L'Eco del Serrasanta - 24 ottobre 1999

Ceramica


Ceramica

Produzione DOC e falsari

Il fiorente mercato di ceramica fatta a Gualdo Tadino commercializzata con marchi di Gubbio, Assisi e San Marino; roba da terzo mondo, si continua a fornire il prodotto a chi scaltramente commercializza marchio ed immagine.

La collettività gualdese, dopo aver inondato per secoli i mercati con la propria produzione di ceramica "anonima" di natura commerciale (senza cioè marchi di fabbrica e firme), ha preso coscienza da qualche tempo del danno economico che deriva da questa mancanza di un’immagine propria; è un danno che ricade sulla collettività e sugli stessi produttori attuali al quale ha in parte ha sopperito il volume curato a suo tempo dalla ex Banca Popolare, ed al quale si sta cercando tardivamente di riparare con la ricostruzione di quella che lo studioso prof. Giancarlo Bojani, direttore del museo della ceramica di Faenza, ha definito la "storia negata" della ceramica a Gualdo Tadino.

E’ un difetto che viene da lontano tanto che nel 1854 alcuni piatti di ceramica presenti al Louvre (quindi pezzi di altissimo pregio) venivano periziati dal Darcel come "produzione gualdese", per le loro caratteristiche, nonostante la mancanza di marchi; l’arrivo di Paolo Rubboli, alla fine del secolo scorso, e all’interno della sua fabbrica l’immissione di decoratori come Giuseppe Discepoli e Alfredo Santarelli, dai cui pennelli uscirono opere d’antiquariato, portò "alla firma"dei pezzi segnando una tardiva inversione di tendenza, alla quale però non tutti i produttori si sono adeguati. Gli anni seguiti, caratterizzati dalla recessione economica, dall’autarchia e quindi dal periodo bellico, arrestarono poi questo momento di affermazione di una identità sui più vasti scenari.

Negli anni cinquanta l’esigenza di creare un nome che non esisteva alla ceramica gualdese fu capita dal prof. Angelo Pascucci, uno dei pochi ceramisti gualdesi che in quel momento operavano con una mentalità industriale, il quale attraverso la Pro Tadino lanciò l’idea del Concorso Internazionale della Ceramica, aprendo al binomio "Ceramica-Gualdo Tadino" scenari internazionali; come risposta alle migliaia di bandi di concorso inviati per 35 anni in tutto il mondo arrivarono nella città faentini e finlandesi, svizzeri e tedeschi, polacchi ed egiziani, turchi e giapponesi come concorrenti, come giornalisti, come compratori, come portatori di idee e tecnologie nuove.

E’ stato un lavoro oscuro, inizialmente incompreso, portato avanti per la città da persone che spesso non avevano nemmeno alcun interesse diretto con l’attività dei ceramisti, come ha espressamente dichiarato il presidente del Centro della Ceramica Umbra, Claudio Carini, consapevole dell’ importanza che ha avuto per il settore questa attività pubblicitaria. Purtroppo si deve lamentare che, accanto a chi capisce, ci sono fabbriche che hanno continuato e continuano a sfornare pezzi anonimi o, peggio ancora, apponendo i marchi di altre città per rivenditori che commissionano a Gualdo Tadino una produzione che poi viene messa sul mercato, senza tanti scrupoli, come produzione di San Marino, di Assisi, di Gubbio, a prezzi cui il nome di quelle città conferiscono un "valore aggiunto" (ma non per i produttori) impinguando i guadagni dei rivenditori e a discapito della produzione commercializzata con il nome di Gualdo Tadino; anche se nessuno lo ha mai denunciato è un illecito che viene commesso da chi produce con un marchio falso e da chi vende merce con un marchio non veritiero.

Il busines continua a far legge: sfugge tuttavia ai furbetti di casa nostra che contribuire ad alimentare questo mercato di "falsi" in prospettiva produce danno alla città ed alla sua peculiarità di "città della ceramica", oltre a gabbare i compratori convinti di acquistare un "Gubbio, un Assisi, un San Marino", mentre in realtà acquistano un "Gualdo Tadino". Si obietterà che il mercato .... è il mercato; in nome di questo principio c’era qualche anno fa un rivenditore che raccoglieva i pezzi rotti mandati alla discarica da una fabbrica e, dopo un processo di invecchiamento artificiale, li vendeva ai turisti come "pezzi provenienti dagli scavi dall’antica Tadino". E ci ha fatto fior di quattrini; beh, siamo agli antipodi !

Come atteggiamenti di questo genere, che hanno fatto scandalo, non si possono condividere, a meno che non si voglia far scendere il mondo della ceramica ad un livello di pataccari, se c’è una volontà di costruire per la produzione della ceramica locale il nome che le compete, è necessario uscire dalla logica del "mordi e fuggi". L’Amministrazione Comunale si preoccupa, giustamente del marchio DOC e cose del genere, ma perché non preoccuparsi che a crederci siano quei ceramisti che si accontentano del ruolo retribuito di "tributari e servi" contribuendo a tenere in piedi il mercato dei falsi, nel quale saranno sempre e solo dei comprimari ?


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