L'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 3 - 13 febbraio 2005 | |||||
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La strage di Cefalonia nel 1943 La storia ufficiale e quella dei sopravvissuti. Davanti la Grecia, intorno il mare Ionio, accanto le isole più famose di Itaca e Corfù. Greci ortodossi con una minoranza cattolica raccolta nei pressi della chiesa di Argostoli. Li viveva padre Agostino Arau. Nato e vissuto a Costantinopoli, dopo un periodo trascorso a Roma, era stato mandato nell'isola a dirigere quella comunità. Erano i primi anni 80. Si era andati con una Fiat Ritmo in tre, il traghetto a Brindisi, raggiunto facendo tutta la via Appia da Roma. E poi Samo, Argostoli, e Fiscardo sulla punta nord dell'isola.
Si era andati per una vacanza di mare, ma io volevo vedere e sentire anche qualcosa della battaglia, che si era svolta lì nel '43 tra italiani e tedeschi, e della strage dei nostri, che ne era seguita.
Se ne parlava sui giornali da qualche anno, da quando noi di sinistra avevamo sdoganato quel fatto d'armi, dall'oblìo nel quale avevamo relegato tutte le altre vicende della guerra fascista. Come la resistenza contro i tedeschi di Porta San Paolo a Roma, questa storia di Cefalonia cominciò ad essere celebrata come esempio del riscatto del popolo italiano dall'oppressione nazi-fascista. Non era invece politicamente corretto parlare dei nostri soldati di Russia o di Africa, ma questa è un'altra storia. A Cefalonia il presidio militare italiano era costituito da circa 10.000 uomini della divisione Acqui, al comando del generale Gandin. Con loro c'era un contingente germanico e l'armistizio del settembre '43 mise gli uni contro gli altri.
Non vi fu soccorso per i nostri, da parte di navi o aerei amici, solo ordini contraddittori da parte del nostro comando, che nel frattempo era fuggito da Roma e si trovava a Brindisi. La flotta inglese stette a guardare, mentre i tedeschi mandavano rinforzi. O per obbedire all'ordine di Badoglio, che aveva invitato a rivolgere le armi contro i tedeschi, per poi smentirsi in una successiva richiesta di conferma; o per l'iniziale superiorità numerica; o per la popolazione dalla loro parte; o per il senso dell'onore; o per sbaglio, o ... fatto sta che non si arresero. Tanti morirono in battaglia, gli altri furono giustiziati una volta fatti prigionieri.
Padre Arau era il custode della memoria di quei fatti, ci portò in giro nei luoghi di quel passato: il cimitero dei nostri caduti, quei pochi di cui si trovò il corpo; la casa rossa con la cava vicina dove avvennero le esecuzioni; i resti della caserma Mussolini dove erano in parte acquartierati. Tutto era rimasto, come allora. Di nuovo, si notava una lapide tardiva in marmo nero, inaugurata dal presidente Pertini, alcuni anni prima, quando i greci avevano concesso il permesso.
Un sopravvissuto si era fermato nell'isola, si era sposato con una greca e passava il suo tempo a mettere in ordine il cimitero e i ruderi degli alloggiamenti della divisione. Aiutava padre Doroteo, ma era schivo con i turisti che chiedevano qualcosa di quel lontano fatto d'armi, anche noi lo vedemmo appena. Parlammo con degli anziani, che ricordavano quei giorni: ci raccontarono che un po' di italiani si salvarono perché furono nascosti nelle loro case dai greci, pochi altri scamparono all'esecuzione e furono portati via, prigionieri, dai tedeschi. Dicevano che i tedeschi erano cattivi con loro, mentre gli italiani erano brava gente: stessa faccia, stessa razza sentenziavano.
Dopo la battaglia, la notte, ardevano fuochi, bruciavano i corpi degli italiani uccisi. I greci dicevano che erano i soldati italiani che andavano in cielo. Tra i sopravvissuti alcuni anni dopo, ne ho conosciuti due. Uno era del mio paese, Sigillo, l'altro un calabrese di Monasterace, padre di un amico di laggiù. Questi era al tempo, e anche dopo, un fascista convinto e mi raccontò che la battaglia iniziò per un accidente fortuito. Durante le trattative tra i nostri ufficiali e i tedeschi, arrivarono delle navi germaniche con uomini e munizioni. Le nostre batterie costiere presero a sparare, forse per avvertimento, e, lontani dal comando, sicuramente ignari della trattativa.
Colpirono una nave e fu la battaglia. Si salvò perché parlava tedesco e i camerati del giorno prima gli usarono riguardo. L'altro era un contadino, che non sapeva niente di politica e del perché lo avevano mandato a combattere in Grecia. Fu catturato con un compagno alla fine della strage in un campo di ulivi. Ruppe il moschetto come segno di resa e questo gesto, forse, gli salvò la vita. Li portarono nel cortile di una caserma con pochi altri scampati, e li tennero li per 15 giorni senza mangiare e senza bere. Gli altri morirono quasi tutti, loro due si salvarono, calandosi nel pozzo asciutto e mangiando la terra umida. In lugoslavia, al seguito dei tedeschi, erano addetti ai muli, finché non li catturarono i partigiani di Tito. Dopo qualche anno, a guerra finita, tomo al paese e riprese a fare il contadino. Era partito comunista e tornò comunista. Con il suo compagno di prigionia si ritrovavano una volta l'anno, e sono morti tre anni fa, a poca distanza l'uno dall'altro.
Forse la strage di Cefalonia è un esempio fulgido e drammatico della presa di coscienza di una guerra sbagliata, di un'alleanza storicamente innaturale con i tedeschi, di un riscatto da costruire con le armi. Questo la storia ufficiale racconta, ripensando i fatti a distanza di tempo, quando le passioni sono sopite e la memoria dei protagonisti affievolita. Ma la tragedia consumatasi in quella lontana fine estate del '43, nel racconto dei superstiti, si tinge delle tinte fosche della paura, del sangue e della morte. C'è poco spazio per l'epos e lo stesso eroismo assume il carattere di una necessità animalesca, di una lotta ancestrale per non soccombere, per sopraffare. I fatti raccontati dalla grande storia assumono significati spesso sconosciuti a coloro che vivono quegli avvenimenti sul campo, solo raramente i due piani coincidono.
A Cefalonia questa cosa forse è accaduta.
Marcello Paci | STORIA | |||||
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