L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 9 - 8 maggio 2005

Pro TadinoPrima paginaEdizioniSommario

Cerca nel sito

rserroni.jpg (3172 byte)

FATTI E MISFATTI

Rubrica a cura di

Riccardo Serroni

Quale scuola per il territorio?


A margine del convegno della Margherita

 

"Formazione e sviluppo: quale scuola per il territorio?". In tempi in cui si discute animatamente sulla riforma Moratti, il tema proposto dal convegno della Margherita di Gualdo Tadino era stimolante. E quello del collegamento tra la scuola e il territorio, con la crisi occupazionale che ogni giorno sta diventando sempre più drammatica, è di struggente attualità.

 

Le relazioni dei convenuti (la preside del Liceo prof.ssa Paola Lungarotti, l’Ispettore Dr Amilcare Bori, l’assessore provinciale Dr.ssa Nerina Ponti coordinati dal prof. Antonio Pieretti), pur interessantissime nella loro specificità, non hanno, però, chiarito dubbi ed incertezze. Né sono servite alcune sollecitazioni liquidate con poche battute o lasciate cadere per mancanza di tempo, anche se sarebbe stato interessante approfondirle per dare la possibilità all’ispettore Bori di incrementare la sua conoscenza delle opinioni del proletariato scolastico sulla materia in questione.

 

Ecco perché ritengo importante tornare sull’argomento.

 

La riforma Moratti

 

La riforma Moratti è partita dalla base (scuola dell’infanzia) e sta approdando alle superiori. Per valutarne i contenuti, quindi, andrebbe sezionata nelle sue varie sfaccettature. L’unico aspetto che non mi interessa è quello politico. Ogni governo ha il diritto di fare le riforme che vuole. Altra cosa è se le riforme individuano i problemi veri esistenti e se sono efficaci nella risoluzione di quelli che intende affrontare. Ed è su questo secondo punto che mi soffermo.

 

I nostri ragazzi non sanno leggere?

 

L’ispettore Bori ha ricordato che, secondo una recente rilevazione statistica, i nostri ragazzi hanno difficoltà nella lettura e che nel 2003/04 queste difficoltà sono aumentate. Ho avanzato i miei dubbi sulla validità di certe rilevazioni statistiche per come sono state effettuate: si dà una scheda con alcune domande a risposta multipla e dai risultati di quella scheda si monitora lo stato della scuola italiana. Ridicolo. Una sola prova, con una sola modalità, fatta in un solo giorno, non è mai indicativa (alcune domande poste a bambini della scuola elementare, oggi primaria, non erano nemmeno chiare nella loro formulazione).

 

Il prof. Antonio Pieretti ha, poi, aggiunto, a sostegno dei risultati della statica riportata, che le difficoltà dei ragazzi con la lingua italiana sono confermate anche dalla sua esperienza personale: "Ormai dedico più tempo alla correzione ortografica e sintattica delle tesi che non ai loro contenuti". Non ho motivo di dubitarne. Ma questa constatazione non cambia i termini del discorso. Perché, di per sé, non è statistica.

 

Dov’è il problema?

 

Ammesso comunque che, oggi, i nostri ragazzi hanno più difficoltà a rapportarsi con la lingua italiana ciò che andrebbe scoperto è dove insorgono queste difficoltà, dov’è il buco nero (elementare, media, superiori, università o tutti ?) e, soprattutto, perché: è l’organizzazione scolastica che non funziona, o sono i programmi, le metodologie didattiche, l’approccio sbagliato delle famiglie (che in un conflitto alunno-insegnanti al 90% dei casi prendono le difese dell’alunno), l’influsso negativo dei media (oggi per far leggere un ragazzo bisogna fare i salti mortali) o quant’altro? Se non si individuano i perché c’è il rischio di sparare nel mucchio colpendo colpevoli ed innocenti e c’è il pericolo di proporre un rimedio peggiore del male producendo, come conseguenza, un peggioramento della situazione esistente.

 

Un esempio? Con tutte le attività messe in cantiere, gli insegnanti della scuola primaria, ad esempio, fanno sempre più fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, cioè a ricavare il tempo necessario per approfondire le capacità di lettura, di scrittura e di operare con gli algoritmi della matematica, cioè quelle capacità che ancora, e nonostante tutto, hanno più a cuore. Le ore in passato dedicate all’apprendimento delle strumentalità di base oggi devono essere condivise con le ore di inglese, con quelle di religione, con quelle di informatica, con quelle di musica, con quelle di attività motoria, con quelle delle attività espressive, con quelle di educazione stradale, con quelle dell’inserimento degli alunni stranieri scaricati selvaggiamente sulle spalle degli insegnanti (quasi sempre arrivano senza conoscere una sola parola di italiano) in qualsiasi periodo dell’anno scolastico ... Perché? Di fronte a qualsiasi problema che investe i ragazzi, ognuno si scarica la propria coscienza chiedendosi: "E la scuola che fa?". Non conta che le famiglie hanno spesso abdicato al loro dovere educativo, non conta che la TV (un’agenzia fortemente condizionante dell’educazione dei minorenni) diventi ogni giorno di più TV spazzatura ... E’ la scuola che deve rimediare a tutto.

 

Si obietterà che non conta la quantità del tempo impiegato ma la qualità. E’ vero soltanto in parte. Certe attitudini, certe capacità, si affinano e si migliorano soltanto con l’esercizio continuo. Un ragazzo (o un adulto) può essere bravissimo e preparatissimo ma di fronte ad un foglio bianco, se non ha l’abitudine a scrivere, si troverà sempre in difficoltà (stessa cosa dicasi per la dialettica). Figuriamoci cosa accade per chi di capacità ne ha di meno.

 

Di fronte a questa problematica la riforma, purtroppo, rischia a mio avviso di peggiorare le cose. Perché la distinzione tra attività obbligatorie e quelle facoltative ed opzionali finisce per sottrarre altre ore preziose agli insegnanti (senza diminuire le materie, tanto per dirla con un termine facilmente identificabile da chi legge). Una correzione possibile, a mio avviso, senza buttare tutto nella spazzatura, ci sarebbe. L’idea delle attività opzionali mi piace, possono essere utilizzate per attivare la progettualità ed il legame tra la scuola e il territorio. Ma dovrebbero comunque essere obbligatorie. Perché lascerebbero libere ore preziose per gli apprendimenti di base e per evidenti motivi organizzativi: se i genitori cominciassero ad esercitare il loro diritto sull’utilizzo della facoltatività c’è il pericolo che venga fuori un caos organizzativo indescrivibile, con un via continuo tra chi esce e chi entra.

 

L’autonomia scolastica

 

C’è, poi, il problema dell’autonomia. Non sarò certo io a demonizzare una novità introdotta ormai da diversi anni che avrebbe dovuto proiettare la scuola italiana nel futuro con ben altre ali. I benefici ci sono, è indubbio, soprattutto nella gestione amministrativa; però, a mio avviso, non si può rinunciare ad un quadro generale, ad una cornice che mantenga una certa unitarietà nell’impianto di riferimento della scuola italiana. Invece assistiamo a guerre di campanile (Gubbio che ha voluto ed ottenuto contro ogni logica il doppione del Liceo Scientifico) ed al rischio della generalizzazione di uno strano fenomeno: ognuno può farsi la riforma che vuole. Basta navigare all’interno della scuola primaria di alcuni circoli didattici della nostra provincia per rendersene conto: chi fa i psp (i piani di studio personalizzati) e chi no, chi ha adottato il portfolio e chi no, chi li fa in un modo chi li fa in un altro, chi ha il tutor e chi no ... una incredibile Babele di cui faremmo volentieri a meno e che non giova sicuramente al progresso della nostra scuola.

 

Scuola e formazione professionale

 

Una seconda problematica di fondamentale importanza che è stata soltanto sfiorato è il rapporto tra il mondo del lavoro ed il sistema scuola (compresa l’Università), oggi fin troppo distanti. Ma non posso tediarvi ulteriormente. Ne riparleremo nel prossimo numero (sperando, ovviamente, che sulla materia arrivino anche altri contributi).

GUALDO TADINO

Pro TadinoPrima paginaEdizioniSommario

Cerca nel sito