L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 6 - 21 marzo 2004

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La storia sfortunata di Mauro Mordenti, campione mancato

Vi racconto due cose che forse non conoscete. Sapete che nella storia del motomondiale è esistito (anzi, esiste!) un gualdese che ha preso parte a diversi Gran Premi, facendo segnare punti nella classifica iridata della classe 50 cc? La seconda? Beh, non ci crederete, ma fu proprio quel gualdese il primo a propiziare l’accoppiata del nome Rossi con la moto n. 46, quasi vent’anni prima di Valentino.

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Giù la maschera, quel gualdese sono io! Mi chiamo Mauro Mordenti sono nato nel 1960 e alla fine degli anni 70 era un ragazzo (originario di Roma, di sangue romagnolo ma di madre appunto gualdese) che sognava di correre nel motomondiale. Era un periodo, quello, non ancora contrassegnato da sponsor miliardari, da interessi colossali e da barriere sbarrate. Al contrario il il campionato del mondo era un enorme circo con 6 classi (50, 125, 250, 350, 500 e sidecar), con quasi 200 piloti in totale e la possibilità di gareggiare, specie nelle classi minori, in sella a una moto artigianale, realizzata praticamente in casa da un mio amico, Eddy Rossi. Il tutto giungendo in pista con una roulotte che fungeva sia da camper che da carrello e officina allo stesso tempo.

Il mio debutto assoluto fu nel 1978 con una Minarelli 50 comperata a Imola. Con essa debuttai nel campionato Junior correndo a Vallelunga e Magione, giungendo 8° al mio esordio assoluto. I tempi erano molto diversi da quelli di oggi, come dicevo: era possibile accedere ben presto al motomondiale, a patto che un pilota avesse dimostrato di meritarlo: nel biennio 79-80 mi ero messo in evidenza a Vallelunga provando sotto gli occhi del team di Alberto Jeva più volte campione italiano della categoria, che rimase impressionato dalla mia guida e mi propose di provare la sua moto, una delle leggendarie Kreidler. In quattro e quattr’otto mi ritrovai ingaggiato per la corsa del campionato italiano Junior, sempre a Vallelunga. Partii 6°, risalii fino alla 3-a piazza, ma poi restai senza freni, giungendo comunque 4°. Il ghiaccio era rotto. Fui poi 5° a Magione, restando ancora una volta senza freni, piazzandomi 6° assoluto nel campionato, essendo così promosso per l’80 nella classe Junior Nazionale.

Quell’anno mi ritrovai in sella a una Derbi. A Vallelunga, mentre ero in testa, caddi e poi risalii in sella: nonostante ciò, giunsi 2°, facendo segnare il nuovo record sul giro. Dopo due rotture meccaniche, ottenni il 5° posto finale, riuscendo a passare Senior e avere quindi spalancate le porte del motomondiale. Ebbi anche il nulla osta dalla Federazione per debuttare nell’ultima prova del campionato italiano seniores, sulla pista toscana del Mugello. Partii in testa con la moto autocostruita a casa sua dal mio giovane amico romano Eddy Rossi. Dopo 3 giri al comando fui passato dai mostri sacri Lazzarini e Lusuardi, poi ebbi problemi allo scarico, (una crepa alla marmitta ) il motore scese di 1500 giri, (i cinquantini giravano a 16.000 giri, pesavano 55 chili, e raggiungevano una velocità di oltre 200 chilometri orari ) e scesi in sesta piazza, ma in ogni caso la soddisfazione fu tanta.

Il 1981 fu l’anno del mio debutto nel motomondiale, come wild card nelle prove italiane. Fu nella cornice magica di Monza che provai le sensazioni paradisiache di un ragazzo che si avvicina al tempio e agli dei della velocità a due ruote. In gara, nella 50 cc, fui buon 14°. A Imola invece mi ritirai. In compenso nella prova dell’Europeo a Hockenheim giunsi ottimo 11°. Gli ultimi 5-6 giri, si smagrì la carburazione e la mia moto divenne inaspettatamente un ... missile, tanto che riuscii a superare in extremis ben 5 concorrenti, infilandone due nel mitico stadio del Motodrom, avvertendo chiaramente il boato della folla che mi mise i brividi. Arrivai comunque 6° nel campionato Italiano.

Nel 1982 Eddy Rossi fece delle modifiche al propulsore Kreidler che equipaggiava la mia moto: praticamente costruì dei nuovi cilindri che risultarono più performanti, tanto che i miei tempi sul giro si avvicinarono di più alle moto ufficiali, peccato che in quell’anno il campionato italiano non fu disputato per problemi organizzativi (economici), perché avrei lottato sicuramente per le prime posizioni. Così disputai il G.P. d’Italia a Misano dove a pochi giri dalla fine fui vittima di un grippaggio mentre ero 8° in scia del tedesco Klein che stavo per superare in staccata dopo il rettilineo del traguardo. A Rijeka nel G.P. di Yugoslavia un altro ritiro (rottura della catena) mentre ero in 12° posizione, in rimonta dopo una brutta partenza; infine un buon 10° posto al Mugello nel G.P. di San Marino.

Nel 1983 Claudio Lusuardi mi propose di fargli da secondo pilota con la moto Villa nel mondiale, ma servivano oltre 10 milioni delle vecchie lire per allestire un secondo team. A Gualdo Tadino il compianto presidente della Pro Tadino Giovanni Pascucci ed il Moto Club locale. con amici ed appassionati, convocarono un’assemblea, in cui molti soci si autotassarono per racimolare la cifra necessaria. Molti andarono in cerca di sponsor, ma purtroppo riuscirono a racimolare solo un quarto della somma. Così ricominciai con la solita moto, ormai non al massimo delle prestazioni, dato che non avevamo soldi per poter fare ulteriori modifiche, ed il telaio era vecchio ormai di tre anni. Ma, nonostante tutto, a metà del campionato italiano mi ritrovai al secondo posto dietro Lazzarini, classificandomi 4° ad Imola e 3° a Misano.

Dopo Misano, andai a Rijeka per disputare il G.P. di Yugoslavia, e mentre ero in undicesima posizione, un doppiato che era fermo a bordo pista decise di attraversare il tracciato mentre stavo sopraggiungendo, lo centrai nella sua parte posteriore della sella. Ero in sesta marcia piena, volai via scivolando per più di 100 metri sbattendo la spalla sul cordolo, provocandomi la rottura della clavicola. Non partecipai alla successiva gara del Tricolore al Mugello per difendere il 2° posto, poiché la brutta frattura alla spalla e delle profonde abrasioni mi impedivano di salire in sella (fui sconsigliato anche dal dottor Claudio Costa) ed intanto Luca Cadalora trovò i soldi per guidare la Villa insieme a Lusuardi, e la Garelli decise di affidare la seconda moto ufficiale a Fausto Gresini, per aiutare Lazzarini, al momento in terza posizione nella classifica del campionato italiano dietro il sottoscritto. Purtroppo non presi parte nemmeno al G.P. di San Marino ad Imola, sempre per l’infortunio subito, dove Lazzarini ebbe un grave incidente decidendo di chiudere la sua carriera di pilota. Quindi arrivammo all'ultima gara del campionato italiano a Vallelunga. Lusuardi era 1°, L. Cadalora e F. Gresini ed il sottoscritto in seconda posizione: feci una bruttissima partenza, rimontai sino alla decima posizione, sfinito per la mancanza di allenamento e del ritmo di gara perso dopo una lunga convalescenza, terminando così 4° in classifica nel campionato italiano.

Nel 1984 un certo Mario Galeotti (ora celebre preparatore di affermati piloti, ultimo Manuel Poggiali!) mi propose di guidare la sua Morbidelli 125, ma anche stavolta bisognava trovare gli sponsor per affrontare una stagione iridata e non riuscii di nuovo a racimolare la somma prevista, quindi saltò anche questa occasione. Probabilmente, fossi stato residente in Romagna, qualche porta si sarebbe aperta, qui a Gualdo, almeno all’epoca, questo sport non era seguito. Quindi, abolita la classe 50 cc, ci ritrovammo a gareggiare nella neonata classe 80 cc e diventai pilota ufficiale della RB, moto costruita a Pesaro da E. Rossi, R. Baronciani e G. Cecchini. Fui 4° a Monza alla prima gara di campionato Italiano, poi seguì un ritiro nel G.P. di Yugoslavia per delle batterie difettose, ed infine il cosiddetto botto finale nel trofeo italiano a Misano, all’ultimo turno di prove ufficiali, con una caduta in cui riportai un trauma cranico e una commozione celebrale con perdita dell’equilibrio per un periodo di circa un anno, decidendo infine di appendere il casco al chiodo.

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