L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 8 - 24 aprile 2005

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Evoluzione o creazione?

 

di Gianni Pasquarelli


05gpasquarelli.jpg (14594 byte)Ho letto con molto interesse l’articolo che Marcello Paci, bravo e stimato chirurgo gualdese, ha scritto sul nostro periodico a proposito dell’evoluzionismo geologico. Non capita spesso d’imbattersi in valenti professionisti che sentano il fascino di uscire dal loro "seminato" professionale per immergersi in problematiche impegnative che richiedono studi, approfondimenti e documentazione pignola. Si sente questo in quello scritto, vi si sente il pungolo stimolante di una cultura indagatrice, non superficiale ma metabolizzata; e anche, vi si sente, il coraggio di affrontare temi che fanno tremare le vene e i polsi, fra cui quello sulle origini della Terra e dell’uomo. Il quadro complessivo che ne emerge, però, è disperante: un evoluzionismo cosmico signoreggiante, una sentenziosità diagnostica che fatica a sposarsi con la cultura del dubbio, il tratteggio di un futuro della Terra e dell’Uomo affidato alle mani più capricciose che misteriose di un determinismo algido e implacabile.

 

Dopo la sua lettura, hai la sensazione di essere nelle mani di leggi cosmiche impietose, di meccanicismi che fanno e disfano ubbidendo a un ordine disordinato, a un uomo destinato a subire il ripetersi di eventi prepotenti e ingovernabili. E poiché l’impianto di quel ragionare è tenuto su da un robusto piedistallo scientifico, mi son chiesto se non convenisse prendere carta e penna per dare a quell’ebbra festività positivistica un po’ di calore umano, una fiammella di speranza, un qualche approdo finalistico.

 

L’impresa è quasi disperata perché chi scrive deve farsi capire da chi legge, e farsi capire, in una materia così avviluppata, non è una passeggiata in una tersa giornata primaverile. Tentare, tuttavia, può essere d’una qualche utilità. L’analisi di Paci è l’analisi di uno studioso che crede fideisticamente in una concezione evoluzionistica delle origini del mondo e dell’uomo dalla buia notte dei tempi geologici. In altri termini, il mondo e l’uomo sarebbero il risultato di un’evoluzione naturale misurabile in milioni di anni. Cioè la Natura con la maiuscola che, mediante un "iniziale concentrato di energia che esplode" (bing bang) finisce per generare "mondi, materia, stelle e l’uomo". Una Natura così fatta la quale sia capace di tanto, che conosca i segreti della biofisica, della biochimica, della gravitazionalità, dell’informatica e della telematica di cui è fatto l’organismo umano, finirebbe per essere una Natura onnipotente e onnisciente, una Natura che sarebbe una sorta di Dio, sarebbe quasi Dio. L’affermazione è volutamente provocatoria. Per dire che quando ci si avventura in problematiche non del tutto ancora esplorate, può capitare d’imbattersi in un Dio per spiegare l’inspiegabile, ancorché non si tratti del Dio delle numerose religioni nel mondo.

 

Ciò che vengo scrivendo, però, non significa che l’evoluzionismo sia, come si affermava un tempo, soltanto un’ipotesi scientifica e basta. Esso, oggigiorno, è assai più che un’ipotesi, è una dottrina scientificamente riscontrata, e di ciò ha preso consapevolezza la stessa Chiesa cattolica nella pronuncia del Magistero. Nel suo discorso per il 60° anniversario della rifondazione della Pontificia Accademia delle Scienze (22 ottobre 1996), Giovanni Paolo II afferma: "Tenuto conto dello stato delle attuali ricerche scientifiche e delle esigenze proprie della teologia, l’enciclica Humani generis (Pio XII,1938) considerava la dottrina evoluzionista soltanto un’ipotesi seria ... Oggi, ad oltre mezzo secolo da quell’enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. E’ degno di nota il fatto che essa si sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere.".

 

Se così è, come io credo, s’impone prepotente un cruciale interrogativo intorno al modo di conciliare "evoluzionismo materiale" e "creazionismo divino", un modo che non può essere affidato soltanto alla dialettica della parola filosofica o teologica, né circoscritto al rifugiarsi furbastro nel mistero. A quell’interrogativo occorre rispondere, invece, con un argomentare logico e raziocinante.

 

In passato il confronto avveniva fra evoluzionismo sì, evoluzionismo no, oggi esso si concentra "sul come" l’evoluzionismo stesso sarebbe avvenuto e avverrebbe, se lento e graduale e armonico, oppure rapido e brusco e a sbalzi. Gli studiosi propendono per quest’ultima ipotesi, affermano che "l’evoluzione della vita non procede in maniera lineare e continua secondo un asse unico, ma è discontinua e i cambiamenti avvengono in maniera imprevedibile e aleatoria, senza però che l’aleatorietà sia assoluta: perciò nell’evoluzione è presente il caso, ma non tutto è opera del caso. Così la storia del mondo organico non è stata né quella di un caso assoluto, cieco, né quella di uno stretto determinismo, di un regno delle leggi" (Ch. Devillers-H. Tintant: Domande sulla teoria dell’Evoluzione, Parigi 1996). Cosicché l’evoluzione non sarebbe stata e non sarebbe una linea continua per la quale la specie animale e quella umana avrebbero un capo e una coda, come si affermava nell’Ottocento darwiniano segnato dall’uomo che "discende per li rami della scimmia".

 

Sarebbe altro. Una veloce rivisitazione delle numerose tappe evolutive può condurci alla fase in cui la creazione divina s’innerva nelle ritmiche cadenze dell’evoluzione geologica. Sessantacinque milioni di anni fa compaiono le prime forme di primati, scimmie che saltellano sugli alberi e si nutrono di cibi vegetali. Tre, quattro milioni di anni addietro è la volta dei più antichi ominidi, la famiglia zoologica che comprenderebbe l’Homo erectus e l’Homo habilis, insomma quelle forme che sono considerate come i presumibili ascendenti dell’uomo d’oggi. Nel passaggio da una specie all’altra la scatola cranica tende a ingrandirsi, la capacità cerebrale s’intensifica, si accentua una più marcata tendenza a camminare con due gambe e a corpo eretto, si dilata e perfeziona l’abilità manuale nel fabbricare strumenti di pietra, s’impone l’esigenza (si direbbe oggi) di organizzare politicamente il territorio, di metter su capanne per abitarvi. Osserva il paleontologo I. Tattersal: "Sarebbe profondamente fuorviante pensare a questi costruttori di strumenti in pietra come una semplice versione primitiva di noi stessi, e dubito molto che, se per un miracolo potessimo incontrarli in carne e ossa, li descriveremmo intuitivamente come esseri umani".

 

Non si può affermare la stessa cosa quando si passi all’Homo sapiens perché qui il salto è davvero rivoluzionante, è qualitativo, sostanziale. Cosa accade? Accade che nel processo evolutivo - fatto di successi, insuccessi e fallimenti, come mostra la scomparsa di molte forme viventi, anche di tipo umano, come "l’uomo di Neandertal" - l’Homo sapiens, con la sua capacità di progettare il futuro, con la sua autocoscienza e consapevolezza, la sua capacità di esprimersi coi simboli e quindi di parlare, di comunicare l’un l’altro, di esprimersi con raffigurazioni pittoriche di cui sono esempi mirabili le pitture conservate nelle grotte di Altamura (Spagna) e di Lascaux (Francia), con il senso del bello e della bellezza, e con i primi, seppur incerti, richiami religiosi, l’Homo sapiens, si diceva, dimostra di possedere un tocco spirituale in grado di spiegare la presenza in lui di aneliti che trascendono l’ordine delle cose materiali, di possedere insomma un’anima spirituale. Essa però non può essere il frutto di un processo evolutivo, che per sua natura è biologico, quindi materiale. Tanto è vero che essa, l’anima spirituale, è un unicum in tutta la storia dell’evoluzione, non essendovi in nessun’altra delle numerose specie viventi sul pianeta, neppure in quelle che per struttura morfologica più ci somigliano, come gli scimpanzé e i babbuini. E poiché le forze della materia non possono produrre lo spirito, l’apparizione dell’anima spirituale nel processo evolutivo può essere spiegata soltanto facendo ricorso all’intervento di un Essere spirituale che, insieme, trascenda e piloti il processo evolutivo stesso, produca cioè una rottura irreversibile tra l’uomo e l’animale, promuova l’uomo a persona che pensa, decide, sceglie, riflette, crea, inventa, dipinge, scolpisce, tenta di penetrare i segreti dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo.

 

Parrebbe e forse è, il mio, un discorso con cui avviarsi per i sentieri che conducono a Dio. Certo è anche questo, ma questo non è il più, perché se lo fosse si risolverebbe in una critica radicale alla prospettiva palingenetica disegnata dallo scritto di Paci, nel quale, sia pure con tono troppo timido, si avverte una qualche presenza metafisica quando si legge che "la cultura è la costruzione più prodigiosa apparsa nell’universo perché espressione di una coscienza non materica (leggi: immateriale)". Il mio discorso è allora una lettura tesa a vedere o a scorgere nelle tesi di quello scritto un soffio divino che s’incardina in buona misura con l’evoluzionismo materialistico. E’ sciogliere, infine, un inno all’uomo sia religioso che laico il quale fabbrica civiltà perché "gli animali", per dirla con l’ultimissimo saggio della Fallaci a difesa della vita, "non scrivono l’Iliade, l’Odissea, il Paradiso perduto, l’Eroica, L’Infinito e L’Universo dentro un guscio di noce. Non dipingono la Cappella Sistina, non dissertano sui Buchi Neri, non vanno sulla Luna e su Marte".

 

Il Dott. Paci ha tirato un utile sasso in piccionaia, io ve ne ho gettato un altro. Mi auguro che altri amici gualdesi tirino il loro. La crescita del Paese si ricava anche da questo, se non soltanto da questo.

IL DIBATTITO

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