L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 3 - 8 febbraio 2004

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Gualdo Tadino merita un museo archeologico

Intervista a Mariangela Testa, archeologa, attualmente massima esperta dei preziosi reperti preromani estratti dall’area di Col dei Mori, che giacciono in uno scantinato in attesa di essere restaurati e, soprattutto, esposti al pubblico - e perché non a Gualdo?

03barilotto.jpg (8878 byte)Con l’inaugurazione del nuovo Antiquarium della Rocca Flea, lo scorso 31 gennaio, è tornato alla luce un altro "frammento" della millenaria storia della città, che affonda le proprie radici in piena età preromana. La nuova esposizione aggiunge ai reperti già precedentemente visibili al pubblico una serie di interessantissimi ed inestimabili corredi provenienti da dieci tombe dell’area archeologica di Colle dei Mori. Ma si tratta solo di una piccola parte, anche se consistente ed, in ogni caso, ancora da restaurare e riportare al suo precedente splendore. Ne abbiamo parlato con Mariangela Testa, giovane archeologa folignate - ma "fossatana di madre" specifica - laureata, alcuni anni fa, con una tesi dedicata a Le necropoli preromane e romane di Gualdo Tadino: gli scavi di Enrico Stefani, che, a tutt’oggi, è l’unico studio scientifico dedicato a quella che è una delle aree archeologiche più grandi ed interessanti d’Italia.

Dove si trova, oggi, il materiale finora ritrovato a Colle dei Mori?

03cratere.jpg (9429 byte)E' una storia lunga e complessa - ci spiega la giovane archeologa - che merita, però, di essere, anche se brevemente, ripercorsa. Gli scavi, o almeno la maggior parte di essi, furono eseguiti fra il 1921 e il 1928, sotto la guida dell’allora Sovrintendente Enrico Stefani, il quale pubblicò solo una piccola parte delle notizie circa otto anni dopo. Inizialmente il materiale, secondo quello che è raccontato nei "Diari di scavo" di Stefani, fu portato a Gualdo, in un deposito di fortuna. Forse era casa Guerrieri oppure i locali dell’Amministrazione comunale. Non si è mai saputo. Poi i reperti furono trasferiti a Roma (non c’era la Sovrintendenza umbra) con l’autorizzazione del Consiglio comunale. Inizialmente, dunque, tutti i materiali furono mandati a Villa Giulia.

Inizialmente? Perché? Dove finirono in seguito?

In parte, in piccola parte, restarono a Villa Giulia, dove ancor oggi si trova una raccolta di essi. Il resto finì nei magazzini della Sovrintendenza ai Beni culturali di Spoleto.

E per quale motivo?

A Spoleto sono finiti perché, quando fu creata la sovrintendenza umbra ai Beni culturali, i materiali archeologici furono assegnati, per pertinenza, all’Umbria e finirono a Spoleto.

Quanto è consistente questa raccolta di materiali?

03cratapulo.jpg (14188 byte)La consistenza è numericamente elevatissima e non sarei in grado, così su due piedi di quantificarla. Le tombe che furono trovate e che io ho studiato nella mia ricerca sono 219. Ma insieme alle tombe ci sono tutti materiali loro pertinenti: corredi funerari, armi, monili, vasi e via dicendo. Si tratta di un patrimonio immenso, che da sé basterebbe a fare, non un museo, ma due. Tutti questi materiali sono, comunque, in stato di conservazione precario: sono tutti da restaurare. Furono, infatti, incartati ed impacchettati al momento di essere trasferiti a Villa Giulia, furono di nuovo reimpacchettati quando da Villa Giulia tornarono. La carta è, tra l’altro, la stessa che usò lo Stefani: sono addirittura i giornali dell’epoca. I reperti sono stati inventariati sporchi, per cui i cartellini sono stati attaccati sulla superficie impolverata e sono volati via. Questo ha complicato notevolmente l’opera di catalogazione e di studio. Per fortuna, grazie all’intervento della dott.sa Bonomi [la Sovrintendente uscente ai Beni culturali ndr] ho avuto la possibilità di esaminarli: di aprire le casse, di controllarne il contenuto e farne una nuova catalogazione. Se non fosse intervenuta direttamente la Bonomi, i corredi sarebbero rimasti ancora in quelle casse e nessuno avrebbe saputo che cosa contenevano.

La conservazione non è quindi ottimale ...

Certo, tutti i materiali sono conservati in un’unica stanza, in un sotterraneo. Non che si rovinino, ma, certo, così non servono… Faccio un esempio: in alcune tombe, insieme alle fibule, sono stati ritrovati frammenti di tessuto: studiarne la composizione, significa scoprire molte cose sugli antichi umbri. Ma di molti reperti, a parte il numero d’inventario, non si sa proprio nulla. C’è un mondo da scoprire in quelle casse ammonticchiate negli scaffali di quello scantinato. E poi, se qualcosa è stato restaurato - alcune cose le ho restaurate io stessa per procedere allo studio dei materiali - va detto che molti dei vasi sono ancora a pezzi: vanno quindi ricomposti e riportati a tutto il loro splendore. Certo, il lavoro sarà davvero molto lungo.

Tutto questo materiale basterebbe a fare un museo?

Come dicevo, basterebbe per due. Basterebbe per il museo a Gualdo ed anche per un altro allestimento, qui o a Perugia, senza poi contare il materiale che, in ogni caso, è sempre esposto o conservato a Villa Giulia.

Ma la Sovrintendenza sarebbe disposta a concedere a Gualdo Tadino i materiali per un museo?

Certo che è disposta e lo ha ripetuto più volte. Bisogna pensare che Gualdo Tadino è una delle località più amate dagli archeologi: Col dei Mori è sicuramente il più importante scavo archeologico di età preromana dell’Italia centrale. La città merita sicuramente un museo: e questo è la Sovrintendenza per primo a dirlo.

Un museo, ma a quali condizioni?

Si richiederebbe un locale idoneo, dotato di sistema d’allarme, per non ripetere quanto è avvenuto a Foligno. Inoltre, la disponibilità a cercare i fondi per il restauro della raccolta. Il costo è non indifferente, ma si potrebbero trovare delle alternative: ad esempio, organizzare stage di restauro per scuole o istituti di restauro sotto la supervisione della Sovrintendenza potrebbe far diminuire i costi. Inoltre, non bisognerebbe fare il solito museo di vecchia concezione, ma cercare di ripetere quanto, ad esempio, è stato fatto a Colfiorito: un museo vivo, in cui i materiali vengono esposti non in bacheche di vetro, ma disposti a ricreare delle ambientazioni, per mostrare ai visitatori (specie ai ragazzi delle scuole) quale fosse la vita a quel tempo.

Quali altre iniziative andrebbero intraprese?

Prima di tutto sensibilizzare l’opinione pubblica in ogni modo, perché se non è la città a chiederlo, il museo Gualdo non l’avrà mai. Un’altra cosa da fare, a mio modesto avviso, è rivolgere l’attenzione verso i diari di scavo di Enrico Stefani: precisissimi, con disegni accurati che mostrano con esattezza la posizione dei reperti, il loro orientamento, eventuali particolarità del corredo e dei reperti scavati. Sono, a mio parere, preziosi quanto i reperti che descrivono. Il totale dei carteggi ammonta ad oltre 5.000 fogli: alla Biblioteca Vaticana li conservano e basta, mentre sarebbe opportuno pubblicarli. Molte volte la Sovrintendenza li ha richiesti, ma ancora, quei diari, sono là. Pubblicarli sarebbe la ciliegina sulla torta!

Pierluigi Gioia

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I preziosi reperti archeologici di Col dei Mori cercano ancora una decorosa sistemazione

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