L'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 14 - 18 luglio 2004 | |||||
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Mondanimale ... l'ultima faida dell'Appennino Un fatto realmente accaduto sui prati di Valmare nel 1945
di Valerio Anderlini Valmare, quella distesa di prati perenni che si estende sul versante nord del Monte Maggio, raggiungibile in passato per la strada che portava al valico, noto nellantichità come "La Stercorata", e distrutta qualche anno addietro da un intervento scriteriato della Comunità Montana, è stata per secoli una delle zone di frizione fra le popolazioni insediate sui due versanti appenninici. In tempi in cui la legna dei boschi e lerba dei prati per far pascolare gli armenti o per una pregiata fienagione, costituivano le sole fonti di ricchezza, prima che nel XVI secolo i delegati pontifici tracciassero una linea di confine nellillusione che fosse sufficiente per far vivere in pace le popolazioni, qui spaziavano da secoli con i loro greggi i pastori di Vaccara e Palazzo Mancinelli da dove, nella stagione della fienagione, si saliva per falciare quellerba profumata da miriadi di fiori che poi, essiccata e raccolta nei fienili, nella stagione invernale assicurava per il bestiame un fieno di prima qualità. Tuttavia, quantunque i papi non avessero risparmiato interdetti e scomuniche a coloro che non avessero rispettato il confine con la lontana Fabriano, le popolazioni umbre avevano conservato "di fatto" il diritto delluso civico di pascere e legnare in unampia zona oltre il confine amministrativo, che aveva preso il nome di "abutinato", una parola tradotta dallantico linguaggio latino e che significava "dalluso". La maggior parte dei prati era di proprietà privata, salvo quelli nei luoghi più scoscesi, che appartenevano alla comunanza agraria, ma in virtù di tradizioni ataviche, su tutti vigeva la legge consuetudinaria per cui il pascolo nellintera zona era libero per tutto lanno, tranne nei ristretti ambiti di cui il proprietario si riservava il diritto di sfalcio, che era segnalato stagionalmente attraverso la "fraschettatura", una specie di rito che si rinnovava ogni anno delimitando i prati con lapposizione delle "fraschette" infisse nei prati: per effetto di questa operazione i prati "fraschettati" erano interdetti al pascolo nel periodo compreso fra le feste di San Benedetto (21 marzo) e di San Giovanni (23 giugno), un periodo del resto in cui, per la ricchezza della vegetazione primaverile, la limitazione non creava rilevanti problemi per i greggi al pascolo.
In una serata della tarda primavera del 1945, tuttavia, il Burino, rientrando al paese con le greggi, al termine della sua giornata passata in montagna, portò ai paesani la notizia che sul versante del Monte Mutali antistante al Monte Maggio e che degrada sui prati dei "Pianacci" che erano stati tutti "fraschettati", per lintera giornata avevano pascolato le vacche di un contadino di Palazzolo con le conseguenze e le prospettive che è facile immaginare. Una vicenda che oggi ha dellincredibile (o giù di lì) divenne per il paese un affare di stato: era di sabato e la sera stessa, in una riunione presso il Circolo, allunanimità si decise la spedizione punitiva. Lindomani mattina tutti i proprietari dei prati interessati, anziché recarsi a Messa come di consueto, presero la strada della montagna: cerano i rappresentanti di quasi tutte le famiglie e, strada facendo, montava la rabbia e si udivano le invettive ed i progetti più stravaganti, per ridurre gli intrusi al rispetto della legalità. Io mi ero accodato alla comitiva, nonostante la mia giovane età, non so se spinto dalla curiosità insana di andare ad assistere ad uno spettacolo o dalla prospettiva di una gita per raccogliere qualche mazzo di narcisi sui prati; in ogni caso non ero certamente io che potevo influire sulle sorti della controversia. Quando, raggiunti i mille metri di quota, la comitiva accaldata per landatura sostenuta, per qualche libagione di troppo durante il tragitto, e perché il sole cominciava a farsi sentire, sostò a prender fiato alla "cantina dei vecchi", un anfratto ombreggiato da una siepe di noccioli prima del poggio della Marta Granne, Gioannelongo, che era stato uno dei più inquieti per tutta la mattinata, dopo aver sbirciato attraverso la vegetazione verso la zona mèta della spedizione, che in linea daria distava ormai poche centinaia di metri, brandendo il marraccio che portava appeso alla cintura, proruppe in una imprecazione: "Mondanimale, cè anche stamattina e sta con le vacche proprio sul prato mio, adesso vo su e je tajo el collo". Inutile dire che la sosta e il ristoro cessarono immediatamente, la comitiva riprese a salire spedita, aumentando di intensità gli intenti bellicosi man mano che ci si avvicinava al luogo del misfatto, mentre Gioannelongo imponente davanti a tutti, allungava la falcata in modo innaturale per la fretta; mentre il resto della truppa giungeva alla spicciolata, lui fu il primo a raggiungere la distesa dei prati, tagliando di traverso: in men che non si dica si diresse urlando verso il malcapitato che era intento alla sorveglianza del bestiame, lo avvicinò e, dopo averlo afferrato per i capelli, sganciandosi dalla cintura il marraccio glie ne accostò minacciosamente la lama contro il collo, mentre laltro tentava di divincolarsi, cercando di giustificarsi. Vedo ancora davanti agli occhi, dopo sessantanni, questa scena ... Poi, fortunatamente, prevalse il buon senso, lerba ormai era stata pascolata, i prati erano stati rovinati e sul manto erboso fiorito non rotolò nessuna testa ... Ma limmagine raccapricciante di questultima faida medievale, alla quale assistei 60 anni fa sullAppennino, quando si faceva la guerra tra poveri anche per una manciata di fieno, io la conservo ancora nella memoria. | LETTERE
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