L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 6 - 21 marzo 2004

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SAN PELLEGRINO E IL MILLENNIO

Il Santo Pellegrino

Abbiamo parlato delle storie sconosciute della tradizione del Pioppo o del "Maggio" di San Pellegrino. Ora, in ultimo, desideriamo parlare del pellegrino, cioè del santo di San Pellegrino.

Un bambino che nel 1939 frequentava la terza elementare, in un tema diventato famoso nella piccola storia di questo splendido paese, tanto da essere incorniciato, così esordì : "... il pellegrino non si chiamava Pellegrino ma era uno che pellegrinava ...". Fu chiarito così, senza ombra di dubbio, che non si trattava di un tonacone "seduto" ma di un santo camminatore, diretto ad un luogo sacro al fine di compiervi atti di devozione, di preghiera e di penitenza.

Successore di una nutrita schiera di devoti che, sin dall’inizio del Cristianesimo, fecero atto di fede sottoponendosi a pericoli, sacrifici e privazioni di ogni genere, lasciando per strada anche la vita, il nostro era un benedettino che cercava di raggiungere l’Abbazia di Montecassino.

Il primo millennio era appena tramontato e soltanto otto anni prima Tadino, l’antica stazione romana, era stata rasa al suolo dall’imperatore germanico Ottone III. Dopo questa fatica quel tedesco, più annoiato che stanco, andò a sollazzarsi nel castello di Castro Contranense. Quanti giorni si fermasse non è dato sapere ma, dopo aver lasciato in dono tale castello ad Ermanno dei Coccorano e mostrate chiaramente alle dame disinibite ed agli avidi cavalieri la sua bravura e l’ampiezza della sua manica, riprese la campagna venatoria andando ad ammazzare, qua e là, alcune migliaia di persone. La fama e la nobiltà, allora, si acquistavano in questo modo. Per essere "grandi e rispettati" occorreva uccidere ... come oggi, appunto. Non illudiamoci ...

Il pellegrino, il nostro pellegrino, non ebbe la ventura d’incontrarlo quando bussò la sera del 30 aprile dell’anno 1004 ad uno dei grandi portoni di Castro Contranense, quello di Porta Campignole. Infatti, per sua grande disgrazia, gli aprì una persona talmente ignorante che più ignorante non si poteva, più ancora del bifolco, addirittura un trifolco, essere vivente che non parla ma ringhia e latra e assume il cibo con il grifo immerso nel truogolo.

Ono si chiamava questo porcello "... Honus nomine vocabatur ... ille autem animalis homo crudelis assperam ressponsionem fecit claudens hostium vici ..." che, vomitando addosso al pellegrino il suo vasto bagaglio culturale, lo cacciò via ringhiandogli dietro bestemmie e volgarità, le uniche cose che il personaggio era in grado di elargire al suo prossimo. Così il poveraccio "... illa nocte migravit ad Dominum ..." se ne tornò sulla strada Flaminia e lui ed il ragazzo che lo accompagnava si ripararono sotto un ponticello, a circa trecento metri dalla rocca. Qui, una valanga d’acqua e fango li travolse e li uccise. Nello stesso luogo "... hic inventum fuit Corpus beati Peregrini per vigionem filie domini Ermanni ..." furono ritrovati grazie ad una visione della figlia di Ermanno e caricati su di un carro per essere trasportati a Monte Camera ma ... "... et non valebat, quia boves et currus fixerunt se ibi in aliqua buscca, ubi hodie est castrum Sancti Peregrini et hic reliquerunt eius corpus ..." i buoi si rifiutarono di proseguire e così i due corpi furono seppelliti dove ora si trova la Chiesa Maggiore. Il paese si chiamò San Pellegrino. Il bastone da viaggio del pellegrino, di vecchio pioppo, fu trovato fiorito e dalla borraccia spuntava una rosa. Le genti gridarono al miracolo ed il luogo fu meta continua di pellegrinaggi, per secoli e secoli.

Ma il nostro Santo non si limitò a far fiorire il suo bastone e far spuntare una rosa dalla borraccia, ma richiamò nel nostro piccolo paese un’ampia e stupenda concentrazione di opere d’arte di assoluto valore storico e artistico: il polittico di Girolamo di Giovanni, il trittico di Girolamo di Matteo, le sedici lunette dell’ eugubino Nucci, il ciborio dei sanpellegrinesi Lucesole, il pellegrino del Giammarchi, oltre tantissimi altri dipinti e oggetti sacri.

In ultimo, la riscoperta recentissima ed esaltante degli affreschi eccezionalmente datati, di cui L'ECO del Serrasanta ha diffusamente parlato, ha posto la nostra Chiesa nella sua giusta e naturale collocazione, quale depositaria di tanti tesori. Il nostro Santo ha voluto, infine, che si raccontasse la sua vita con una stupenda rappresentazione agiografica, famosa in tutto il mondo dell’arte.

Ed è stato così che quel bastone fiorito, chiaramente rappresentato dagli affreschi, è stato ripreso dagli abitanti di quell’antichissimo borgo e dalle oltre cinquanta successive generazioni che, nella notte dell’ultimo giorno di aprile, trasportano un grande pioppo e lo piantano sulla maestà del paese con uno spettacoloso e drammatico rituale, quale supremo ed esaltante atto di fede.

Così sarà anche nella notte del prossimo 30 aprile dell’anno del Signore 2004 ... per mille volte, per mille anni.

Sin che la memoria sopravviva.

Luigi Gaudenzi

GUALDO TADINO

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