L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 12 - 26 giugno 2005

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Nuove povertà e nuovo umanesimo


L’ambulatorio era affollato, ma un po’ meno degli altri Lunedì. Nell’elenco delle persone che dovevano sottoporsi all’esame ecografico, c’era il nome di un sessantenne prenotato per un esame del fegato e del pancreas. Quando venne il suo turno, non rispose alla chiamata.

 

Bussò, invece, alla porta dello studio alla fine. La dottoressa, eseguito l’ultimo esame, stava ormai smontando e riponendo gli strumenti. La sonda scivolò sulla pelle cosparsa di gel, ed apparvero sul monitor gli echi, che disegnavano i parenchimi epatico e pancreatico, le vie biliari, la vena porta, e tutti gli altri organi che, in mirabile armonia, si affollano in addome. La dottoressa bella e gentile scrisse il risultato dell’esame, e lo comunicò al paziente: poteva stare tranquillo, era tutto a posto, non c’era niente di patologico. Stranamente la fronte dell’uomo s’imperlò di sudore, il viso cambiò di colore, le mani impacciate si stringevano l’una all’altra. Dopo alcuni istanti di penoso silenzio cominciarono a parlare, e il paziente balbettò che non poteva pagare, ma che non avrebbe mancato, la settimana successiva, a pensione riscossa: che sarebbe venuto di corsa ad onorare il suo debito. Aveva preso l’appuntamento in ospedale, ma l’attesa era lunghissima, ed il ticket da pagare non molto differente dal prezzo richiesto in quell’ambulatorio privato. Da qualche tempo soffriva di un dolore sordo, profondo all’addome. Lo stesso del quale si era lamentato il padre, tanti anni prima, e che lo aveva condotto a morte in poco tempo. Per questo si era recato dal medico, che gli aveva prescritto l’ecografia senza nemmeno visitarlo. Quell’esame, nella sua immaginazione, aveva assunto il valore di una sentenza definitiva; la paura d’essere affetto di una malattia incurabile era diventata devastante: alla fine si era fatto coraggio fidando nella comprensione del prossimo. La trovò nel sorriso della giovane dottoressa. Se n’andò, tuttavia, mortificato, come se all’improvviso gli fosse caduta addosso la vergogna del suo gesto, e questa superasse il conforto che gli veniva dalla certezza della sua buona salute.

 

Ho ripensato a questa storia vera, assistendo all’ennesimo dibattito politico, in televisione. Si parlava di sanità, e si discutevano i modelli attuali e quelli possibili. Il sistema pubblico e quello privato, l’esempio lombardo e quello delle regioni "rosse", l’America e l’Europa, la carta di credito o lo stato. C’erano anche gli esperti, l’immancabile Rosy Bindi e l’inossidabile Umberto Veronesi. Passionali entrambi, dalle certezze incrollabili. Entravano nella discussione anche casi singoli, fatti di cronaca; ma erano liquidati, o utilizzati per tornare a parlare dei massimi sistemi, delle ampie riforme. Efficientismo, managerialità, controllo della spesa: si metteva in scena il copione collaudato della politica.

 

Pensavo che, anche concedendo la buona fede, le istituzioni e le persone che le rappresentano, pèrdono, ad un certo punto il contatto con la realtà. È come se i bisogni e le attese della gente, che hanno portato alla creazione di quelle strutture, passassero in secondo piano, fino quasi a scomparire. Le istituzioni cominciano a vivere di una vita propria. L'obiettivo principale diventa l'autoconservazione. Per questa via, le persone sono funzionali all’istituzione e non viceversa: il rapporto si è invertito. Forse, anche in questo campo, dovremmo affrontare i problemi con strumenti diversi. Quelli forniti da un nuovo umanesimo, più attento ai bisogni degli individui, instancabilmente fattivo nel particolare, senza la pretesa di fornire una risposta a tutto, non condannandosi all’inattività, nell’attesa di " leggi quadro".

 

Dopo l’ubriacatura delle masse e dell’interpretazione scientifica della storia, oltre i limiti che l’imperante cultura liberista sta dimostrando, si avverte l’esigenza di liberarsi dalle scorie del passato, di ricominciare dal basso, dalle persone, dai loro bisogni. Le forme e gli strumenti dovranno essere inventati, come abbiamo fatto tante volte nella storia. Forse l’imperativo etico che Kant poneva dentro i noi, ed il Gran Vecchio con cui Einstein si confrontava mentre andava scoprendo le leggi che governano l’universo, potranno accompagnarci nel viaggio.

 

Marcello Paci

ARTE E CULTURA

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