L'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 11 - 6 giugno 2004 | |||||
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IL NOSTRO 1944 Il viaggio di nozze in carriola Nozze di platino: la storia d'amore di Zaira e Domenico Giulietti, 60 anni dopo
Nel lontano 1944 ero da poco rientrato dall'Africa settentrionale - narra Domenico - dove avevo prestato servizio militare, uno dei pochi fortunati che, quando si parla di Giarabub o di El Alamein, può dire c'ero anch'io; con i miei, in fuga dalla Roma occupata dai tedeschi, approdai a Gualdo Tadino presso conoscenti con i quali mio padre intratteneva rapporti di natura commerciale: per me c'era l'esigenza di evitare che, dopo essere scampato alle vicende belliche, finissi nelle retate dei tedeschi per essere deportato in Germania. Alloggiavo a Vaccara ma, per rendermi utile, finii ben presto al mulino di Santino, sul fiume Rumori presso Cartiere.
D'altra parte, cosa non di secondaria importanza - aggiunge Domenico - ben presto mi ero reso conto che nel mulino, oltre ad un cibo assicurato, c'era una bella figlia 23enne del mugnaio che di tanto in tanto non disdegnava di fare capolino fra i sacchi del grano e della farina, che restava incantata ad ascoltare il racconto delle mie vicissitudini in terra d'Africa, e sulla quale avevo messo subito gli occhi; - galeotto fu il mulino - avrebbe scritto il Poeta - ed, anche se Santino non era del medesimo avviso, sta di fatto che fu amore. *** Erano gli inizi del 1944, con l'esercito tedesco impegnato a contrastare l'avanzata degli alleati, con tanti sfollati e sbandati dell'esercito che vagavano per le campagne, e tanti giovani che per sottrarsi all'arruolamento coatto da parte dei repubblichini e alla deportazione in Germania affluivano nelle bande dei partigiani; nel paese alla fame il mulino era un luogo di ricchezza e di relativo benessere, un punto di riferimento anche per gli occupanti i quali, pur presentandosi come amici affamati, ma armati, se non soddisfatti potevano trasformarsi nel volgere di un minuto in predatori e razziatori. E avremmo sperimentato ben presto quanto fosse esiguo il margine che intercorreva fra le due alternative. Una sera - si era all'inizio di marzo - aveva fruito della "ospitalità" di Santino un generale tedesco in transito sulla Flaminia con il suo codazzo; al momento del commiato - narra ancora Domenico - avvalendomi delle poche parole di lingua tedesca che avevo appreso durante il periodo trascorso in Africa con gli "alleati", mi feci coraggio e gli chiesi di rilasciarci un attestato che ci garantisse per probabili future esigenze ed il generale di buon grado soddisfece la mia richiesta ... fortunatamente, come avremmo costatato un paio di mesi più tardi. Alla metà di giugno infatti, allorché, accorremmo richiamati dal trambusto proveniente da casa Baldelli poco distante dal mulino dove si era istallato un comando tedesco, e nella quale in seguito ad un rastrellamento erano stati radunati alcuni catturati - due dei quali sarebbero stati fucilati in giorno successivo - solo l'esibizione di quell'attestato ci evitò di finire nel mucchio. *** Intanto, pur nella situazione di estrema precarietà in cui si viveva, aspettando gli alleati che non arrivavano mai e si faceva sempre più ingombrante la presenza dei tedeschi in ritirata, come provano i rastrellamenti e le esecuzioni fatte dalle SS nei primi giorni di giugno nella zona, mentre tutti erano impegnati nella lotta per la sopravvivenza, Domenico e Zaira erano impegnati in una loro battaglia con Santino, assolutamente deciso a contrastare i loro progetti di vita insieme, finché i due decisero di porvi fine a modo loro, prevenendo qualche iniziativa di Santino e decisero di metterlo davanti al fatto compiuto, con una fuga insieme, cui avrebbe poi fatto seguito il matrimonio riparatore. Fuga sì, ma come e dove? I treni non transitavano più da tempo sulla ferrovia, auto non ne circolavano tranne quelle dei tedeschi e, quanto ad ospitalità, in tempi di tesseramento annonario, dove andare era un problema di non facile soluzione. Fu così che Domenico, ricordando che a Gaville, un paesino della montagna sassoferratese distante una trentina di chilometri da Gualdo Tadino, abitava una sua vecchia zia, si recò a farle visita, recando come biglietto da visita un "prosciutto" ed una piccola scorta di generi alimentari, e con essa concordò che i "due piccioncini" avrebbero potuto trovare ospitalità sul versante orientale del Monte Cucco, quando avrebbero deciso di convolare, anche perché con il parroco del paese, Don Filippo Galletti, poi sarebbe stato relativamente facile regolarizzare il tutto. *** Espletati i preparativi, tutto era pronto per la fuga; prendendo con sé una valigia, con solo alcuni effetti personali e pochi generi alimentari, il 29 giugno 1944, giorno di San Pietro, tre giorni prima dell'eccidio in piazza e otto giorni prima dell'arrivo degli alleati a Gualdo Tadino, di buon mattino Zaira e Domenico di soppiatto partirono da Cartiere per il loro viaggio di nozze, a piedi: Casale, San Facondino, Vaccara, Palazzo, Categge, Palazzolo, Fossato di Vico, due fra i tanti, con la loro valigia come gli sfollati di cui pullulavano le strade, una buona dose di incoscienza ed i loro sogni. Il problema diventò arduo da Fossato di Vico in poi; infatti non erano stati ancora realizzati la variante ed il traforo della strada Val d'Esino e la sede della statale che si inerpicava fino al valico con la sua interminabile serie di tornanti, era intasata dal traffico dell'esercito tedesco e delle popolazioni sfollate dalle città bombardate. I due colombi tuttavia, dopo qualche sosta di circostanza, con un pò di fortuna e non poca stanchezza accumulata, percorsi una ventina di chilometri, a mezzogiorno si trovarono presso il valico dove, nascosti fra la vegetazione, sostarono per consumare il loro pranzo nuziale gettando un ultimo sguardo verso il mulino e GualdoTadino in lontananza. Il più era fatto; la ripresa del viaggio oltre il valico e per le strade sassose di montagna, si presentava relativamente agevole, se non fosse stato per quella valigia che dovevano portarsi dietro e che cavallerescamente Domenico non poteva lasciar trasportare anche a Zaira. Fu così che, quando i due notarono una carriola abbandonata sul piazzale della casa cantoniera dell'ANAS qualche centinaio di metri più avanti, Domenico si liberò del peso della valigia appoggiandola sulla carriola che ... divenne la loro compagna di viaggio per il resto del viaggio che restava da percorrere: ancora chilometri, attraverso Campodiegoli, San Cassiano, Cupo, Vallina, Bastia, Coccore, Coldellanoce; e, attraversando uno di questi centri abitati, durante la sosta per uno spuntino pomeridiano, la comitiva dei due sposi e della carriola si arricchì di un altro componente, un cane al quale avevano dato una crosta di pane, e che in segno di gratitudine li avrebbe seguiti fino a destinazione, abbaiando di tanto intanto quasi colonna sonora di una insolita marcia nuziale. Quando era ormai l'imbrunire il traguardo poteva considerarsi raggiunto, sia pur se stanchi e con i piedi gonfi per il lungo cammino percorso: per Gaville mancavano gli ultimi tre chilometri, che Domenico affrontò spingendo con impeto la carriola cigolante sulla strada sterrata ed in salita, mentre il cane saltellava abbaiando e attirando l'attenzione dei paesani che si affacciavano sull'uscio, per guardare con curiosità i due viandanti che si dirigevano verso la casa dove sarebbero stati ospitati. Non ci furono fiori d'arancio per la sposa, ma solo qualche fiore di campo che Zaira strappò dai greppi che costeggiavano le strade, durante le brevi soste lungo il percorso. Il viaggio di nozze di Domenico e Zaira, una trentina di chilometri percorsi a piedi da Cartiere a Gaville e durato l'intera giornata, era giunto al termine fortunatamente e senza incidenti, come era stato programmato: da Gaville sarebbe cominciato l'altro loro viaggio durato sessant'anni. (Ricostruzione di Valerio Anderlini) | RICORDI | |||||
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