L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 23 - 5 dicembre 2004

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Le nostre città

Ieri, oggi, domani ...


07nscitta1.jpg (16275 byte)La città come luogo di identità, di valori, di memorie. La città cinta di mura da sempre, dall’inizio della storia, sino all’era contemporanea, con qualche eccezione temporale, come nell’impero di Roma. Permettevano anche la difesa, dagli altri, misteriosi, diversi, probabilmente cattivi. Limitavano lo spazio fisico conquistato all’uomo, la città appunto, dalla natura selvaggia intorno, ostile, conquistata lentamente. E al suo posto la campagna coltivata, i boschi regolati, le strade esploranti l’inconosciuto.

 

Nelle città, gli uomini si dedicavano alle attività gentili, della mente e del cuore, fuori a quelle delle braccia. Anche le guerre si officiavano fuori le mura, nella terra di nessuno. Quando si combatteva nella città si era all’atto finale, l’identità frantumata. Si poteva solo fuggire, come nel mito: Enea da Troia a Roma, con Anchise sulle spalle, simulacro di memoria fondante.

 

Le mura sono state abbattute nell’età moderna, con l’affermarsi della borghesia e dell’attività commerciale ed industriale conseguente. Il bisogno di comunicazioni rapide, di scambi più intensi, dunque di città aperte. Da noi, in Umbria, hanno resistito sino all’ottocento, all’unità d’Italia, alla conquista del paese da parte dei Savoia, che spazzarono via quella propaggine del medioevo nell’età moderna che era lo stato pontificio. Le pietre delle mura scomparse servirono ad edificare le nuove città del laicismo illuminista, anticlericale e borghese, che l’Europa esprimeva e diffondeva nel mondo.

 

07nscitta2.jpg (17367 byte)La città cambiata eliminò la distinzione tra i vicoli del centro storico e i viottoli della campagna, il flusso delle genti disperse il nucleo di identità e valori comuni parentali e di memorie. Nuove mode e credenze e ismi si sono imposti, di vita più breve, cambiabili, transeunti. La gente antica se n’è andata via, lontano. Quelli rimasti sono andati fuori le mura, nella periferia, che fu campagna, in anonimi palazzoni o nelle ville residenziali del nuovo benessere.

 

Abbiamo inventato manifestazioni storiche come surrogato di identità e abbiamo ridiviso la città nei rioni, antichi simboli di ancestrali rivalità. Ma a Foligno il Giotti non ospita più la comunità dei Goti, o il Pugilli quella dei Tuderti, e le case del Badia sono scomparse, distrutte dalla guerra e dai dissennati edifici degli anni 60’. A Gualdo Tadino, San Benedetto, San Facondino e gli altri rioni con il nome di santi, evocano storie, che contrastano con l’attualità regionale che ha redatto in questi giorni una costituzione, nella quale non si fa cenno alla tradizione religiosa che sta dietro il nome di quei rioni. Come se Francesco d’Assisi e Benedetto di Norcia e Iacopone di Todi e tutti gli altri, per i quali l’Umbria è conosciuta nel mondo, abbiano minore diritto di rappresentanza.

 

Ma gli albanesi e i magrebini abitano le case del centro cittadino e va bene così, ma è triste che le volte affrescate dei palazzi antichi, raccontino scene, allegorie, putti, e miti sconosciuti ai nuovi abitatori. Gli è che la città è scomparsa e le mura sono state abbattute ed ogni cosa si è confusa con le altre. Siamo oltre la modernità e il dominio della borghesia, la nostra è l’epoca della post-modernità, caratterizzata da un generale relativismo e nichilismo. In economia è il trionfo del capitale e della globalizzazione, in politica e in etica si sgretolano certezze e valori. Ma questa cosa mostra il suo limite, gli uomini si ritrovano sempre più orfani e soli. Forse, anche per questo, la strage di Nassirya del 2003 ha risvegliato un sentimento d’amore per la patria, sconosciuto, se non addirittura proibito da decenni.

 

In televisione films che raccontano la vicenda di Perlasca, di Salvo D’Acquisto, di Borsellino, fanno schizzare in alto l’audience, con buona pace della tv spazzatura lasciva e ammiccante, che domina i palinsesti. Una sorta di ribellione dal ruolo di consumatori rincoglioniti, nel quale il nuovo potere ci vuole relegare. E in America, il rozzo Bush vince sull’intellettuale Kerry e gran parte delle televisioni e della stampa, del cinema e della cultura, delle università importanti dell’east-coast si erano espresse per quest’ultimo.

 

Appare, che nei momenti cruciali, qualcosa di più profondo entra in gioco. Si fanno scelte dettate da bisogni ancestrali, da ricerca di valori scomparsi, da insoddisfazioni profonde, che come fiumi carsici scorrono dentro di noi, sotto il livello della coscienza e della ragione.

 

Forse non dovevamo abbattere le mura delle nostre città, dovevamo aprire, solo, altre porte.

 

Le città invisibili di Calvino sono luoghi della fantasia, come pure le città mongole raccontate da Marco Polo, entrambe rimandano a suggestioni, che vivono confuse dentro di noi, generano inquietudini ed angosce, nel trascorrere i luoghi di questa città globale che è diventata il nostro mondo.

 

Marcello Paci

COSTUME & SOCIETA'

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