L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 11 - 12 giugno 2005

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Rubrica di

Carlo Catanossi

Dolci, chiare, fresche, limpide acque


Siamo ancora all’onore delle cronache nazionali. Questa volta si tratta di una puntata di Report, trasmissione di approfondimento della RAI, in cui si parla dell’uso dell’acqua e, in particolare, di acqua minerale. Vedo facce conosciute ed ascolto argomenti ormai noti: come utilizzare l’acqua di Boschetto (o, se preferite, del Rio Fergia) e come far sviluppare l’attività della società Rocchetta. Tanto si è detto e scritto sulla positività dell’opzione sviluppo e altrettanto si è affermato manifestando anche fisicamente contro il prelievo dell’acqua. Ancora una volta tutto è stato archiviato con la motivazione (la scusa, sempre se preferite) di decisioni da prendere lontano da noi.

Vediamo da dove partire per una riflessione (spero) pacata che non ci porti alla solita divisione tra Guelfi e Ghibellini per il gusto del partito preso. L’acqua è un bene pubblico. Questo principio è stato stabilito ormai da anni da norme dello Stato per cui è inutile recriminare. Sarà bene fare attenzione perché questo principio non solo ha fatto sì che la gestione degli acquedotti sia stata concentrata in poche società di gestione (non più di livello comunale) con l’aggravio di costi che tutti abbiamo già sperimentato, ma ci porterà anche, prima o poi, a dover versare un canone per qualsiasi forma di attingimento oltre quelle che già conosciamo (basta pensare ai pozzi che sono già censiti con una comunicazione all’Amministrazione Provinciale).

Se il bene è pubblico vuol dire che è di tutti e non che è di nessuno. Questo significa che, al di la del valore affettivo, l’acqua di Boschetto è tanto mia (che abito al centro di Gualdo da sempre) quanto dell’anziano che abita a due passi dalla sorgente da una intera vita. E ciò vale anche per tutti gli altri abitanti della Regione dell’Umbria visto che, con ulteriore provvedimento, lo Stato ha attribuito competenze e potestà sulle acque alle regioni. E' l’Amministrazione Regionale che deve dunque regolare con apposite concessioni l’uso delle sorgenti del Rio Fergia come di qualsiasi altra sorgente.

E qui entra in gioco l’Amministrazione Comunale perché nessuna Giunta Regionale (composta da sani di mente, ovviamente!) si metterebbe contro la volontà di una collettività locale, espressa dalla sua rappresentanza amministrativa, che facesse valutazioni serie ed argomentate. La scelta dunque è, come è giusto che sia, nelle mani dei nostri amministratori che devono fare valutazioni sulla base dell’interesse (e del parere) di tutta la collettività compresi gli abitanti della frazione di Boschetto ancorché non soltanto dei loro legittimi interessi ed altrettanto legittimi, nonché competenti, pareri.

Quali sono dunque gli interessi in gioco: da un lato la società di imbottigliamento che afferma di volersi sviluppare e offre investimenti ed occupazione sul territorio. Dall’altro l’aspetto ambientale, le sorgenti da tutelare, il corso del fiume, la sua flora e la sua fauna, l’uso diverso e futuro della risorsa idrica.

Facciamoci aiutare dai servizi della trasmissione televisiva da cui sono partito.

Negli Stati Uniti le sorgenti si comprano o si affittano: il soggetto intervistato, che parlava della questione, si è ben guardato dal dichiarare quanto è il costo, ma si intuiva che l’importo fosse significativo con un ritorno diretto ed immediato per la collettività fuori di ogni dubbio e nel pieno della trasparenza. Tutto diverso da ciò che avviene in Italia. Qui da noi si danno concessioni lunghissime (da trenta anni in su) per pochi spiccioli, lasciando ampi spazi all’industria degli imbottigliamenti e lasciando altresì il sospetto nei cittadini che ci siano interessi ben diversi sotto il superficiale velo che copre i rapporti tra chi chiede e chi concede.

Premesso che queste cose devono (per carità: a mio avviso) cambiare, ritengo che su questa strada ci sia spazio per trovare una soluzione al nostro problema. All’interno di precise regole e determinati spazi quantitativi, l’acqua deve essere (per carità: a mio avviso) ceduta in concessione alla società Rocchetta in cambio di un costo che non sia ridicolo, come quello attuale, ma reale e di cui una parte cospicua vada alla collettività locale.

Gli investimenti dell’impresa verranno poi e se ci saranno o meno dipenderà, come sempre accade, dalla convenienza della società e dall’andamento del mercato. Non sarebbe la prima volta che un imprenditore dopo aver ottenuto ciò di cui ha bisogno dal pubblico cambia strategia e, come si dice oggi, delocalizza. Credo che in questo momento di difficoltà per l’economia della nostra area non ci possiamo permettere di non utilizzare al meglio una importante risorsa ma credo anche che sia bene farlo con la massima trasparenza ed assumendosi chiarissime responsabilità.

AMBIENTE

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