L'ECO del Serrasanta

 

N. 13 - 8 luglio 2001

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Globalizzazione, chi l'ha inventata?

di Gianni Pasquarelli


La "globalizzazione" è sotto accusa. L'avversano in ogni continente numerose associazioni con metodi diversi, alcune discutendo, confrontandosi, citando statistiche, denunciando situazioni di degrado sotto la linea della sopravvivenza. Altre, invece, pianificando la rissa sistematica e lo scontro violento. Una nutrita e stimolante pubblicistica dal respiro internazionale (dalla scrittrice francese Viviane Forrester alla canadese Naomi Kiein, all'americano Jeremy Rifkin) si batte affinché l'irreversibile globalizzazione sia diversa da com'è oggi. Par di capire che, se il secolo scorso visse lo scontro fra borghesia e proletariato, quello neonato potrebbe viverne uno ancor più drammatico: tra paesi sfacciatamente ricchi dell'emisfero Nord del pianeta e quelli assurdamente poveri dell'emisfero Sud.

Viene allora da domandarsi chi abbia concepito e realizzato questa contestatissima globalizzazione. Penserete a satrapi spietati, o a multinazionali avide di far soldi, oppure a sette militarizzate che vogliono rivoltare il mondo come un calzino. Non è andata così. A rimpicciolire il pianeta, a fasciarlo con una rete che consente di parlarsi all'istante e a distanza di migliaia di chilometri, di vedere la stessa immagine o ascoltare la stessa musica dai luoghi più disparati della terra, vi hanno pensato personaggi solitari che popolano le Università dl mezzo mondo. Personaggi votati alla ricerca scientifica, a indagare l'infinitesimo e l'infinito, a svelare i segreti della natura. Costoro ci hanno dato prima il telefono, poi la televisione e il computer, infine li hanno fatti funzionare tutt'e tre assieme e nello stesso momento: ecco la "telematica" che rende comunicabile e vedibile il mondo.

Si sono impossessati del rivoluzionario marchingegno potentati economici e istituzioni finanziarie già sintonizzate sull'onda della comunicazione planetaria: le borse, le multinazionali, le istituzioni sopranazionali. Ma anche le chiese e le associazioni che fanno opera di evangelizzazione e di dialogo. Anche gli stessi attuali contestatori della globalizzazione che navigano su Internet come trote nel torrente. Forse Lutero non avrebbe spaccato la cristianità del Vecchio Continente se non gli avesse dato un'inconsapevole mano Gutenberg, il tipografo tedesco di Magonza che nel Quattrocento inventa la stampa e fa arrabbiare gli amanuensi laici e religiosi che rischiano il posto. Per dire che la globalizzazione non si può fermare, sarebbe tornare alla carrozza a cavalli. Si deve però governarla per farne uno strumento che serva l'uomo e ne risolva i problemi.

In ritardo sui tempi è semmai la Politica a misura del mondo, che fatica a rendersi conto che a fabbricare la Storia non è solo lei, anzi lei ne fabbrica meno di quanta ritenga, lei che si fa prendere in contropiede dal progresso scientifico che le sbatte fra le gambe disuguaglianze abissali nel mondo, incombenti problematiche ecologiche e ambientali, assurde scorrerie finanziarie.

La Politica mondiale arranca nel darsi una misura mondiale per affrontare i problemi del mondo. Sappiamo che i contestatissimi G8 tendono a dare un potere sopranazionale alla Politica, a creare o utilizzare istituzioni esistenti che lavorino in permanenza per fronteggiare le sfide del futuro. Ma ciò non basta. Nella realtà della comunicazione planetaria anche la Politica, non solo i contestatori pacifici o violenti, deve far sapere all'opinione pubblica del pianeta ciò che ha fatto, fa o intende fare per alleggerire o azzerare il debito dei paesi arretrati, assicurare la vivibilità dell'ambiente senza dogmatismi ecologici, mettere un po' di ordine nel mercato finanziario del pianeta che, al pari delle stagioni, si è fatto volatile, capriccioso, minaccioso.

Non è un problema da poco, quest'ultimo. Un tempo, quando la borsa picchiava all'ingiù o svettava all'insù, si analizzava l'andamento delle singole aziende, si scrutava la politica economica del Governo e quella monetaria della Banca centrale. Oggi il vorticoso via vai dei capitali nel mondo, nel quale sono soprattutto quelli speculativi, è una pericolosa mina vagante. Stare con le mani in mano? Limitarsi alla pur utile manovra del tasso d'interesse? Pare un po' poco. Il Nobel per l'economia, James Tobin, propose anni fa una tassa variabile dallo 0,1 allo 0,5% sul capitale per scoraggiare la speculazione finanziaria. Con tutti gli aggiornamenti e approfondimenti del caso, perché non parlarne al prossimo G8 di Genova che tanto turba e inquieta?

 

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