L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 9 - 9 maggio 2004

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LE ZONE ARCHEOLOGICHE GUALDESI: UN PATRIMONIO IMMENSO

Un parco archeologico

per Tarsino e per Tadino

Verranno ripresi gli scavi sia a Col dei Mori sia a Tadino. Appello degli studiosi perché finiscano una volta per tutte le ricerche "fai da te" col metal detector. "Vanificano totalmente il lavoro degli archeologici"

03tarsitad.jpg (14646 byte)Sorpresa, stupore, ammirazione, rammarico. Ecco i sentimenti che animano tutti gli archeologi che hanno visto, conosciuto e studiato le zone archeologiche del territorio di Gualdo Tadino. Sorpresa: questo è il primo sentimento - e tutti lo ammettono - nello scoprire che un territorio per certi versi così segnato dal progresso ha in realtà conservato, in sé, un patrimonio d’inestimabile valore. Tutto da scoprire. Stupore: perché imbattersi in una città protostorica del XIII sec. a.C., estesa oltre 5 ettari, non è cosa comune. Anzi, nell’Italia centrale è davvero un unicum. Ammirazione: non si può che restare ammirati di fronte a ciò che testimonia inequivocabilmente quello che fino a pochi decenni or sono la storia ufficiale negava e cioè che i popoli preromani, e nella fattispecie gli umbri, fossero giunti ad un così alto livello di civiltà urbana. Rammarico: perché, quando si realizza che una cava ha per anni impunemente tritato i resti di una buona metà dell’antico agglomerato urbano e che mai più si riuscirà a sapere nemmeno quanto quella città fosse grande, ecco che la rabbia e il disappunto la fanno da padrone.

Parte il "Progetto Tadino"

Questo, in sintesi, il risultato della bella (e l’aggettivo non è fuori luogo) conferenza stampa svoltasi lunedì 19 aprile scorso presso la Sala Del Monte della Rocca Flea. Obiettivo dell’incontro, la presentazione ufficiale del "Progetto Tadinum", il piano di recupero e valorizzazione delle due zone archeologiche del territorio gualdese che - finalmente - sembra essersi accorto del grande valore della sua storia e delle sue radici. Da qui l’interesse mostrato proprio dall’Amministrazione comunale che - come ha ribadito l’assessore Angelo Scassellati - si è mossa, d’intesa con la sovrintendenza regionale e con l’Università degli studi di Perugia, per creare i presupposti di un futuro completo recupero del patrimonio archeologico della città e di un suo utilizzo a fini culturali e turistici. A sottolineare l’interesse dell’Amministrazione comunale per la questione anche l’assessore Marco Ridolfi.

Un parco ed un museo archeologico

Puntuale, all’incontro, la dottoressa Laura Bonomi Ponzi, sovrintendente uscente ai Beni archeologici dell’Umbria, che non ha mai nascosto, da studiosa, la sua ammirazione per quanto emerso dagli scavi di Col dei Mori. Ripercorrendo la storia degli scavi archeologici, da Enrico Stefani in poi, la Bonomi si è detta totalmente disponibile - d’intesa con il Comune - a procedere in due sensi. In primo luogo per la ripresa degli scavi della città dei Tarsinater, che non ha ancora finito di regalare sorprese, e per la definitiva trasformazione della zona da "area di tombaroli" (gli amanti del metal detector) a "parco archeologico", realtà comune in altre regioni italiane, ma ancora sconosciuta in Umbria. In secondo luogo per la costituzione di Museo archeologico gualdese che dovrebbe contenere tutti i reperti che - come già detto in un nostro precedente articolo - giacciono negli scantinati del museo archeologico di Spoleto.

C’era una volta Tarsina ...

Le aree archeologiche gualdesi e i loro preziosi reperti sono difatti ancora tutte da scoprire: sia quelle umbre sia quella romana. Della città umbra di Tarsina ha parlato analiticamente il Dr Andrea Ponzi che, anteprima assoluta per Gualdo, ha mostrato una serie di immagini della zona archeologica con una precisa ricostruzione del centro abitato. Si tratta di uno dei più antichi ed importanti insediamenti preromani non solo d’Italia ma persino d’Europa. Insieme alla necropoli di San Facondino, ugualmente scavata dallo Stefani, ha fornito una sterminata serie di corredi, materiali ed oggetti di grande rilevanza e, probabilmente, ne fornirà ancora. La sovrintendenza, vista la disponibilità economica del Comune, ha difatti programmato la ripresa degli scavi.

Il mistero "Tadinum"

Di scavi si parla anche per Tadinum, la città romana. Gualdo Tadino è, difatti, un caso unico nella regione Umbria ed uno dei pochi in Italia: è una città "migrante", che ha cambiato per ben cinque o sei volte sito. Questo ha impedito la distruzione dei suoi resti, come invece è accaduto in gran parte delle altre città. "Tadinum è tutta da scoprire" hanno affermato il Dr Paolo Braconi e il Dr Simone Sisani, entrambi studiosi rispettivamente presso il dipartimento di Studi storico-artistici e la sezione di Studi comparati sulle società antiche dell’Università di Perugia. Sei, sette o forse più ettari di campi coltivati oggi celano i resti di quello che fu un piccolo municipium, ma in posizione strategica. "Scoprirlo e finalmente conoscerlo potrà dirci molte cose sulla storia delle città romane di questa dimensione, finora quasi inesplorate". Sarà l’indagine col radar e col magnetoscopio a definire una volta per tutte i confini della zona archeologica. Nel frattempo, indagini superficiali degli archeologi hanno permesso di tracciare, comunque, una prima pianta della città - che risulta già in posizione diversa da dove abbiamo visto accanirsi, negli ultimi anni, i metal detector. I reperti finora trovati vanno dal III sec. a.C. al V d.C. Questa è già una notizia rivoluzionaria: dove finì, dunque, la Tadino altomedievale? Quella, per intenderci, della diocesi tadinate, di San Facondino e della distruzione di Ottone III? Fu, dunque, solo un’invenzione dei falsari cinquecenteschi - come sostengono due studiose perugine - o, in effetti, migrò in un altro sito (e sarebbe il sesto della sua storia)?

Archeologi "fai da te"? Ahi, ahi, ahi!

Gli scavi, dunque, che inizieranno forse quest’estate risulteranno quindi basilari anche per la ricostruzione della storia della città. In più porranno fine ai blitz degli "amanti del metal detector".

Quest’ultima è, difatti, un’autentica piaga per il territorio gualdese. Come tutti gli studiosi presenti hanno ribadito, chiunque sottrae reperti metallici dalle zone archeologiche (monete, oggetti e via dicendo) non solo commette un reato ma rende anche difficile e spesso impossibile il lavoro degli archeologi, i quali, senza taluni punti di riferimento come quelli offerti da una moneta, hanno difficoltà a datare certe sezioni di scavo; senza contare poi i danni che il rimescolamento e la sottrazione degli oggetti arrecano alla corretta ricostruzione del contesto dell’insediamento.

Pierluigi Gioia

CULTURA

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