Dal calendario de

L'ECO DEL SERRASANTA

1999


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testo e foto a cura di Daniele Amoni ©


Alfredo Santarelli

(1874-1957)

La vita e le opere di un grande ceramista


IL MAESTRO DELLA CERAMICA A LUSTRO A GUALDO TADINO: ALFREDO SANTARELLI (1874-1957)

La vita, le opere


Dopo Paolo Rubboli (1838-1890), universalmente riconosciuto come colui che impiantò per primo a Gualdo Tadino (1873 ca.) un piccolo opificio riscoprendo la tecnica dei lustri metallici al terzo fuoco con i quali sconvolse e condizionò la tradizionale ceramica locale, dedita fino a quel periodo storico alla produzione di stoviglie ad uso domestico, un altro personaggio s'impose all'attenzione di critici, estimatori e collezionisti: Alfredo Santarelli chiamato confidenzialmente il Professore.

Nato a Gualdo Tadino il 27 luglio 1874 da Giambattista di Diego, benestante artigiano fabbroferraio, e da Rosalinda Biagiotti, Alfredo visse spensierato gli anni giovanili in ambito familiare circondato dall'affetto dei genitori e dei numerosi fratelli: Ignazio (1869-1954, sposato nel 1901 a Gubbio con Lucia Pierotti), Vittoria (n. 1870), Virginio (1872-1936, marito di Agnese Travaglia), Teresa (n. 1875).

Erano tempi difficili e la famiglia riusciva a stento a provvedere ai propri bisogni, tanto che le due sorelle, dopo il matrimonio (Vittoria con Paolo Dolfi, Teresa con Antonio Tozzi) furono costrette ad emigrare.

Il giovane Santarelli, comunque, non volle proseguire l'attività paterna artigianale di maniscalco ma prese a frequentare la ceramica Rubboli dove fu subito attratto dal fascino emanato da quella produzione ricca di "iridescenze" - che avevano avuto in Mastro Giorgio Andreoli da Gubbio una delle massime espressioni artistiche cinquecentesche - e dalle prospettive stimolanti che la riscoperta della tecnica comportava, sia per la valorizzazione dell'opera pittorica, sia per l'unicità dei manufatti, che attraverso l'uso della muffola, risultavano profondamente diversi uno dall'altro.

Intorno agli anni '90 dell'Ottocento presso la Ceramica Rubboli, la cui tradizione continuava con la vedova di Paolo, Daria Vecchi (Fabriano, 1852-Gualdo Tadino, 1929), operava colui che era il punto di riferimento di tutta l'arte pittorica locale: Giuseppe Discepoli (Gualdo Tadino 1853-1919) allievo di Francesco Moretti (1833-1917) presso l'Accademia di Belle Arti di Perugia. L'influsso del Discepoli sul giovane Alfredo fu determinante, percché il maestro vedeva in lui un allievo attento, stimolato e dotato di buone capacità, tanto da convincerlo ad iscriversi alla stessa accademia perugina, ove completà la sua formazione artistica intorno al 1897, pur continuando a prestare la propria opera con i Rubboli.

Sul finire dell'Ottocento collaborò anche con l'azienda ceramica di Tancredi Fedi (1874-1910), coetaneo del Santarelli, dove realizzò alcuni ottimi manufatti che, seppur privi di firma, dimostrano oggi inequivocabilmente la mano dell'artista. Lavorò anche con Giambattista Ronconi come si evince da alcune opere che portano la firma di entrambi.

Alfredo Santarelli, però, pervaso com'era d'intrepida autonomia e forte delle esperienze accumulate, decise di impiantare nei primi anni del Novecento una propria fabbrica nel luogo stesso ove nel secolo XVII erano state le fornaci di Francesco Biagioli, detto il "Monina", iniziando una qualificata produzione di maioliche a lustro nelle quali erano perfettamente amalgamate forme innovative, originali riflessature iridescenti e disegni di eccellente raffinatezza. Nel 1901 sposò Eleonora Sergiacomi (1873-1962) di Giuseppe, erede di una dinastia di ceramisti documentati a partire dal 1800 nel quartiere di Porta San Donato.

Durante il fidanzamento con Eleonora, che divenne per oltre 50 anni la sua fedele collaboratrice. frequentava con costanza la Vaseria Sergiacomi; fu appunto, in quel periodo che approfondì e completò la tecnica dei lustri metallici attraverso le frequentazioni che i ceramisti eugubini Giuseppe Magni (1819-1917) e Antonio Passalbuoni (1844-1894) erano soliti fare presso la fornace gualdese di Antonio Sergiacomi per cuocere i loro pregiati manufatti.

Dai medesimi e dai Rubboli apprese "la ricetta del riflesso sulla maiolica, più resistente che sulla terraglia ove, al terzo fuoco, lo smalto spesso si sfaldava, con conseguenze infauste per i lustri.

Continuava col precisare che sulla terraglia, più ricca di cristallina, il riflesso ha risultanze più smaglianti e sicure che sui comuni smalti stanniferi per maiolica, dove però esso è più stabile. Ci informava, tra l'altro, che negli ingredienti per i lustri entrava la terra rossa di Gualdo (tratta dalla Cava del Ferro, poi cotta e macinata) e che il cloruro d'argento era in casi di necessità ricavato anche da antiche monete (come quelle della dominazione pontificia sulla nostra città). Sorprendenti gradazioni di oro e rubino, associate a favolosi cangiantismi dei toni della madreperla, dello smeraldo. dei lapislazzuola, dell'ametista e della malachite finivano per bagnare straordinariamente le maioliche del Santarelli" (Enzo Storelli).

Egli introdusse anche la consuetudine di firmare le opere prodotte, sia con il marchio di fabbrica, sia per esteso con la sua firma: ciò determinò, ed era immaginabile, che anche i Rubboli iniziarono a fare la stessa procedura, prima applicata saltuariamente, anche se la collaborazione tra loro continuò almeno fino al 1902 (ho scoperto recentemente, presso un collezionista locale, un piatto con la firma congiunta di Daria Rubboli e Alfredo Santarelli, datato appunto 1902). La distinzione legata all'uso dei marchi fu estremamente positiva poiché oggi si possono con certezza attribuire i manufatti alle due realtà produttive e a tutte quelle che seguirono.

Nel 1908 nella sezione artistica dell'Esposizione Agricola ed Industriale di Gubbio, le ditte gualdesi, con in testa i Rubboli e il Santarelli, monopolizzarono il campo delle maioliche artistiche, evidenziandosi nettamente dagli altri opifici umbri.

Nell'Esposizione di Faenza del 1908 Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (Napoli 1869-Alessandria d'Egitto 1947) restò affascinato dalle maioliche del Santarelli, interessandosi con l'artista circa i procedimenti della fabbricazione e i precedenti storici sull'applicazione "dei lustri metallici"; lo stesso apprezzamento gli era stato rivolto nel 1907 dal Duca d'Aosta Emanuele Filiberto (1869-1931), in visita all'Esposizione di Perugia. I rapporti con la Real Casa furono sempre improntati sull'ammirazione e sulla reciproca cordialità tanto che con Decreto del 16 febbraio 1925 Vittorio Emanuele III concesse ad Alfredo Santarelli l'onore di fregiarsi dello stemma reale nei cataloghi che compendiavano la sua produzione; di questi oggi se ne conoscono almeno tre.

Nei primi mesi del 1913 la scrittrice inglese Mary Lovett Cameron (1875-1926), in visita alla città di Gualdo Tadino, fu talmente attratta dall'atmosfera quasi irreale che emanava il piccolo opificio che lo descrisse con dovizia di particolari nel volume Umbria Past and Present (Londra, Sedwick & Jackson, 1913): "… Santarelli è pieno di energia e di amore per il suo lavoro e si spera che non si lasci languire, per mancanza di incoraggiamento, l'impresa a cui ha dato avvio con tanto coraggio. La bottega e gli ambienti annessi sono deliziosamente semplici. Essi sono contenuti in una vecchia casa che sembra costituita, in ogni sua parte, da strani cantucci e scale inattese ed è quanto di più lontano possa esserci da un moderno laboratorio artigianale. Santarelli ed i suoi allievi, o assistenti, stanno seduti in un lungo stanzone col soffitto a travi, intenti a dipingere i modelli non ancora cotti accanto a lunghe finestre che danno sul fianco roccioso del monte che si leva dietro la città. La ruota del vasaio si trova in uno stanzino che potrebbe essere preso per un retrocucina, oltre questo ambiente c'è il forno che un tempo faceva parte della fornace di Mastro Giorgio. Sono la semplicità e il gusto tradizionale delle cose che conferiscono a tutto il particolare tocco umano senza il quale non è possibile realizzare alcuna opera d'arte. Il nudo squallore delle fabbriche comuni si riflette sugli oggetti prodotti i quali, per così dire, contraggono una malinconica uniformità".

Tanta era la considerazione e la stima che si era conquistato nel campo della maiolica artistica umbra che dal 1919 al 1921 venne chiamato a dirigere la Scuola Disegno per Ceramisti a Deruta, dopo essere stato nel 1907 direttore della Società Anonima Cooperativa (liquidata nel 1910) della medesima città. In quel periodo conobbe e frequentò a Deruta alcuni famosi maiolicari, tra cui Alpinolo Magnini e Ubaldo Grazia, con i quali certamente scambiò idee e suggerimenti in merito all'applicazione dei lustri metallici. Entusiasmato da quell'esperienza didattica s'impegnò anche a Gualdo Tadino nella locale Scuola di Disegno gratuita per ceramisti dalla quale uscirono ottime maestranze successivamente impiegate nelle diverse aziende artigianali locali.

Si può osservare che quasi tutti i migliori pittori, modellatori e muffolatori lavorarono presso la Ceramica Santarelli, ormai diventata un punto di riferimento; tra essi si ricordano (1921): Leonello Donnini, Adelmo Fabbri, Fulvio Fabbri, Ferdinando Fiorucci, Otello Frillici, Giovanni Marini, Luigi Morelli (capofabbrica per 35 anni), Viscardo Pagliarini, Nicola Tomassini e Giovanni Notari; quest'ultimo si trasferì, in seguito, a Gubbio dove aprì un proprio opificio.

La produzione di Alfredo Santarelli divenne famosa nel mondo tanto che nel periodo 1899-1927 ottenne innumerevoli premi e onorificenze: medaglia d'oro a Roma (1899); Gran Premio d'Onore a Bordeaux (1900); medaglia d'oro a Foligno (1902); Gran Coppa d'onore a Perugia (1904); Gran Premio d'onore e medaglia d'oro a Perugia e a Siena (1907); medaglia del Ministero Industria e Commercio a Faenza (1908); Croce al Merito e medaglia d'oro a Gubbio (1908); 3° premio a Bruxelles e medaglia d'oro a Spoleto (1910); medaglia d'oro di l° grado a Terni, medaglia d'oro a Firenze e Roma, gran medaglia d'oro e diploma di benemerenza alle maestranze a Perugia (1923); medaglia d'argento a Pesaro (1924); medaglia d'oro a Firenze (1926); medaglia d'oro a Tripoli (1927).

La moglie l'affiancava energicamente nella conduzione della fabbrica, provvedendo anche all'educazione dei figli Vittorugo (n. 1907) e Tilde (1909): "molti gualdesi ricordano ancora il suo affaccendarsi alle muffole, situate nell'orto, quel tornarne spesso visivamente provata dalla fatica, magari col volto macchiato di fumo. Potremmo considerare la signora Eleonora un vero e proprio esempio dell'imprescindibile presenza della donna nel mondo della ceramica" (Enzo Storelli). Il paragone con l'altra donna della tradizione ceramica locale, Daria Vecchi Rubboli, è facilmente allineabile a dimostrazione di un coinvolgimento globale di tutti i membri familiari nella conduzione delle aziende, anche attraverso l'utilizzo di manodopera giovanile.

Amico del celebre xilografo Bruno da Osimo, Alfredo Santarelli "fu originale interprete del quadro d'autore (dai primitivi ai preraffaelliti), protagonista di un vero e proprio neoumanesimo della ceramica, volgendo progressivamente alla ricerca di nuove forme strutturali alle quali associò uno straordinario eclettismo figurale e decorativo: da ornamentazioni di tipo rinascimentale a quelle stile liberty, orientale e moderno" (Enzo Storelli). In un certo senso, quindi, stravolse la consuetudine locale di raffigurare nei manufatti, specie nei piatti, scene di vita dell'antica Roma riprese dalle opere di Bartolomeo Pinelli (1781-1835), per far posto ai più celebri dipinti del patrimonio artistico italiano.

Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III di Savoia (Napoli 1869-Alessandria d'Egitto 1947), con Decreto del 16 febbraio 1925, concesse ad Alfredo Santarelli l'onore di fregiarsi dello stemma reale nei cataloghi che compendiavano la sua produzione; di questi oggi se ne conoscono almeno tre.

Il De Mauri nel volume L'amatore di maioliche e porcellane, ci ha lasciato questa testimonianza del Santarelli: "Oggi egli ha raggiunto il desiderabile: edifici nuovi, costruiti secondo le richieste moderne; locali ampi, aerosi, soleggiati, con tutte le comodità per gli operai, ove il lavoro si svolge in un ambiente adatto alla sua stessa natura; ed ha nel coltissimo suo figlio un valido aiuto, e a lui arriderà l'avvenire ... Uomo abile qual'è, nulla opera se non è meditato e studiato prima con somma cura. Perfetto nella conoscenza di quegli stili dei tempi classici e nella scienza del disegno, sa fondere saggiamente le linee corrette di questo con la purezza delle forme e col ritmo delle iridescenze cromatiche: e quando vi presenta un oggetto uscito dalle sue mani, è una poetica sinfonia. Sotto le sue cure, i riflessi metallici di rubino, di verde cantaride e di madreperla anche nelle più miti penombre con sprazzi di faville di tutti i colori dell'iride, attingono le maggiori altezze che quest'arte possa raggiungere". Lo stesso, nel 1927, volle tangibilmente esprimere tutta la sua ammirazione verso l'artista gualdese con alcune parole impresse in una lapide policroma con putti che sostengono lo stemma sabaudo che ancora oggi si trova collocata nella parete dell'antica fabbrica, targa che recita testualmente: "Dall'esperta mano che saggiamente plasma, dall'ubbidiente pennello emulo della natura, dalla divina e terribile fiamma che distrugge e crea, qui, ove già nel secolo XVII Francesco Biagioli detto il Monina, accendeva i suoi forni, si rinnova l'arte di Mastro Giorgio, che dall' umile creta traendo gemme in esse fermava i raggi rapiti dal sole".

Nel 1927, congiuntamente ai Rubboli, inviò alcuni pezzi da lui prodotti al Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza che già ospitava precedenti donazioni effettuate da Ruggero Guerrieri (1927) consistenti in ciotole, piatti e boccali risalenti ai secoli XV e XVI.

Era il periodo d'oro (anni '30) della ceramica a lustri metallici gualdese con innumerevoli aziende a carattere artigianale che si formavano sul territorio: la Cooperativa Ceramisti, la Mastro Giorgio, la Luca della Robbia, l'Icap, La Vincenzina, l'Unione Operai Ceramisti, la Morroni & Tega, la B.A.U. (Bottega Artigiana Umbra), l'ICADO (Industrie Ceramiche Artistiche Dolci Osvaldo), oltre alla Società Ceramica Umbra dei Rubboli, attiva a Gubbio e a Gualdo Tadino.

Dobbiamo segnalare che, inevitabilmente, tanti opifici furono alla base di rivalità, inimicizie, invidie, interferenze, copiatura di manufatti, acquisizione disinvolta della migliore manodopera, ma erano tempi in cui vigeva una "spietata" concorrenza in un mercato in continua espansione e la qualità restava ai massimi livelli, proprio appunto per questa simbolica gara verso il "pezzo pregiato". Attualmente, attraverso la consultazione dell'archivio fotografico in mio possesso, rappresentato da oltre 2.500 manufatti, possiamo con sicurezza affermare che ognuno di loro ebbe una propria individualità nell'applicazione delle sostanze iridescenti, tanto da caratterizzarne la produzione e la facilità attributiva.

Alfredo Santarelli non fu mai "chiuso" a nuove esperienze, né tantomeno isolato dal contesto artistico delle altre ceramiche umbre, anzi fu uno dei promotori nel 1925 del Consorzio Italiano Maioliche Artistiche (CIMA) di Perugia - insieme con la Società Ceramica Umbra dei Rubboli e con manifatture derutesi - con il quale collaborò per diversi anni, mettendo a disposizione tutta la sua professionalità, soprattutto nei vasi di grandi dimensioni, realizzati in tre pezzi, dove certamente primeggiò nei confronti delle altre aziende locali.

Egli, inoltre, si segnalò anche per l'interesse verso l'arredo urbano e chiesastico, in particolare, attraverso la realizzazione di decorati su piastrelle; a titolo di esempio si segnala la facciata, alle porte di Perugia, della chiesa di S. Maria Maddalena a Ponte Valleceppi (1913), l'edicola in Corso Italia (1930) e due altaroli della chiesa di San Donato a Gualdo Tadino (1930, 1933), l'edicola a Petrignano d'Assisi (l946).

La crescita della stima di collezionisti e critici verso il Santarelli nel frattempo continuava; Aurelio Minghetti nel 1932, nel volume I Ceramisti: Artisti, Botteghe e Simboli dal Medioevo al Novecento, riedito da Belriguardo nel 1992, così descrisse la sua produzione: "Le maioliche a rriflessi o "lustri metallici" del Santarelli hanno raggiunta, si può dire, la perfezione tecnica che fu già vanto degli antichi maestri di Gubbio e Deruta".

In un recente catalogo edito in occasione della mostra "Terre Cotte dell'Umbria", Giancarlo Franchi ne riafferma le qualità: "Le figure della sua produzione, a volte incastonate in festosi damaschi, ravvivati da rabescature dorate che creano una luce preziosa, quasi lirica, sono inconfondibili".

Verso la fine degli anni '40, ai tradizionali manufatti a lustri metallici, affiancò una produzione più moderna in cui l'uso dell'oro fu associato a smalti opachi e superfici ruvide, di colore acceso, che sembravano risentire dell'influenza delle ceramiche derutesi. Anche i disegni subirono un'inversione di tendenza con la riedizione di opere di maestri del Seicento e Settecento europeo, raffiguranti soprattutto natività e scene di vita pastorale.

Ispettore Onorario ai Monumenti e alle Opere d'Arte della circoscrizione di Gualdo Tadino, Cavaliere della Repubblica, Accademico di Merito all'Accademia di Belle Arti di Perugia, portò ai massimi livelli l'apprezzamento nazionale ed internazionale per la ceramica artistica gualdese. Intorno al 1949, per circa 30 mesi, prestò la sua opera dal Santarelli anche Giuseppe Lancetti, nativo di Bastia Umbra, che più tardi diventerà un affermato stilista nel settore della moda. Erano gli anni in cui, a causa dei problemi di salute del Professore e dell'avvento dello sviluppo industriale, la fabbrica stava avviandosi verso un lento ed inesorabile declino.

Nel 1953, infatti, fu rilevata da Teobaldo Pimpinelli (Deruta 1909-Gualdo Tadino 1991), valente ceramista allievo del celebre David Zapirovic, mentre il Santarelli, attraverso il figlio Vittorugo coadiuvato da Ezio Rondelli, teneva ancora a Roma una propria esposizione, attiva fino al 1955. La nuova società chiamata Ceramiche di Gualdo e Deruta, Prof. A. Santarelli, nel biglietto da visita così reclamizzava i suoi prodotti: "Faience de menage et fantaisie, servizi e soprammobili, tableware & fancy good".

Alfredo Santarelli morì a Gualdo Tadino il 18 agosto 1957, dopo aver passato gli ultimi anni a combattere contro una grave cecità, lui che amava osservare, metabolizzare e riprodurre tutte le cose belle dell'arte. Il Serrasanta, periodico locale, nel numero del settembre 1957, a firma del direttore Angelo Barberini, così comunicava la sua scomparsa: "E' morto un artista, di cui non si può tacere … Da una settimana il prof. Santarelli non è più, ma il nome di un grande sfida i tempi e rimane indelebilmente scolpito nel cuore di quanti lo hanno potuto conoscere ed apprezzare. E qui il giusto riconoscimento dell'Umbria ci dà l'elogio per la meravigliosa attività di uno dei nostri concittadini migliori".

Oggi le sue opere sono ambite e ricercate nel mercato antiquario e del collezionismo ceramico in genere a riaffermare, se mai ce ne fosse bisogno, la fama e la stima da lui raggiunta.

Daniele Amoni


BIBLIOGRAFIA

Daniele Amoni, Gualdesi e Gualdesità, personaggi e struttura sociale nella storia di Gualdo Tadino dalle origini alle soglie dell'anno 2000, ed. Petruzzi, Città di Castello 1996.

Attilio Brilli, Gualdo Tadino e dintorni, incrocio di strade e di storie, ed. Edimond, Città di Castello 1997.

Giulio Busti e Franco Cocchi, Tradizione e innovazione nella ceramica derutese del Novecento in Ceramiche umbre 1900-1940, ed. Electa Editori Umbri, 1992.

Carola Fiocco e Gabriella Gherardi, Ceramiche Umbre dal Medioevo allo Storicismo a cura del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, ed. Litografie Artistiche Faentine, 1989.

Giancarlo Franchi, La figura artistica di Alfredon Santarelli (1874-1957) in Ceramica antica e moderna, ed. Gramma, Perugia 1998.

Aurelio Minghetti, I Ceramisti: Artisti, Botteghe, Simboli dal Medioevo al Novecento, rist., ed. Belriguardo, Ferrara 1992.

Ettore A. Sannipoli, Note sulla ceramica eugubina degli anni venti e trenta in Ceramiche umbre 1900-1940, ed. Electa Editori Umbri, 1992.

Enzo Storelli, Le origini e la ripresa della maiolica a lustro a Gualdo Tadino in Maioliche Umbre decorate a lustro, ed. Nuova Guaraldi Editrice, Firenze 1982.

Enzo Storelli, Daniele Amoni, Sergio Ponti e Mario Becchetti, La ceramica a Gualdo Tadino, ed. Banca Popolare Cooperativa di Gualdo Tadino, 1985.

Enzo Storelli, Aspetti della ceramica gualdese tra storicismo e innovazione in Ceramiche umbre 1900-1940, ed. Electa Editori Umbri, 1992.

Maurizio Rubboli Tittarelli, La maiolica Rubboli a Gualdo Tadino, ed. Volumnia, Perugia 1996.


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