L'ECO del Serrasanta Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia | N. 1 - 11 gennaio 2004 | |||||
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MIO PADRE Ricordi della prigionia in Germania Desidererei che venisse pubblicato questo racconto, prima di tutto come omaggio a mio padre, il cui ricordo, accompagna tutti i miei giorni e anche come testimonianza di quanto le guerre siano sempre portatrici di tristezza e privazioni. A mio padre i ricordi della sua prigionia in Germania provocavano molta sofferenza e non ne parlava molto spesso, perché diceva che gli erano stati rubati gli anni più belli della sua gioventù. Quando raccontava certi episodi, non metteva mai in primo piano le sofferenze fisiche, dovute al lavoro, forse perché mio padre è stato un uomo al quale il lavoro non ha mai fatto paura, ma soprattutto raccontava di aver sofferto terribilmente la fame. A quell'età diceva, in cui mangeresti sempre, quel tozzo di pane nero e quella brodaglia che ti davano, riusciva solo a farti languire di più lo stomaco e diceva di aver mangiato persino le scorze delle patate. A volte poi raccontava di un suo compagno di baracca, che avendo ricevuto un pacco da casa, non riuscì a limitarsi nel mangiare e morì. I suoi compagni continuavano a dirgli di smettere, ma lui rispondeva che aveva tanto patito la fame, che era meglio morire sazi e morì veramente. Mio padre diceva di essere riuscito a sopravvivere, grazie alla generosità del suo amico Delio Matteucci, che tra l'altro era di Morano, che quando riceveva un pacco dalla sua famiglia, divideva sempre con mio padre tutto quello che c'era da mangiare. Nei suoi racconti c'era anche la rabbia provata verso un soldato tedesco, che un giorno, mentre lui ed altri prigionieri stavano facendo un fosso, gli urlava in lingua tedesca, che della terra stava ricadendo nel fosso. Mio padre che non riusciva a capire, continuava a lavorare e allora il soldato tedesco lo colpì con il calcio del fucile in faccia. La sua rabbia in quel momento fu enorme, perché non avrebbe mai potuto ribellarsi e tanto meno spiegargli che non era riuscito a capire quanto gli diceva. Poi c'era il racconto del suo ritorno a Gualdo, dove arrivò alle quattro del mattino e siccome erano due anni che mancava da casa e non aveva mai avuto notizie dei suoi, non sapeva che cosa poteva essere successo con la guerra ai suoi genitori ai suoi fratelli (ne aveva cinque e una sorella). Così aspettò l'alba seduto lungo l'argine del fiume Feo che scorreva davanti alla sua casa. Alle prime luci del giorno, si fece coraggio e bussò. Mia nonna al sentire, si alzò e pensando che uno dei suoi figli, che erano in casa, fosse rimasto chiuso fuori disse: vi siete fatti chiudere fuori di nuovo lazzaroni? (quella era infatti l'abitudine di mio nonno, che voleva che i suoi figli rincasassero ad un'ora stabilita e se non veniva rispettata, metteva il chiavistello e dovevano arrangiarsi a dormire nella stalla, che era poco lontano dalla casa). Sentendo la voce della mamma, mio padre rispose: veramente io sono due anni che dormo fuori casa. Quando mia nonna riconobbe la voce del figlio, gridò tante volte il suo nome e così forte da svegliare tutti i vicini di via Borgovalle. E' tornato Peppino ... è tornato Peppino. Ogni volta che mio padre raccontava questo episodio aveva gli occhi lucidi per la commozione e così tutti noi, che lo stavamo a sentire con un groppo in gola. Gianna Minelli | LA POSTA
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