L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 5 - 13 marzo 2005

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Gli eremi del Monte Maggio

Ospitarono mille anni fa, fra l'altro, anche San Romualdo


S. Romualdo nacque a Ravenna (a. 952 ?) dalla nobile famiglia degli Onesti. A venti anni lasciò le ricchezze del casato e si fece monaco nel monastero di Classe. Fu consacrato sacerdote nel 978.

 

Da questa data cominciarono le sue peregrinazioni e fondò eremi per le nuove vocazioni a Venezia, S. Michele di Cuxa nei Pirenei, Origario (Comacchio - foce del Reno), Isola del Pereo (Ravenna), Cassino ecc.

 

Nel 992 fu ad Umbertide sui monti Acuto e Pregio e intorno al 993 sul Catria in un luogo non precisato ("non longe mansit a Catria". V.R.,19), forse nei pressi di Fonte Avellana. Nel 1004 fu a Parenzo, Istria e Biforco.

 

Nel 1005 si recò a Valdicastro dove fondò prima un eremo, costituito da celle solitarie, e successivamente l’abbazie di S. Salvatore e di S. Elena.

 

Nel 1011 ritornò a Valdicastro dove trovò i monaci contrari a lui e alle regole della vita eremitica. L'abate Gregorio a Valdicastro aveva il compito di governare tanto il monastero quanto l'eremo.

 

Doveva fare l'eremita e solo nelle feste si poteva recare al monastero per dare ai monaci istruzioni e ammonizioni. Invece l'abate rimase sempre nel monastero, dimenticando la vita eremitica che per S. Romualdo era la cosa principale poiché di preparazione alla vita del cenobio. A nulla giovarono le rimostranze del Santo ai signori del luogo, anzi come ci riporta S. Pier Damiani, l'abate Gregorio ottenne il permesso dagli stessi di frantumare i legnami utilizzati per le celle dell'eremo.

 

S. Romualdo, vedendo che l'opera sua a Vadicastro andava perdendosi e l'ambiente diventava sempre più ostile, fu costretto a fuggire.

 

Il fallimento della congregazione di Valdicastro (a. 1011) portò il Santo lungo l'Appennino umbro- marchigiano ad Albella, a Sitria e in Toscana ,dove si fermò, fondando un eremo a Camaldoli (a. 1012).Albella era situata alle falde del monte Maggio nel versante umbro, nella località Capodacqua di Gualdo Tadino.

 

L'eremo aveva il nome di S. Pietro e S. Salvatore d’Albella, è citato dalle carte di S. Maria d'Appennino in una bolla di Adriano IV datata 16 marzo 1156, dove il papa prende sotto la sua protezione il monastero e i suoi possedimenti, tra i quali S. Pietro e S. Salvatore "de heremo" abitato da monaci benedettini.

 

Un secondo documento del 1302 indica la posizione "eremita Sci Salvatori et Sci Petri de aqua albella, que sunt posite in monte madio ...".

 

Un accenno a quest'eremo si trova in un terzo documento di S. Maria d'Appennino del 1308, dove in una lite è nominata una selva "in costa montis madii" confinante con il "fossatum romite".

 

S. Pier Damiani nella biografia del suo maestro riporta che il Santo partito da Valdicastro si fermò " non longe ab Appennino monte, in loco qui dicitur Aqua Bella ...".

 

Dopo la sosta in quest’eremo, S. Romualdo si recò nell'abbadia di Sitria.

 

Alcuni storici asseriscono che S. Pier Damiani si riferiva ad Albella di Valleombrosa situata nel Casentino, ma la logica delle distanze favorisce l'ipotesi che lo scrittore indicava l'eremo di monte Maggio. Difatti questo distava circa venti chilometri da Valdicastro e senz'altro S. Romualdo,trovandosi in difficoltà, si rifugiò nel vicino eremo d’Albella, forse proprio da lui fondato.

 

Perché in quella situazione precaria il Santo avrebbe percorso trecento chilometri per arrivare a Valleombrosa, per poi ritornare a Sitria?

 

Quest'ultima distava circa venti chilometri da Albella di monte Maggio ed era facilmente raggiungibile attraverso la Via Flaminia, gola del Corno o tramite la via di S.Cassiano, Bastia,Perticano, Isola Fossara.

 

A favore dell'ipotesi d’Aquabella di monte Maggio ci vengono incontro le Cronache Gualdesi del XIV secolo che testimonia la presenza di S. Romualdo nel territorio di Gualdo Tadino.

 

Nel XIII secolo sullo stesso sito d’Albella sorse il cenobio dei S.S. Gervasio e Protasio,dipendente dall'abbazia di S. Croce d'Avellana, oggi completamente scomparso.Tal edificio benedettino, secondo un rogito del 1499, esisteva ancora alla fine del XV secolo. Successivamente sostò nei monti di Cagli, nella valle di Cantiano sul monte Petrano, nell'abbazia di S. Nicola di Luceoli, a S. Vicenzo al Furlo, a Sitria e a Gualdo Tadino dove la tradizione lo vuole sul monte Serra Santa. Secondo il Pagnani "Camaldoli non fu più importante delle altre sue fondazioni,anzi non aveva neppure il vero carattere dell'Istituto Romualdino".

 

Come a Valdicastro ed al Perèo, la riforma di S. Romualdo voleva che l'eremo si appoggiasse ad un monastero, che l’uno e l'altro fossero governati da un medesimo superiore, scelto tra i monaci, con l'obbligo di condurre vita eremitica e che il cenobio fosse la preparazione alla vita ascetica.

 

L'eremo e il monastero avevano in comune la chiesa, il cimitero, un'infermeria, una dispensa, un'amministrazione domestica. In questo connubio stava la caratteristica della riforma.

 

Invece a Camaldoli troviamo soltanto l'eremo.Al posto del cenobio S. Romuldo fondò un semplice ospizio, il quale, è vero, diventerà un gran monastero unito al sacro eremo, ma ciò avverrà molti anni dopo la sua morte. Durante la fondazione degli eremi, i seguaci di S. Romualdo erano dei semplici benedettini o eremiti dell'abate Romualdo. Solo un secolo dopo tutti i monaci ed eremiti presero l'abito bianco e il nome di Camaldolesi. S. Romualdo non fu mai capo di un movimento religioso, egli fondò e riformò monasteri ed eremi senza unirli in un'unica Congregazione.

 

Secondo quanto scritto nella Storia Ecclesiastica (XIII,485) del XV secolo: "gli eremiti stavano a due a due in celle separate, intenti continuamente a salmeggiare, pregare e leggere. Per quattro giorni della settimana si cibavano di solo pane ed acqua; di martedì e giovedì mangiavano un po' di legumi che cuocevano loro stessi. Nei giorni di digiuno misuravano il pane; avevano vino fuor solo per la messa e per gli ammalati. Andavano sempre a piedi nudi e disciplinati, facevano genuflessioni, si battevano il petto,stavano con le braccia distese per il tempo che le forze e la devozione consentivano a ciascuno. Dopo l'ufficio della notte recitavano prima del giorno tutto il salterio".

 

Federico Uncini

CULTURA

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