L'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 11 - 12 giugno 2005 | |||||
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SUL FILO DELLA MEMORIA Pecore e pecorai
di Anna Luconi A Sigillo tutte le famiglie possedevano un loro piccolo appezzamento di terreno e un "branchetto di pecore". Se cera una "vecchietta" rimasta sola e avanti con letà, si privava piuttosto del campo, dal momento che le forze non le consentivano più di lavorarlo e lo dava a "contadino", ma non si toglieva lorticello di pochi metri quadrati, dove coltivava ortaggi per casa; non faceva a meno neppure dellunica pecorella superstite del già misero branco posseduto in precedenza. La bestiola, a volte, era la sola compagnia, la chiamava per nome ed essa sembrava risponderle con il belato e quando la conduceva al pascolo lungo i "greppi" delle strade, per paura che potesse fuggire, la teneva legata con una cordicella; esistenze legate da affetto che si sostenevano a vicenda facendosi compagnia.
Il numero dei capi ovini posseduti dalle famiglie variava da un minimo di tre ad un massimo di cinque o sei. Il loro mantenimento non gravava sul bilancio familiare, giacché si nutrivano solo dellerba che la natura generosa metteva loro a disposizione. Di condurre le pecore al pascolo era incaricato il pastore o meglio "il pecoraro", che aveva un abbigliamento caratteristico: "una capottella piuttosto consunta gli copriva le spalle, un cappellaccio che non aveva più nessuna forma, riparava il capo sia dal sole che dal freddo, i pantaloni erano coperti da cosciali di pelle di pecora, la cui funzione era molteplice: riparare dal freddo e proteggere i pantaloni dagli spini. Un ombrellone di tela blu con righe multicolori, legato da uno spago al manico di legno, gli penzolava dietro le spalle, unitamente ad un logoro tascapane con il frugale pasto per la giornata: un tozzo di pane e companatico. Di solito si portava un coltello dalla lama ricurva e rientrante nel manico, che gli serviva per incidere lo "zufolo", il fischietto o qualche bastone artistico.
Rina de Coscetta, ricorda il primo pastore di Sigillo (intorno agli anni 20), un certo "Torello" (diminutivo di Salvatore), uomo buono e tranquillo che abitava "giuppè le scalette". Viveva solo e quando pioveva o nevicava e non poteva condurre le greggi sul monte, andava in casa dei Coscetta (Carnali) per riscaldarsi perché, forse, a casa sua non aveva neanche di che fare fuoco. Dai "Coscetta" riceveva, oltre ad un calore umano anche un piatto di minestra.
Un altro pecoraro è stato Nazzareno Pavoni, meglio conosciuto come "Ceccobillo"; seguì poi Giuseppe Staffaroni, chiamato da tutti "Setteteste", poi sostituito da quello che fu lultimo pastore di Sigillo: Gino Casagrande, detto "Corniolino". Con questi due pastori siamo negli anni 50/60, e ogni nucleo familiare pagava 100 lire il mese per il servizio prestato.
Tutte le mattine, di buonora, le pecore uscivano dalle stalle. Io e il nonno accompagnavamo le nostre tre e la mia Campanellina, unagnelletta dal manto bianco chiazzato di nero, "suppè la salita de la rocca", fino al piazzale antistante il monastero, dove il pecoraro attendeva le bestiole, che giungevano da tutte le strade limitrofe annunciate dai loro belati. Quando tutte erano arrivate, bastava unocchiata per controllare che fossero tutte, con un fischio, il pastore, battendo il lungo bastone per terra e aiutato dal fido cagnoletto, le faceva incamminare verso il Bottino e da lì proseguire per la montagna.
Il Borgo aveva un branco per suo conto (allora Sigillo era diviso in due contrade, la Rocca e il Borgo, e ogni proprietario, a turno, conduceva gli animali al pascolo. Il raduno per le pecore del "branco del Borgo" era il Borghetto di S. Martino (ora Aja di Fabriano); altre famiglie come Menco de Pistola (Domenico Costanzi) o Bonafede (Giugliarelli) avevano decine e decine di pecore e provvedevano a condurle ai pascoli di loro proprietà personalmente o con i garzoni.
Dopo aver trascorso tutta la giornata a brucare lerba fresca e profumata, a sera rientravano in paese. Era una bellezza vedere come una volta giunte sul luogo di ritrovo, si dirigevano da sole alle rispettive stalle dove il padrone le attendeva sulla porta, "le artoccava dentro" dove dormivano in compagnia del somari e dei maiali. Esse contribuivano con il latte, che poi diventava formaggio, al sostentamento familiare e la loro lana, una volta filata dalle abili mani della Nonna, si sarebbe trasformata, in "calzetti, maglie e coperte. Gli agnelletti che nascevano si vendevano al macellaio e qualcuno si allevava per dare il cambio alle pecore vecchie. Nelle nostre strade si respirava unaria pastorale che rallegrava lo spirito. Oggi, ho nostalgia della semplicità e della calma che infondeva la vista di pecorelle, unitamente allo sguardo dolce e mite dei piccoli agnellini. | SIGILLO
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