L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 12 - 26 giugno 2005

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L'abbazia dei Santi Emiliano

e Bartolomeo in Congiuntoli


05congiun.jpg (12787 byte)Nel Medio Evo, dopo che ombre minacciose si erano allungate sulla penisola cancellando le tracce della civiltà romana, nei borghi medievali e nelle città l’elemento "forte" che strutturò la nuova urbanistica e che lasciò tracce così significative fu il monachesimo. Le dominazioni gotica prima e poi longobarda avevano trasformato l’Umbria in un immenso deserto di barbarie. In questa sistuazione drammatica vide la luce il più straordinario fenomeno religioso e sociale del Medio Evo, il monachesimo, che lasciò testimonianze significative nell’architettura e nella vita sociale.

 

In Umbria il monachesimo ebbe un enorme sviluppo: si contano nel X secolo più di trecento monasteri nel territorio, alcuni dei quali ricchi e potenti, che tenevano presso di loro più di duemila monaci. Venticinque anni dopo la morte di S. Benedetto in Italia scesero i Longobardi; durante tali invasioni le abbazie continuarono ad essere sostanziali punti di riferimento per la popolazione.

 

Ai margini della strada che da Scheggia, attraverso l’aspro e selvaggio passo del Corno, porta a Sassoferrato, dopo 13 Km si trova sulla destra un’antica abbazia benedettina che sorge ai piedi di Monte Aguzzo, sulla confluenza di due fiumi, del Perticaro o Rio Freddo, che scende dalle rocce di Montecucco, e del Sentino, che nasce sopra Scheggia. Viene chiamata Badia di Congiuntoli, appunto perché ivi, i due fiumi si congiungono. E’ dedicata ai santi Emiliano, vescovo, e Bartolomeo Apostolo, e non al nome di Cristoforo, come leggiamo nell’elenco degli edifici monumentali della Provincia di Perugia.

 

L’abbazia si presenta come un severo e grandioso fabbricato, comprendente il cenobio e la chiesa di stile romanico-gotico, che attira l’attenzione del visitatore e del turista; passando in mezzo a quell’andirivieni di gole basse, strette come prigioni, nessuno si aspetterebbe uno spettacolo simile,. Quando sorse questa Badia e chi la fondò? Non è facile indicare l’anno preciso e del fondatore non si sa nulla. L’archivio del monastero si è perduto nel periodo delle Commende, è necessario, quindi, andare per congetture, sia pure le più probabili.

 

Sbaglia il Dorio, che la fa sorgere al tempo di Celestino I (+432), e sbaglia anche lo Jacobilli, che ne fissa la fondazione al tempo di Celestino II, circa il 1143. Il Gibelli, autore di una monografia sul monastero di S. Croce di Fonte Avellana, pensa che sia stato lo stesso S. Pier Damiani a fondarlo, o, per lo meno a riformarlo, nel secolo XI.

 

L’Alfieri, sassoferratese, canonico della Cattedrale di Nocera e storico illustre, morto nel 1910, riferendo la visita che vi fece il Vescovo di Nocera mons. Alessandro Borgia, è dello stesso parere e il monaco don Alberico Pagnani, per ragioni storiche, ritiene che la Badia "non potette sorgere molto prima del 1000"; asserisce infatti che S. Pier Damiani non ha mai dimorato nella Badia S. Emiliano.

 

Da un’enfiteusi del luglio 1100, che si conserva nell’archivio di S. Biagio in Fabriano, apprendiamo che la famiglia cenobita di S. Emiliano costituita sotto la guida dell’abate Pietro, il quale dopo aver chiesto ai monaci e ai chierici di detta chiesa il voto, cede all’abate di S. Vittore, di nome Pietro, due modioli di terra, per l’annuo canone di 30 soldi d’argento.

 

Il cenobio, oggi, è parte di proprietà demaniale e parte in mani private. L’antico chiostro, con il lato libero verso occidente, è stato privato del pozzo. Il suo corridoio con soffitto a crociera è stato dimezzato da vari muri per ricavarne locali da magazzini, o stalle. Sul fianco destro del portale d’ingresso alla Chiesa una lapide reca questa scritta: "Edificio di proprietà demaniale, restaurato a cura della Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie dell’Umbria, 1970". Per il notevole risultato conseguito, si ritiene che il restauro della chiesa di S. Emiliano sia uno dei migliori effettuati, in questi ultimi anni, dalla citata Soprintendenza.

 

Restano ancora altri corpi di fabbrica, nel cenobio, allo stato fatiscente o adibiti ad usi non adeguati. Voglia il cielo che sorga l’alba, nella quale l’intero complesso di questo monumento maestoso e venerabile, risuoni di nuova vita monastica.

 

Giuseppe Pellegrini

ARTE E CULTURA

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