L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 5 - 13 marzo 2005

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Il territorio sigillano

 

di Giuseppe Pellegrini


Fino a qualche decennio fa, gran parte del territorio sigillano era abitato da contadini, padroni dei contadini, artigiani e da alcuni dottori, speziali, guaritori, notai, podestà, e i Reali Carabinieri, nonché il "beccamorto", il balivo, la guardia e ‘l guardiano del monte. Questo almeno fino agli anni cinquanta, prima che si verificasse il cosiddetto "miracolo economico".

 

Ognuno era lì a fare la sua parte: "chi ad obbedire e chi a comandare, chi ad istruirsi e chi a non sapere cosa fosse un libro". Contadini ed artigiani si ritrovavano ogni domenica nelle cantine per parlare di lavoro, per bere il vino, per giocare a carte, a bocce, a morra. C’era, anche, attesa per il gioco della Ruzzola, per il tiro del Ruzzolone, o della Boccetta, che scatenava passione e violenza.

 

I padroni e i dottori si incontravano tra loro e formavano quasi una casta. Le donne dei contadini e degli artigiani vacavano anche di domenica nei campi o dietro alle faccende e ai figli sempre troppo numerosi. Le cose andavano così da anni, forse da secoli, senza riscaldamento, senza strade asfaltate, senza traffico e senza soldi. Come nel medioevo contadini e artigiani barattavano polli e vanghe, brocche e farina, carri e salumi, scarpe, finimenti, olio e vino.

 

Luoghi, persone e cose da foto d’epoca che io ho fatto appena in tempo ad impressionare nel ricordo: "Strade bianche solcate dai carri dei buoi e dei muli, polverose e fangose secondo l’umore del cielo, vicoli inondati di fiori grondanti dai davanzali, donne appesantite da brocche e cesti di panni lavati alle fonti o al fosso, un vociare sparso di bambini e d’adulti a scandire le ore del giorno, i giorni e le stagioni. La mietitura, la vendemmia, la raccolta delle olive ripetevano gesti antichi intercalando un frasario ora romantico, ora ironico, ora scherzosamente volgare".

 

Oggi molte cose sono cambiate, viviamo fortunatamente meglio, abbiamo case confortevoli, strade asfaltate, chi ha voglia lavora e guadagna mentre le scuole si sono aperte a tutti. Le donne si sono emancipate, i contadini ingentiliti, ci sono industrie, alberghi, centri sportivi e ricreativi, è in atto una concreta valorizzazione delle risorse del territorio, abbiamo allontanato i tempi della miseria e della rassegnazione. Solo che, nella fretta di chiudere con un’età di forzati sacrifici, di sconosciute speranze, abbiamo finito per alzare muri di silenzio e d’indifferenza anche su quello che sarebbe stato meglio ricordare. Presi dalla smania di cambiare, non ci siamo accorti che anche noi stavamo cambiando. Insieme ai muli e ai buoi dalle strade sono scomparsi gli artigiani, in troppi se ne sono andati sotterrando chissà dove le tradizioni, i canti, le feste, le parole, quel nostro modo d’essere noi stessi.

 

Che cosa resta a raccontarci gli umori di quell’ambiente di contadini e d’artigiani, dei pensieri, dei sentimenti e delle voci di chi per i campi e nelle botteghe sudava litaniando sentenze e imprecazioni? La famiglia con la sua struttura patriarcale. Il ritratto di famiglia raffigurava un’ordine che ormai ha mutamenti assai profondi che rappresentano altrettanti modelli non più eccezionali. Pertanto, anche nel sistema familiare stanno emergendo nuove figure di protagonisti "nuove madri e nuovi padri" e di conseguenza "nuovi figli".

 

Si obbedisce al "partito della pagnotta", della sopravvivenza in un mondo dove i poveri non hanno peso, dove il "poretto" non ha mai ragione e dove il popolo è come la somara: "porta il vino e beve l’acqua".

SIGILLO

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