L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 14 - 24 luglio 2005

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La vita del contadino in campagna

 

di Anna Luconi


Il contadino lavorava senza orario, né ferie. Tutto il lavoro era regolato dalle condizioni del tempo e dalle diverse necessità delle coltivazioni. Gli attrezzi erano di legno con aggiunte di ferro nei punti che dovevano essere più resistenti. Il contadino era anche un artigiano, che aveva dietro di se una lunga tradizione secolare e la trasmetteva alle generazioni future; costruiva da solo la maggior parte degli attrezzi, durante le lunghe giornate invernali; si recava dal fabbro solo per le aggiunte di ferro.

 

Certi attrezzi, come il giogo e l’aratro, assumevano valore simbolico e quando non erano più in uso, non erano bruciati altrimenti grandi disgrazie avrebbero colpito la famiglia.

 

La donna in campagna faceva tutti i lavori. L’unica cosa di cui non si occupava era la stalla. Nella buona stagione si recava anche nel campo e faceva lavori faticosi, come l’uso della falce fienara. I lavori dell’orto erano di competenza della donna, perché dall’orto venivano gli alimenti per la famiglia. Si occupava anche degli animali da cortile, compreso il maiale, sul quale intervenivano gli uomini al momento della mattazione. La donna era sottoposta a tutti i lavori. Un’espressione dice: "Auguri e figli maschi".

 

Della tessitura si occupavano soltanto le donne, da piccole aiutavano a preparare il telaio; le ragazze cominciavano a tessere non prima dei sedici anni, perché era un lavoro delicato e quindi dovevano essere abbastanza responsabili, altrimenti avrebbero sprecato tempo e filo. Tutte cose che erano preziose. Il lavoro del telaio si faceva in una capanna o nell’ingresso della casa; l’unico mezzo di riscaldamento era lo scaldino. Una donna abbastanza pratica tesseva un metro l’ora che era pagato dai venti ai trenta soldi (Per fare una lira occorrevano 20 soldi). Il lavoro era lungo e richiedeva attenzione ed esperienza; il guadagno, poco. Il lavoro più lungo e faticoso era quello della preparazione del telaio, ci volevano anche due giorni, prima della tessitura vera e propria.

 

In cucina c’era La Vergara (la donna più anziana della casa) con le altre donne; se la famiglia era numerosa, si dovevano apparecchiare lunghe tavole, la carne era cucinata solo nelle feste importanti. Il pane era fatto di solito di farina di granoturco, talvolta con aggiunta di farina di fave, lenticchie e ghiande. Il pane bianco di farina di grano era un lusso. Frequente era l’uso della polenta che saziava subito, ma nutriva poco. Le verdure erano cucinate spesso, perché erano coltivate nell’orto di casa.

 

La famiglia contadina non comprava niente, si mangiava ciò che il campo e l’orto producevano e gli animali da cortile erano allevati dalle donne. La vita familiare, con elevato numero di persone, trascorreva nella concordia e nella pace. Il Capodicasa era circondato di rispetto e, perché il più anziano e il più saggio, l’ultima parola, dopo aver sentito tutti, spettava a lui.

 

Oggi, nella zona "di qua e di là" del Chiascio, dove una volta si trovavano un centinaio di famiglie, le case coloniche, ad eccezione di rarissime, sono disabitate. La civiltà contadina della mezzadria è finita e l’agricoltura, tecnicizzata, ha cambiato volto. Le abitazioni sparse nella nostra campagna parlano di storia, da non dimenticare come dimensione umana e sociale.

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