L'ECO del Serrasanta

 

N. 2 - 30 gennaio 2005

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Ambiente

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CON LA TESTA FRA LE NUVOLE (93)

Rubrica amatoriale di meteorologia e climatologia a cura di MeteoAppennino

E' arrivato l'inverno


08invcarta.jpg (34576 byte)Come già notato altre volte in questa rubrica, Acqua e gelo non resta in cielo: non era possibile che quest’inverno continuasse con le temperature di dicembre, bel 2°C sopra le medie, e di gennaio, 1°C più caldo del normale. Quando, infatti, per troppo tempo il freddo rimane confinato entro le alte latitudini, il divario termico fra le zone polari e quelle temperate diventa così marcato che uno scambio di calore deve in qualche modo manifestarsi: è giocoforza che ciò avvenga. E quest’anno la situazione stava divenendo, dal punto di vista climatico, insostenibile.

Piove su ... Babbo Natale

Durante i mesi di dicembre, prima, e di gennaio, poi, tutta l’Europa aveva conosciuto temperature superiori alle medie. In Lapponia, terra di Babbo Natale, dove le medie di gennaio si aggirano sui – 25/-20°C, i termometri lanciavano preoccupanti segnali d’allarme, con valori di poco inferiori allo zero e deboli precipitazioni nevose. Peggio ancora andava nel sud della Finlandia, dove le medie invernali si aggirano fra – 10°C e i – 6°C: ad Helsinki, dopo un Natale bagnato, anche le prime due decadi di gennaio avevano visto assoluta prevalenza di precipitazioni liquide e temperature, in alcuni casi, prossime ai + 10°C. Stessa cosa nelle pianure della Russia: qui dai – 15°C attesi si era passati agli 0°C e, qualche volta, anche di più. Meno irregolare la situazione dall’altra parte del globo, sopra le pianure canadesi, dove i valori di temperatura rientravano nelle medie, mentre in Siberia, ci si trovava ben 15°C oltre il normale.

Colpa del vortice polare

L’anomalia consisteva in questo. Sopra i due poli, l’aria è talmente fredda che tende a divenire molto densa e pesante: scende dunque al suolo, schiacciandosi verso il basso e dando origine ad una serie di poderosi anticicloni – quello siberiano, quello canadese – e lasciando una sorta di "buco" d’aria in quota. Questo "buco", detto "vortice polare", è una gigantesca depressione, articolata in più nuclei, che funziona come un enorme aspirapolvere: convoglia verso di sé tutta l’aria in quota, di origine sub-tropicale, che continuamente viene sollevata a forza dalle depressioni extratropicali (ad es. le perturbazioni atlantiche) e dalle depressioni permanenti (ad es. il ciclone dell’Islanda) che stazionano attorno ai 60° di latitudine. Solitamente, durante la fase più fredda della stagione invernale, il potente vortice polare conosce una o più fasi d’indebolimento: per cui, il "risucchio" in quota verso il polo si allenta e la serie di depressioni associate al vortice polare tende ad allontanarsi da esso. Si formano ondulazioni molto ampie – vedi la carta del geopotenziale relativo a 500 hPa, sopra il polo nord per martedì 25 gennaio – che provocano "colate" di aria fredda fino alle basse latitudini. In casi eccezionali, come nel 1956 o il 1985, il vortice polare, a causa di un anomalo riscaldamento della stratosfera (il famigerato "stratwarming" di cui abbiamo già parlato), scompare del tutto ed allora l’aria fredda collassa verso i tropici, dando vita a lunghi periodi di gelo.

Gelo sì, ma non eccezionale

Non è il caso dell’ondata di gelo di quest’anno, che nasce solo da un modesto e del tutto normale stratwarming. A costo di essere smentiti (perché al momento presente l’ondata non è ancora iniziata), va detto che, per quanto intenso, il freddo non sarà eccezionale. Il nuovo 1985 deve ancora arrivare. Tuttavia è comunque significativo che anche quest’inverno, come i precedenti, sia stato caratterizzato da una notevole "robustezza" del vortice polare, che si è dissipata solo ad inverno inoltrato. L’inverno, insomma, tarda ad entrare e tarda ad uscire. È un segno incontrovertibile che gli oceani stanno assorbendo enormi quantità di energia, bilanciando così l’effetto serra.

Pierluigi Gioia

 

 

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