L'ECO del Serrasanta

 

N. 13 - 8 luglio 2001

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Solidarietà

UNA LETTERA SPECIALE

Amici, dove siete?


Gentile direttore,

le chiedo di pubblicare questa mia lettera per raccontare un po' della mia vita, se vita la vogliamo chiamare. Mi chiamo Annalisa, ho da un anno superato gli anta ed abito a Gualdo Tadino. Intorno ai dieci anni di età ho cominciato a soffrire di una malattia incurabile, il morbo di Fredrerich l'hanno chiamata, che lentamente mi ha consumato il corpo e che mi costringe a "sopravvivere". Premetto che questa stessa malattia è un calvario che ha dovuto sopportare anche mio fratello maggiore e che ho visto morire, ancora giovane, dopo tante sofferenze. E', quindi, da tanto tempo che so quale è la mia sorte. Mi sono in parte rassegnata al destino che mi aspetta. Forse per voi che siete "sani" sembrerà strano che ci si possa rassegnare alla malattia, alla sofferenza e, invece, è cosi. L'handicap è diventato giorno dopo giorno, anno dopo anno, parte di me stessa e, anche se avrei preferito correre o camminare senza problemi, ormai non ci faccio più caso. Mi sono abituata anche agli sguardi di curiosità che quando passo suscito come un fenomeno da baraccone, alle occhiate furtive di chi vuole vedermi senza essere visto, all'espressione di chi non "gradisce" guardare persone come me, alle parole bisbigliate sottovoce: poveretta, quanto mi fa pena! All'inizio tutto ciò mi feriva moltissimo, ma poi il cuore impara a non lasciarsi ferire. Ci si adatta anche a dover dipendere sempre di più dagli altri per mangiare, vestirsi, lavarsi, andare al bagno, soffiarsi il naso, spostare i piedi. E ancora: per uscire un momento fuori a respirare un pò di aria, farsi tradurre le parole che dici perché la lingua si impasta, farsi battere una lettera al computer perché non ci vedi e non riesci a controllare le mani. Sono riuscita a sopportare questa sofferenza, ma la sofferenza vera, quella alla quale non riesco a rassegnarmi è la sofferenza del cuore: la solitudine. L'indifferenza degli altri, il menefreghismo della gente che mi conosce, l'isolamento a cui mi hanno relegata, è quello che ancora riesce a farmi soffrire. Un pò di tempo fa avendo qualcuno che mi portava fuori con la macchina, avevo la possibilità di incontrare qualche amico. Oggi, che non ho più la possibilità di spostarmi con l'auto, tutti quelli che si dichiaravano amici mi hanno abbandonato. Adesso che sto in casa per loro è come se non fossi mai esistita. Paradossalmente erano proprio le persone che credevo "amiche" che, nel momento in cui vivevo una situazione familiare e coniugale insostenibile, mi dicevano: "Sei tu che devi scegliere, noi ti staremo vicini in qualunque situazione!" E invece, quando mi sono ritrovata da sola, perché mio marito ha fatto di tutto per "costringermi" a lasciarlo, quasi nessuno di loro mi ha dato un sostegno morale, una parola di conforto, nessuno è venuto a trovarmi per portarmi un sorriso e farmi un po' di compagnia. Anzi, sono stata accusata di avere voluto la situazione in cui mi trovo, di averla scelta e quindi mi merito la giusta punizione. Solo giudizi, condanne, discussioni su chi ha ragione o torto, non affetto, comprensione e aiuto. Ma cos'è l'amicizia allora? E la carità cristiana? Se un Dio c'è, e, nonostante tutto so che un Dio c'è, ho la speranza che un giorno quando potrò vederlo mi risponda al perché di tanta indifferenza verso chi vive situazioni di disagio e di malattia come me. Penso che il mio Dio, anzi il nostro Dio, troverà del tempo per rispondermi. E mi immagino, quando non ci sarò più, che daranno fastidio sia a Lui, sia a me, le lacrime di chi rimpiangerà di non avermi teso uno mano che, invece, avrebbe potuto tendermi.

Con gratitudine

Annalisa Berrettini

 

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