'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 5 - 7 marzo 2004 | |||||
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Mamma Luisa Dopo "La sirena de Luzi" di Diambra Tordi Mi capita spesso di commuovermi, e di trattenere a stento il pianto, vedendo un film o ascoltando una canzonetta magari napoletana, ma in modo particolare è quando a suscitare questo sentimento sono ricordi antichi, belli o brutti che siano, che riaffiorano nella memoria e che talvolta si stenta quasi a credere e convincersi che si tratti di momenti veri e di vita realmente vissuta. E quanto ho provato leggendo tutto dun fiato, le Becciafavole di Diambra che, come lei stessa dice, suscitano ricordi dolcissimi. E credo che Diambra ci sia magistralmente riuscita, in modo particolare con me, nella poesia "La sirena de Luzi". Ha saputo rappresentare nel modo più vero, e non importa se talvolta forse anche solo con laiuto della sua vivace immaginazione, quella vita sempre tumultuosa ed affaticata degli operai.
Mamma, Luisa de Teperazio, come tutti la chiamavano, ha lavorato in quella fabbrica di mattonelle per oltre quarantanni. Diambra mha fatto ricordare della vita difficile e del duro lavoro che facevano là dentro, le donne specialmente. Partiva la mattina presto, chera ancora buio, da Via della Pace (così era intitolata, ma la gente diceva: "dopo mezzanotte"), ed è proprio vero: con un culetto de pane co gli avvanze de la cena. Più tardi Vittoria, una vecchietta che abitava di fianco a noi, cominciava a chiamarmi ad alta voce e quasi stizzita: "Ntonino ... alzete, che mammeta è da mpezzo che fattica". Era poi sempre lei che con la chiave femmina di casa sua, e quella volta con quel tipo di chiave ci si aprivano quasi tutte le porte, un po prima che la sirena ricominciasse a suonare, entrava in casa ed accendeva il fuoco del fornacetto. Sopra ci metteva il tegame oppure il pigno; mamma aveva così un po più di tempo per dedicarsi ad altre faccende di casa. Che bel ricordo mè rimasto di Vittoria! Ed anche di tutto il vicinato e delle ragazzette della mia età: Raffaela, Gabriella, Saretta, Adua ... e poi ce nera anche unaltra che veniva da Via della Canale: si chiamava Rosella e faceva la sartina con sua zia Luisa de Vingaldo, la figlia di Vittoria. Se quella volta me lavessero detto non cavrei mai creduto, perché poi, complice e ruffiana na chitarra co na serenata, è stata proprio lei quella che ho sposato. Ricordo che un anno a mamma prese voglia di allevare un majaletto, che teneva sui porcili di Donati in Via Valsorda, dove adesso cè casa di Tavone, e con la stagnata due volte al giorno gli portava da mangiare, che più che broda era quasi sempre tuttacqua: "avremo così na salciccia e un mazzafegato, na lonza e nsalametto, na fettina de preciutto e de spalletta da magnà", diceva, "e anche na spogna de lardo per cucinà". Ma quandera bello e grosso, per unepidemia sammalò, lo requisirono e lo misero in isolamento in uno stalletto del mattatoio e durante la notte, dalla finestrella che dava sul lavatoio, mamma lo vide morire ... Che delusione e quanta fatica e sacrifici sprecati! Ma due fette di pane col prosciutto o la spalletta casareccia, con Settembrina e Rina del Rusignolo si rimediavano sempre. Che brava gente! Come si fa non ricordarsi anche di loro? Da monello, per paura del malocchio, mi portava dalla vicina Ninetta del Calonico che dopo averlo arguastato (è strano, ma ogni volta ce lavevo) mi faceva bere, del piatto che aveva usato, due-tre cucchiai dacqua benedetta, dove lolio gocciolante da un dito sera prima più volte dileguato, e poi rimasto finalmente a galla bello giallo e brillante; "bene", diceva Ninetta, "ma tra un po de giorni larcontrollamo". E mamma per un altro po di tempo era tranquilla. Invece al fatto chero un po' "anemico e scialito", si rimediava col ferrochina di Grazia de Ciro e un ovetto sbattuto o bevuto a buco. Mamma aveva il naso un po schiacciato per colpa di un acino di granoturco che gli ci era entrato da monella, e lì era rimasto per qualche giorno prima che qualcuno se ne accorgesse. Perciò da piccolo modellava continuamente il mio e forse è per questo che ora me lo ritrovo un po grande anchio. A mio avviso però era una donna piacente, sempre con una gran voglia di ballare. Da ragazza alle feste danzanti, diceva che faceva sempre coppia col Sor Ilio, perché con lui ce se chiappava. Quando capitava loccasione di fare una festicciola tra amici a casa nostra, non se ne andava a letto prima dessersi fatta un valzeretto, magari tutto a controgiro. E a proposito di feste, mi piace ricordarla quando la vidi vestita con abiti non consueti insieme alle colleghe di lavoro. Era di sabato: a quei tempi lo chiamavano "il sabato fascista". Me la ricordo elegantissima ma al tempo stesso anche tanto buffa. E come non ricordarla anche quando da monte, passando per la Rocca, per le scalette sotto il ponte di Donati e giù per la stretta Via della Pace, faceva rotolare verso casa na nvoja fatta di pezzi di legna e ramacce, guidandola con la parte estrema della corda usata per fasciarla, imitando la perizia dei nvojaroli? Durante la guerra, la notte che fu devastato el ponte novo, eravamo, con tanti altri, sfollati nel convento degli Zoccolanti, e la paura fu tanta. Ricordo che cera anche un signore che diceva dessere un partigiano, ma lui aveva più paura di tutti quanti. Mamma è vissuta sempre con noi e ci ha seguito ogni volta nei tantissimi traslochi. Dal 1975 e fino al giorno in cui se nè andata per sempre, ha abitato nella nostra casa in Via Zoccolanti che, neanche a farlo apposta, sovrasta proprio la ex fabbrica di Luzi; quanto è strana e imprevedibile la vita! Tante volte saffacciava sulla siepe lungo strada e vedeva quel complesso industriale che aveva preso gran parte della sua vita, ormai silenzioso e abbandonato, con la "sirena" azzittita per sempre e chissà quanti ricordi le saranno passati per la mente. Spesso raccontava del Sor Poerio, dei caporali Eugenio del Gattino e Piero della Scarabagaglia (con loro ci parlava in sogno anche di notte), delle signorine Velia e Annina, ma soprattutto delle sue colleghe di lavoro, specie delle più giovani che le erano rimaste care (Zoe la più di tutte, ma anche Clorinda, Pina e tante altre) e che per la sua bontà, esperienza ed aiuto, era per loro anche madre e consigliera. Parlava con simpatia anche di quelle più anziane come lei (Peppetta con cui ci ritrovavamo spesso riuniti in famiglia, Elena de Ciaolino, Peppa de la Ciana, Agatina ...) e di quantera più faticoso quel lavoro per Peppa de Fratini, lei che veniva a piedi da Cerqueto, ed anche più duna sola volta al giorno. Spesso incontro qualche donna che ha lavorato con mamma: ci scambiamo un sorriso e sono loro che mi salutano per prime, forse, qualche volta, è anche perché si ricordano che sono il figlio di Luisa de Teperazio. Cè una fotografia di gruppo bellissima del 1959, inserita nel libro "Il tempo che fu" curato dal Dr Daniele Amoni. Mamma è la quarta da sinistra in basso. Anche lei diceva che la paga era poca, ma che almeno in famija se magnava, anche se poco. Ma sè rifatta con Rosella a forza di tagliatelle e pasta fatta in casa ed anche di polenta coi fagioli: quattro piatti a pranzo e tre per cena. Giuro, è la verità. Per quanto ho detto e raccontato, può sembrare chero diventato orfano di padre. Ma no, ce lavevo, e la gente lo ricorda col nomignolo di Gattottavo. Anche lui sè dato un gran da fare, ma stavolta ho voluto parlare solo di mia madre. Il presidente della Repubblica Cossiga, con decreto del 2 giugno 1986, ha conferito a mia madre Fabbri Luisa ved. Anderlini, lonorificenza di Cavaliere dellO.M.R.I. Un grazie a Diambra che con la sua "La Sirena de Luzi" mha stuzzicato e dato lo stimolo e la voglia di parlare apertamente, almeno un po, di mia madre, per me donna eroica e di grande valore civile e morale e, come tante altre, da non dimenticare. il figlio Tonino Anderlini | RICORDI | |||||
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