L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 9 - 9 maggio 2004

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Un gualdese a Giarabub

Memorie di Michele Mancini della battaglia e della prigionia, raccolte

 

da Mauro Mancini

11giarabub.jpg (13369 byte)Sono arrivato a Giarabub nel dicembre del ’40, proveniente da una località posta nelle vicinanze di Tobruk, facevo parte del XXXII GAF (Guardie Alla Frontiera). L’oasi di Giarabub era caratterizzata dalla Moschea, dalla "ridotta Marcucci" e tutto intorno da delle colline, lì sono rimasto per quattro mesi, fino alla caduta del presidio. Le giornate le passavamo alternando pattugliamenti e guardie, guardie e pattugliamenti. Questi ultimi erano senza dubbio gli incarichi più duri e pericolosi, ma erano compensati con una scatoletta di tonno. Mi ricordo che in una di queste operazioni Nati Ostelio perse la vita: saltò su una mina che gli tranciò entrambe le gambe e morì lentamente, dissanguato. Mentre la vita lo abbandonava si rivolgeva disperato al dottore, un certo Valle, chiedendogli da mangiare.

Indubbiamente la guardia era un’attività meno pericolosa, ma l’ufficiale d’ispezione Angelo Longo una volta punì me e il mio amico Orfeo Pescini perché non avevamo vigilato attentamente. Di Orfeo ho ancora in mente l’indirizzo completo, perché le stesse lettere che scrivevo a casa per la mia famiglia le scrivevo anche per la sua. La truppa era composta tutta da soldati nati tra il ’19 e il ’20, in gran parte erano Siciliani. Umbri eravamo in due, io e uno di Passignano, di cui non ricordo il nome, Orfeo invece era Toscano.

La messa di Natale del 1940 fu celebrata per alcuni di noi, il giorno prima, proprio per non lasciare sguarnito il presidio, in un angolo esterno di quella moschea che costituiva il fulcro dell’oasi. L’attacco finale avvenne con grande dispiegamento di forze: oltre agli Inglesi c’erano Neozelandesi e Australiani con potenti autoblindo alle quali noi contrapponevamo armi della prima guerra mondiale e mitragliatrici austriache chiamate "svarsellose". Il presidio si arrese quando fu ferito il colonnello Castagna, ma mi ricordo l’eroica morte del tenente Guerriero che, benché ricoverato in ospedale perché affetto da ameba, al primo attacco nemico uscì dall’ospedale imbracciando le armi.

Fatti prigionieri fummo trasferiti a bordo di camion all’oasi di Siwa, poi al campo di Marsa Mattruh. Proprio nei pressi di Marsa Mattruh persi di vista Orfeo che, caduto dal camion che ci trasportava, era rovinato sulla strada. I soldati inglesi non mi consentirono di avvicinarmi, ed io risalii sul camion verso il campo 307. Al campo 307 rimasi fino al settembre del 1941. In questi mesi di permanenza al campo recuperai progressivamente la vista che si era notevolmente affievolita per le privazioni subite. Il 29 settembre, proprio il giorno del mio compleanno, fui imbarcato sulla Queen Elisabeth, destinazione Australia, ad altri ospiti del campo 307 era toccata in sorte o la Scozia o il Sudafrica.

La prigionia è stata assai lunga, dal 1941 al 1947, anche se devo dire che sono stato trattato con umanità. Prima tappa fu lo Stato di Victoria, e precisamente Villargorg, ma la parte orientale dell’Australia, in quei lunghi anni, me l’hanno fatta percorrere tutta! La destinazione successiva fu Booton Bay, poco distante da Sidney, poi mi è toccata Homme Hill, all’estremo nord dell’Australia, nella penisola di Capo York, dove eravamo impiegati a tagliare legna, poi sono ritornato a sud, ad Armidale, a lavorare in una fattoria. Finalmente, il 27 gennaio del 1947, dopo 34 giorni di navigazione, sono ritornato a casa.


La storia

(Da un sito del Ministero della Difesa)

Giarabub è un’oasi libica posta a circa 300 km dalla costa, è formata da palme, orti e pozze d’acqua, in una larga fenditura del deserto. Si trova su un crocevia di piste che collegano oasi libiche ad oasi egiziane; per molti giovani è solo un nome esotico, ma per i nostri genitori ricorda un atto di resistenza eroica dell’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, tanto nobile che il regime fascista lo additò agli italiani come esempio di virtù guerresca. Su questo episodio bellico, infatti fu composta una canzone e, nel 1942, fu girato un film con la regia di Goffredo Alessandrini.

L’attacco inglese contro questo presidio militare, inizialmente difeso, quasi esclusivamente, da soldati libici inizia nel giugno del 1940. Le sorti della guerra in Libia, per l’esercito italiano cominciano subito ad essere disastrose, tanto che nel dicembre del 1940 l’oasi era diventata rifugio per tutti gli italiani nel raggio di 200 km.; per effetto del ripiegamento, la forza dell’oasi è di 1300 soldati italiani e 800 libici; cominciano le difficoltà per mancanza di viveri, acqua e munizioni, ma i soldati italiani resistono fino al marzo del 1941, nonostante il nemico sia superiore per uomini e mezzi, nonostante gli inviti degli inglesi ad arrendersi e nonostante il messaggio inviato ai primi di febbraio dal comando di Tripoli reciti "Non abbiamo più possibilità di rifornirvi. Resistete fino a quando avrete viveri, e dopo arrendetevi chiedendo l’onore delle armi, che, dopo una sì lunga ed eroica resistenza, non potrà esservi negato ..."

Alle 5 del 21 marzo l’esercito inglese ed australiano vincono la resistenza dei nostri soldati che si difendono ormai con la baionetta. Nell’ultimo combattimento cadono 500 italiani.


La canzone di Giarabub

(ritornello)

 

Colonnello non voglio pane, dammi

Piombo pel mio moschetto

C’è la terra del mio sacchetto

Che per oggi mi basterà.

Colonnello, non voglio l’acqua, dammi

Il fuoco distruggitore

Con il sangue di questo cuore

La mia sete si spegnerà.

Colonnello non voglio il cambio,

qui nessuno ritorna indietro

non si cede neppure un metro

se la morte non passerà.

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