L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 23 - 5 dicembre 2004

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La nostra civiltà contadina

 

di Giuseppe Pellegrini


09casacolon.jpg (13642 byte)Le rapide trasformazioni socio- culturali e tecnologiche dei nostri anni lasciano dietro di se modelli di vita, che, anche a breve distanza di anni, è facile dimenticare e che le nuove generazioni potrebbero non conoscere o avere notizie superficiali. Le case coloniche sparse nella nostra campagna o sui colli al di là del Chiascio, anche se in gran parte vuote, parlano di storia, da non dimenticare come dimensione umana e sociale, perché il ricordo né resti vivo, di una civiltà contadina, così densa di vita, di fatiche e di sacrifici.

 

Una tipica casa colonica

 

La casa: si componeva, in genere, del pian terreno e del primo piano, al quale si accedeva da una scala esterna, con balcone da capo. La casa, quasi sempre, era povera e priva di conforti. Al piano terra, il vano principale era occupato dalla stalla, con foraggiera per le bestie. Non mancava mai l'immagine di S. Antonio Abate. C’erano poi la cantina, il forno, e la stalla per le pecore. A parte si teneva il pollaio per galline, tacchini (billi), anatre, oche, la conigliera e lo stalletto per i maiali. C’era l’aia (l’ara), con vari pajari, di mestica, fieno, paglia, pula, sorretti dallo "stollo". Accanto all’aia stava la capanna, dove si mettevano gli attrezzi agricoli per difenderli dalle intemperie. I rastelli, le scale, erano appesi alle pareti. Sui muri di casa pendevano lunghe trecce di granturco. A fianco dell’ara c’era il travaglio.

 

Era formato da sette tronchi di grosso volume, piantati per dritto e molto resistenti, con due tavoloni forati, sui quattro tronchi della parte retrostante. Quando si doveva ferrare una bestia, si portava al travaglio, le si tirava una gamba, si metteva la stanga, cui si legava fortemente la bestia perché non scappasse, e poi si ferrava una gamba per volta, fissando lo zoccolo con i chiodi forgiati.

 

Più lontano, in genere, si trovava il pozzo, dove le donne andavano ad attingere l’acqua con grandi brocche di rame, che portavano in testa, protette dalla "coroja".A difesa della casa non mancava mai il cane "da pajaro", perché abbaiando avvertisse se qualcuno stava arrivando e difendesse la casa.

 

Nella stalla, specialmente nella stagione invernale o quando scarseggiava la legna per il focolare, i contadini si radunavano volentieri, perché era l’ambiente più riscaldato della casa; si univano loro anche quelli delle case vicine; ragionavano, discutevano, raccontavano di caccia e di ciò che succedeva, scrutavano il tempo e parlavano dell’andamento della stagione. La stalla si trasformava in un modesto ritrovo per la vita di comunità.

 

Al primo piano si apriva una vasta cucina, dominata da un ampio focolare, che costituiva il centro della vita familiare, dove ci si radunava, specialmente la sera, per scaldarsi, raccontare le notizie del giorno e in molte famiglie per recitare il santo rosario.

 

Appeso al muro, accanto al focolare, stava l’immancabile fucile, con la cartucciera ben fornita. A lato della cucina si aprivano le stanze da letto, di solito intercomunicanti, col soffitto sempre a tetto, molto fredde durante la stagione invernale. C’era poi il magazzino, con la salata, i raccolti dell’anno, e le tavole del formaggio. Quando calava la sera, la cucina era rischiarata, nei tempi più antichi, con lumi a grasso, o ad olio; poi si passò alla lampada a petrolio, all’acetilene, al gas. Infine, ai nostri ultimi tempi, alla luce elettrica.

 

Tutte le fatiche dei campi e della stalla, con la governa delle bestie, erano dure; ma quelle della lavorazione delle maggesi con aratro tirato dalle vacche, zappatura, potatura, falciatura dei fieni in campagna e in montagna, trebbiatura, vendemmia, erano pesanti; quelle della mietitura del grano diventavano giornate campali, snervanti sudate. Non c’era tempo da perdere: il grano cade e non aspetta. Si cominciava a mietere all’alba col falcinello; si sospendevano i lavori nelle ore più calde quando il sole dardeggiava a picco; si riprendevano nel pomeriggio fino al tramonto. Quando si tornava a casa, stanchissimi, uomini e donne trovavano ancora la forza di cantare, a duetto i tradizionali stornelli della mietitura: "A Oh, Ceritanello mio, ceritanello, dammi la mano che ti do l’anello".

 

(segue)

FOLKLORE & TRADIZIONE

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