemperano le residue speranze di chi cerca il classico ago nel pagliaio, si sale, si ridiscende, si provano altre vie che si perdono nella macchia. Un mucchio di sassi e un po’ di fango secco: la sorgente nel bosco, una minuscola pozza dove raramente si raccoglie un po’ d’acqua. La memoria si aggrappa a quei sassi, i ricordi girano veloci e finalmente tutto torna chiaro, le indicazioni di Augusto, i suoi passi misurati e decisi, il buco tra le rocce, più avanti la sorgente nella macchia: un dietro front e gli occhi puntano un posto preciso al di là del sentiero, proprio dove questo compie un tornante. Con la contentezza di chi ritrova una cosa cara dimenticata, ci riuniamo intorno al Buco di Cacciagrande, un foro che penetra nel Calcare massiccio, ai limiti della copertura di Calcare maiolica del Serra Santa, uno scivolo in pendenza fino ad una severa strettoia, a buca di lettere, che permette l’accesso al fondo del pozzetto, tappato da un riempimento detritico a m –7. Qui il 12 marzo 1978 scese un solo uomo, col cuore in gola perché credeva di aver trovato la via giusta verso quel sistema sotterraneo sognato dopo un anno di scavi a Buco Bucone. Trovò sassi sotto i suoi piedi, uno sperduto geotritone, nessun soffio d’aria: di quei sassi riempì un sacco speleo che con un complicato passamano i suoi compagni issarono all’esterno, interruppe il suo breve saggio di scavo ripromettendosi un ritorno, ma passarono gli anni, esplorammo Buco Bucone e Cacciagrande fu dimenticato.

 

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