L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 7 - 4 aprile 2004

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La mia Africa

Memorie di Domenico Giulietti, raccolte da Valerio Anderlini

07lamiaafr.jpg (8149 byte)A distanza di tanti anni, mentre si assottiglia sempre di più il numero di quelli che l'hanno vissuta realmente, si continua a parlare delle vicende dell'ultima guerra mondiale; così anch'io scopro di avere qualche cosa da raccontare della mia avventura ad El Alamein negli anni che segnarono la mia giovinezza.

Avevo vent'anni quando, nel marzo del 1940, fui arruolato nell' XI BTG carristi e due anni più tardi partii con la divisione Trieste per il fronte dell'Africa settentrionale. Dopo la ritirata degli inglesi fino a Tobruk il nostro contingente entrò in Egitto, proseguendo fino a Sidi el Barrani e Marsa Matruh. Inizialmente avevamo il compito di sorvegliare i rifornimenti e di eseguire perlustrazioni mattiniere con i nostri carri e, per il resto ncampo base di El Dab'a vivevamo sotto una grande tenda inglese, proveniente dal bottino di guerra preso a Tobruk, in cui si poteva stare fino in tredici. Ricordo che una mattina fummo visitati anche dal generale Rommel: ci fece una buona impressione e, tutti sull'attenti in calzoncini, abbiamo ricevuto dal suo attendente un pacchetto di sigarette "Macedonia Extra", un atto che apprezzammo moltissimo, abituati alle diversità di trattamento che c'erano nel nostro esercito; probabilmente il generale già era consapevole di quali prove avremmo dovuto sostenere nei giorni successivi, superiori alle nostre possibilità.

I guai cominciarono nell'ottobre del 1942 quando, dopo un periodo di stasi, ripresero le operazioni. Mentre eravamo in perlustrazione, a bordo del carro, avvertimmo in zona dei forti bombardamenti e, nell'oscurità, ad un certo punto mi sembrò di vedere l'immagine di una pineta, poi ci rendemmo conto che erano carri armati inglesi schierati in assetto di guerra, seguiti dalle truppe di coloro che essi impiegavano in prima linea. Nel frattempo un perforante aveva colpito i sacchetti di sabbia che erano stati posti a protezione davanti al nostro carro; così fui costretto a far retromarcia poiché il nostro carro si era incendiato: purtroppo nel frattempo un altro colpo ci aveva centrato ed aveva colpito il sottotenente ed il servente, così io ed il marconista siamo usciti subito dal carro armato; io quasi illeso, lui attaccato alla mia caviglia e tutto bruciacchiato che continuava a implorarmi "Domenico soffiami, sto bruciando da tutte le parti".

Ci salvammo gettandoci in una buca nella sabbia, mentre il carro, con il motore acceso alla potenza minima, continuava a muoversi in retromarcia, finché non si bloccò su un cespuglio. Nella buca trovammo altri due militari di fanteria e, insieme, approfittando della nebbia prodotta dai fumogeni gettati dagli inglesi per coprire la ritirata dei loro soldati, che si erano spinti troppo in avanti, ci allontanammo. La mia avventura sulle sabbie di El Alamein era terminata.

Tutti e quattro ci mettemmo in cammino a piedi, perché i nostri mezzi erano tutti fuori uso. Ricordo che c'erano morti dappertutto. Camminavamo durante la notte, anche se avevamo l'impressione di ritrovarci sempre allo stesso punto, finché finalmente trovammo una palizzata di legno, era la nostra base, ma era stata abbandonata e non c'era più nessuno.

Proseguendo, avemmo la fortuna di incontrare un camionista che ci portò a Marsa Matruh, da dove poi, con altri mezzi di fortuna, raggiungemmo Bengasi e Tripoli, dove restai trascorsi il periodo delle feste natalizie e di fine d'anno, allontanandomene solo quando arrivano gli inglesi il 22 gennaio. Prendemmo il cammino verso la Tunisia, sempre con mezzi di fortuna, passammo la città di Sfax, poi Susa e, dopo qualche giorno arrivammo a Tunisi, dove trovammo l'ospedale da campo n.180. Dopo un periodo di ricovero, per bronchite asmatica, febbre e denutrizione ed alla dimissione ricevetti il foglio di via per il rimpatrio, ma con difficoltà per la partenza finché uno Junker tedesco mi portò a Napoli; in pieno inverno, era il 5 febbraio, giunsi all'aeroporto di Capodichino da dove a piedi, e con indosso solo un paio di calzoncini consumati e niente altro raggiunsi la stazione dove salii sul primo treno per Roma.

Ricordo che, durante il viaggio essendomi addormentato per la stanchezza, nel sonno sentivo una voce che chiedeva "biglietto per favore"; ci mancò poco che mi facessero scendere dal treno perché indosso non avevo nulla.

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