L'ECO del Serrasanta

 

N. 6 - 25 marzo 2001

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Economia


I giovani che non si trovano

L'ALLARME DI CLAUDIO CARINI
IL PARERE DELLA CISL - Francesca Rossi: "E' una questione di soldi"
L'OPINIONE DEL CONSULENTE - Giuseppe Matarazzi: "E' una questione psicologica"
UFFICIO DI COLLOCAMENTO - "Solo un terzo degli iscritti sono disoccupati"

Non troviamo più giovani per le nostre aziende

Manca la cultura del lavoro- In tutti i settori del nostro territorio c'è la difficoltà di trovare ragazzi disposti a lavorare nella piccola e media azienda

di Riccardo Serroni


06nontro.jpg (9654 byte)Per gli incarichi che ricopre ha un vasto osservatorio che gli consente di fotografare la situazione esistente da una visione molto ampia e circostanziata. Quale presidente della sezione locale della Confartigianato conosce la realtà di tutta la fascia preappenninica, da Nocera Umbra a Scheggia. Nei Direttivi provinciali e regionali della categoria ha la possibilità di percepire gli umori del mondo imprenditoriale regionale. Negli incontri al Consiglio Nazionale degli artigiani ha, infine, l’opportunità di confrontare la nostra realtà con altri territori del Nord o del Sud. Pur non fornendo dati statistici precisi, Claudio Carini ha, quindi, la percezione precisa di come stanno andando le cose e di quali sono le problematiche più importanti che investono il mondo della piccola e media impresa artigiana.

Problemi vecchi e nuovi

Il quadro che emerge non è per nulla rassicurante e non per quello che potremmo immaginarci. Oltre ai problemi ormai cronici con i quali devono fare i conti i piccoli imprenditori artigiani (la burocrazia, la difficoltà ad aggredire fette di mercato, la tendenza delle aziende medio-grandi a fuggire dall’Italia per investire nei paesi dell’Est dove i costi in termini di manodopera e servizi sono molto minori), Carini focalizza un problema nuovo, a volte già messo in primo piano sulla stampa: "Io, imprenditore, faccio di tutto per conquistare una fetta di mercato con sacrifici, inventiva, ricerca della qualità sui materiali, sui prodotti, sui servizi ... Vado in capo al mondo, rientro nella mia azienda con un pacchetto di commesse, ma ho difficoltà a soddisfarle perché mi manca la manodopera. C’è sì una offerta per della manodopera generica, manca però una manodopera specializzata, che abbia delle basi professionali, che abbia delle attitudini, che abbia della volontà di lavorare". Ed è su quest’ultimo aspetto, in particolare, che Carini si sofferma.

La cultura del lavoro

Manca soprattutto nei giovani la cultura del lavoro. Chi va in fabbrica è sempre di più un soggetto anonimo, senza iniziativa e senza la voglia di inserirsi in maniera attiva nel processo produttivo, senza il desiderio di fare un passetto in più della semplice manovalanza o esecuzione degli ordini ricevuti. E’ la mentalità del lavoro a catena: "Faccio le mie ore ed appena suona la campana stacco e me ne vado, senza grattacapi o cose diverse a cui pensare". Il lavoro, in altre parole, è sempre di più inteso esclusivamente come il mezzo per avere i soldi per vivere a fine mese non anche come occasione di crescita personale. E per le piccole aziende ciò costituisce un problema: "Gli elementi migliori purtroppo - dice Carini - sono andati in pensione e manca il ricambio generazionale. Gente di quello stampo non c’è più. Vorremmo utilizzarne ancora l’esperienza ma la legge finanziaria lo impedisce. Se vengono a fare qualche lavoretto in fabbrica gli decurtano mezza pensione ed allora ci rinunciano. Se ci fosse maggiore flessibilità sarebbe diverso". Le conseguenze si valutano anche in termini di produttività e di qualità: "Se ieri c’era una redditività pari a 90, oggi siamo scesi a 60 e ne viene penalizzata la qualità. C’è il rischio che il sistema si stia sfaldando piano piano".

L'ufficio di collocamento va riformato

Il problema più serio è, inoltre, il fatto che i nostri giovani si avvicinano sempre di meno al mondo del lavoro. Le aziende trovano difficoltà ad assumerli perché non c’è la domanda: "Ed allora mi domando - dice Carini - i circa 4000 disoccupati iscritti nelle liste di collocamento del nostro comprensorio eugubino gualdese dove sono? E’ legittimo chiedersi: nelle liste di collocamento c’è gente che ha effettivamente bisogno di lavorare o c’è gente che sta in parcheggio in attesa del posto pubblico da impiegato? L’ufficio di collocamento così com’è non funziona, va riformato".

Il part time

Non c’è disponibilità di uomini sul mercato del lavoro, se non di gente poco capace, gente che non ha i requisiti minimi necessari perché non abituata e non educata a lavorare.

C’è invece una maggiore disponibilità di donne con una richiesta sempre maggiore del part time che per una donna che ha famiglia è una soluzione ottimale. Potrebbe esserlo anche per l’azienda ma la legge, anche qui, non aiuta. Nel conteggio complessivo di dipendenti, due part time vengono considerati due dipendenti, non uno e scattano i parametri di passaggio dall’artigianato all’industria: "Se due part time mi venissero conteggiati come un solo dipendente - spiega Carini - invece di assumere quattro donne ne potrei assumere otto".

Il problema degli stranieri

Un discorso a parte merita la disponibilità di manodopera proveniente dai paesi stranieri: "C’è una frequentazione continua di gente straniera che vuole venire a lavorare. Ma non tutte le aziende sono pronte a recepire in massa queste persone perché pongono diversi problemi. La cultura del lavoro dell’albanese, dello slavo, del marocchino è diversa da quella nostra. Difficoltà ed ostacoli provengono anche dalla cultura religiosa. C’è un problema di lingua e non è da sottovalutare perché troppo spesso trovi difficoltà a farti capire. Infine esiste la difficoltà dei non regolari. Chi te li prende se non sono in regola con i documenti?".

Il problema della formazione

Non si trovano giovani e quando si trovano non sono formati. Il problema è duplice e non di facile soluzione perché è come un circolo vizioso. I nostri Istituti scolastici superiori formano, soprattutto, quadri destinati alla scrivania. Non c’è formazione professionale per le aziende che operano sul nostro territorio, fatta eccezione per l’Istituto Professionale di Sigillo. Ed infatti sul territorio ciò che manca non sono certamente gli elettricisti.

I giovani che provengono dalle nostre scuole si avvicinano alla fabbrica per necessità, perché non trovano di meglio, non per scelta o per vocazione e difficilmente si inseriranno nel processo produttivo con la passione e la volontà di cui parla Carini. Si sentiranno sempre dei provvisori o comunque dei frustrati o falliti perché manca la cultura del lavoro. Come rimediare? "Non credo che possiamo essere noi imprenditori a trovare una soluzione. E’ il sistema che deve intervenire con la scuola o quant’altro".

L’apprendistato? "Ma dove sono gli apprendisti?"

L’apprendistato non potrebbe essere una soluzione? "Sì, ma dove sono gli apprendisti? Non c’è la domanda. E non è una questione di soldi. L’apprendista, non pagando i contributi, prende più del dipendente". Esiste il problema delle aziende che assumono i giovani per diciotto mesi con i contratti di formazione e poi li licenziano per assumere altri ragazzi per altri diciotto mesi? Carini lo esclude: "All’inizio, una decina di anni fa, probabilmente c’era questo fenomeno speculativo. Magari su cento giovani soltanto la metà venivano poi assunti a tempo indeterminato ed era già considerato un buon successo. Oggi non esiste più. Anche se una azienda volesse farlo non potrebbe, perché non c’è sufficiente domanda".

Che cosa manca?

La crisi non investe soltanto la ceramica, il settore dove opera Carini. Il quadro comprende anche aziende che operano in altri contesti: "Nell’edilizia mancano muratori, manovali, carpentieri. E noto che le aziende cominciano ad assumere di meno lavoratori provenienti da altri paesi, perché hanno avuto delle esperienze negative. Ed allora preferiscono limitarsi, prendere meno lavoro piuttosto che assumere più persone. Nel settore metalmeccanico mancano tornitori. C’è un’azienda locale che deve ricorrere a manodopera proveniente dalle Marche e non riesce a soddisfare le richieste in tempi rapidi. Mancano i meccanici riparatori. Nella ceramica non si trova gente che sa decorare, nonostante che i soggetti che abbiamo formato con i corsi organizzati nel Centro Ceramica siano tutti occupati, e non ci sono persone che facciano della ricerca e che collaborino nella gestione e nella organizzazione dell’azienda. Una azienda ha assunto recentemente tre persone da Gubbio, ragazzi che hanno frequentato l’Istituto d’Arte. A Nocera Umbra manca manodopera nel settore delle calzature. Un po' dappertutto cè carenza di falegnami".

Un problema aperto. Come se ne esce?

"Io non sono qui a dare la mia ricetta - conclude Carini - Se l’avessi sarebbe tutto più facile. Io voglio soltanto porre al centro dell’attenzione un problema nuovo: se un imprenditore intende aprire o ampliare un’azienda si trova di fronte ad un problema in più, quello della mancanza di manodopera professionale ad un certo livello. Tutti se ne devono far carico, a cominciare dalle istituzioni. Apriamo un dibattito su questo tema e confrontiamoci per cercare insieme soluzioni. Non è possibile che nessuno ne parli e si continuino a sbandierare i dati allarmanti sulla disoccupazione. E’ inutile che la Comunità Europea immetta sul mercato nei prossimi anni miliardi per la formazione se non ci sono nuove leve da formare".

 

IL PARERE DELLA CISL

Francesca Rossi:

"E' una questione di soldi"


"Il problema esiste, lo abbiamo percepito benissimo anche noi e siamo preoccupati per questo". Francesca Rossi, sindacalista della CISL, sull'analisi del problema dei giovani che non si avvicinano più alla piccola e media impresa artigiana, è d'accordo con Claudio Carini, ma ne dà una chiave di lettura unicamente speculativa, se così possiamo esprimerci: "Con i contratti di formazione, che possono essere prorogati fino a 24 anni, un giovane percepisce 1 milione e 100.000/200.000 lire o poco più e non è più come una volta che il ragazzo era disposto ad aspettare per avere un salario più dignitoso. La piccola impresa, purtroppo, non di dà modo di recuperare nemmeno il salario perso con l'inflazione". Il "problema" è dunque la Merloni, e lo mettiamo tra virgolette perché il termine viene usato in maniera impropria in quanto un'azienda che assume e dà lavoro non è mai un problema, è sempre una grande risorsa:

"La Merloni - spiega Francesca Rossi - anche se ti mette a lavorare a catena e ti massacra di più a livello cerebrale, ti garantisce un lordo annuo che è un po' di più di quanto ti possono offrire le piccole e medie aziende. Hai circa un milione e mezzo di stipendio, una mensa aziendale che è comunque un servizio che conta, un premio presenza a fine annuo che può raggiungere i due milioni, un premio di partecipazione a luglio di 1 milione ... Ci sono quindi tutta una serie di condizioni più favorevoli che alla fine contano nelle decisioni dei ragazzi. La fabbrica piccola, dove puoi imparare un mestiere che ti può servire per la vita, attira sempre di meno, quindi, perché il salario di ingresso, per i giovani di oggi, è troppo basso. D'altra parte i contratti dell'artigianato sono questi e non c'è possibilità di fare una contrattazione aziendale. Ed il problema non riguarda soltanto le piccole aziende. Anche dalla Tagina c'è gente che va via per andare alla Merloni. E non perché sta male. Ma alla fine quei 3 milioni annui che può prendere in più contano."

Basterebbe garantire salari più alti per invertire la tendenza? Sembrerebbe di sì, anche se probabilmente entrano in gioco, in alcuni casi, altri fattori. Le nostre aziende, però, già dicono di soffrire la concorrenza dei mercati dei paesi in via di sviluppo che sono più competitivi perché pagano salari più bassi ed hanno meno spese di esercizio. Anche volendo, le piccole fabbriche non potrebbero pagare salari più alti perché uscirebbero dai mercati internazionali: "Non vogliono o non possono? - continua Francesca Rossi - Io direi che un po' non possono ma un po' neanche vogliono. Il contratto nazionale delle ceramiche artigiane è scaduto il 30 novembre ed ancora non c'è una comunicazione per instaurare un tavolo di trattative. La Confartigianato, inoltre, ha anche disdetto l'accordo del '93. Quindi è un problema rinnovare i contratti".

Come se ne esce? "La preoccupazione c'è anche da parte nostra - ribadisce la rappresentante della Cisl - Se entrano in crisi queste piccole realtà per la rincorsa alla grande azienda c'è il rischio di un depauperamento di una parte fondamentale della nostra realtà produttiva. Dovremo ragionare insieme su come riuscire a tenere legata alla piccola impresa questa forza lavoro che oggi tende ad allontanarsi. Una mia soluzione potrebbe essere quella di mantenere rapporti più stretti, relazioni sindacali più avanzate tra le imprese e le organizzazioni sociali. Ci sono poi da risolvere una serie di carenze strutturali oggi non più sostenibili. C'è troppo frastagliamento tra le piccole imprese. Tutto il settore deve avere una forma di solidità diverse attuando sinergie di collaborazione e consorzi per abbattere i costi e dare nuove risposte sia in termini di produzione che di condizioni di lavoro".

Riccardo Serroni

 

L'OPINIONE DEL CONSULENTE

Giuseppe Matarazzi:

"E' una questione psicologica"


Giuseppe Matarazzi, consulente del lavoro, ha una visione globale abbastanza definita del problema del rapporto tra giovani e piccola impresa artigiana:

"E' un fatto accertato - dice - Le aziende fanno sempre più fatica a trovare ragazzi da assumere. Si rivolgono continuamente all'ufficio di collocamento ma non riescono a trovare ragazzi disponibili. E c'è molta sfiducia perché l'esperienza con i lavoratori stranieri comincia a dare segnali di scontento e sfiducia".

I motivi?

07igio.jpg (5003 byte)"Prima di tutto il fenomeno è legato allo studio. La maggior parte dei giovani continua a studiare e non è disponibile per il mercato del lavoro. Poi c'è la grande attrazione della Merloni".

Perché la grande azienda come la Merloni attira di più della piccola fabbrica? E' una questione di soldi? Guadagnano di più? "Non credo che il fenomeno sia legato al salario - dice Matarazzi - Non credo che la differenza delle 100 mila lire costituisca un elemento decisivo. Senza considerare il fatto che con un minimo di professionalità anche nella piccola e media azienda si possono raggiungere facilmente i due milioni al mese di stipendio. Nell'edilizia, ad esempio, tutti superano i due milioni".

I giovani vanno quindi alla ricerca di una maggiore sicurezza che vedono nella grande azienda?

"In effetti è questo, probabilmente, il motivo principale anche se, a ben guardare, si tratta soprattutto di una sicurezza più psicologica che reale. Io conosco aziende medio piccole che operano da 30 anni nella nostra realtà e ancora sono ben salde".

Che cosa si potrebbe fare?

"Il problema è serio anche perché si disperdono potenziali professionàlità che potrebbero essere molto importanti. Quello che potrebbe diventare, ad esempio, un ottimo pittore perde questa sua potenzialità nel momento in cui va a lavorare a catena. Molti hanno una naturale predisposizione per certi mestieri importanti ma nella grande azienda restano potenzialità inespresse e bruciate. Queste potenzialità vanno recuperate".

Chi e come dovrebbe intervenire?

"Credo che sia un problema risolvibile soprattutto a livello istituzionale. La Regione dovrebbe predisporre dei programmi specifici per incentivare con premi importanti quei ragazzi che sono disposti ad imparare un mestiere. Di fronte ad una prospettiva certa e concreta credo che più di un giovane comincerà a pensarci seriamente".

Riccardo Serroni

 

UFFICIO DI COLLOCAMENTO

"Solo un terzo degli iscritti sono disoccupati"


Ma quanti sono gli iscritti nelle liste dei disoccupati? I dati ce li fornisce la dott.ssa Teresa Casolari, direttrice dell'Ufficio di Collocamento comprensoriale di Gubbio: "Alla data del 28 febbraio avevamo 3972 iscritti, 1303 maschi e 2669 femmine. Nel mese di febbraio sono stati avviati al lavoro 778 iscritti, 463 maschi e 315 femmine. Di questi 367 (252 maschi e 115 femmine) sono stati inseriti nel mondo del lavoro tramite richieste nominative da parte delle aziende. Gli altri (211 maschi e 200 femmine) sono stati assunti direttamente dalle aziende e si tratta di lavoratori occupati negli alberghi".

Si domandava Claudio Carini, nell'intervista che pubblichiamo a parte in questo numero, se i disoccupati iscritti sono veramente tali, se è vero che in gran parte non sono disponibili a lavorare: "Il problema esiste - dice la dott.ssa Casolari - Di tutti gli iscritti nelle nostre liste, infatti, soltanto un terzo sono catalogabili come disoccupati veri. Gli altri si sono inseriti per motivazioni diverse. Una buona parte sono giovani studenti che non hanno intenzione di andare a lavorare e che si iscrivono soltanto per acquisire diritti di anzianità. Altri lavorano in nero e sono in lista soltanto per sfruttare l'eventuale possibilità di un bel posto. Altri ancora, per lo più anziani, sono invalidi civili che si iscrivono perché la Prefettura dà loro la pensione soltanto se risultano iscritti nelle liste di collocamento". Carini ha, quindi, colto nel segno quando chiede una riforma del collocamento.

Quali sono le richieste maggiori sul mercato del lavoro? "Sono i settori dell'edilizia e della meccanica che hanno bisogno soprattutto di manodopera qualificata - spiega la direttrice dell'Ufficio di Collocamento - Dal fabrianese c'è, inoltre, una notevole richiesta anche di manodopera generica".

Dove si indirizzano maggiormente le scelte dei giovani: "Tutti sono in attesa di un bel posto in ufficio naturalmente.- C'è poi una buona disposizione per i contratti di formazione nel settore della meccanica. Dove non vorrebbero mai andare, invece, è l'edilizia, un settore che cominciano a rifiutare anche gli extracomunitari".

Riccardo Serroni

 

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