L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 23 - 4 dicembre 2005

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RICORDI

Il carro e arnesi d'altri tempi


Tra gli attrezzi agricoli il più espressivo, il più rappresentativo era certamente il carro. Carro è nome generico; ma specificatamente era chiamato biroccio, quando aveva due ruote, e carro a sterzo quando ne aveva quattro. Ogni ruota del carro era composta dal barile, con il foro centrale per la sala di ferro, e da forazze per piantarvi i 14 raggi; in alto a semicerchio si avevano 7 quarti con forazze, che si innestavano sui raggi.

 

Quando la ruota di legno era formata, si ferrava a fuoco e si coronava con un cerchione di ferro di cm. 2,50 di spessore e di c.m 6 di larghezza. Il carro era verniciato a olio; le ruote con minio rosso; il casso invece si colorava variamente; sulle pareti, inchiodate ai colondini, si dipingevano immagini, o cocce di fiori variopinti.

 

Sul collo della vacche si metteva il giogo di legno, armato di rocce di ferro, entro le quali si infilava il timone, fissandolo con un pigo di ferro. Un sottogola di catena o di spago, con due caviglioni di ferro, uno per parte, allacciava il sottogola, e le cinte di cuoio per legarle ai corni.

 

Il carro e l’aratro erano trainati dalle vacche o dai buoi, che gli agricoltori chiamavano familiarmente con nomi particolari. Per i buoi: Falcone, Garbatino, Moro, Marchigiano, Romagnolo, Cornacchia; per le vacche: Favorita, Presentina, Cimarella, Bionda, Graziosa, ecc.

 

Caratteristici erano gli ordini del guidatore quando arava: "Va là Falcò; Va là Favorì ...".

 

Il carro era uno strumento importantissimo di trasporto per i prodotti della terra. Era usato anche per le fiere; allora si infioccavano le bestie con nastri di vario colore e si mettevano al loro collo delle campanelle con suono diverso: un suono forte per i buoi, dolce per le vacche. Alle feste campestri si andava col carro: si mettevano sul casso le sedie ben legate e la famiglia vi prendeva posto. Era l’automobile del tempo. Quando c’era uno sposalizio, dieci giorni avanti la cerimonia, si mandava il carro alla casa della sposa per caricare bauli, comò, corredo. La sposa vestiva una gonna lunga a vario colore, corpetto bianco e giacchettina chiusa a bottoni o con cordoncino. Lo sposo vestiva abito nero o blu. Era così espressivo il carro, che, quando le cose andavano bene si diceva una frase proverbiale ‘l va ‘l biroccio.

 

Oltre al carro si avevano altri strumenti di lavoro: la treggia per andare dove il carro non poteva essere trainato, l’aratro, il perticaro da ruote, il voltarecchio, il cardino, il trinciaforaggi, il rastrellone con i corni, l’erpice, l’estirpatore, la zappa, il picco, il pedente, la pala, il falcinello, il forcone, la falce fienara, la buzzarella, che si portava dietro la schiena per metterci le forbici da potare, e la cote, che era custodita in un corno con acqua, per affilare falce e falcinelli.

 

Abbiamo voluto ricordare queste cose con senso d’ammirazione e di gratitudine verso tante generazioni d’uomini, donne, giovani e ragazzi che sono passati così, per secoli, nel silenzio, nella fatica, e spesso nell’incomprensione, per produrre il necessario alla vita degli uomini.

 

Giuseppe Pellegrini

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