L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 23 - 7 dicembre 2003

SIGILLO

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Il maiale

 

di Anna Luconi

"Che Sant’Antonio t’aiuti!". Era l’augurio che si lanciava all’indirizzo del maialetto, appena acquistato fin dalla festività di S. Antonio Abate; si comprava perché doveva essere "guernato" per tutto l’anno, altrimenti avrebbe fatto poco lardo.

Il suo alimento preferito era la "sembola" (crusca), e la farina d’orzo o di granturco: serviva per fare il "beverone", cioè il pastone che poteva essere stretto o lungo, secondo il periodo dell’anno in cui ci si trovava. Perché all’inizio dell’anno la bestiola doveva solo crescere e poi, verso settembre si metteva all’ingrasso. Allora al pastone si aggiungevano le patate o le barbabietole: "le zucche del maiale", così dette perché venivano piantate apposta per la bestiola e diventavano talmente grosse che, a volte, si trasportavano a fatica; queste dovevano essere rigorosamente "fatte", cioè mature fino a raggiungiungere un bel colore giallo-arancio.

All’epoca della caduta delle ghiande poi, si raccoglievano sotto le "cerque", tutte quelle che cadevano sul terreno, poi si batteva la pianta con un lungo palo, perché cadessero tutte; anche la ghianda di Leccio era usata, ma in modo minore. Ciò che non si utilizzava in cucina (scorze di patate, foglie di cavature, ecc.), veniva dato al maiale; non c’era il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, perché tutto era consumato o dal fuoco, (carta, ossa, ecc), o usato per fare il concime nel letamaio o mangiato dagli animali. "O tempora! O mores!".

Era usata anche la "broda", cioè l’acqua nella quale era stata cotta la pasta in cui, a sua volta, venivano lavati i piatti, mista a semola si dava al maiale; a volte capitava di vedere a passeggio per le strade del paese i maiali perché "toccava falli sdollì", cioè si dovevano muovere per evitare che il peso del corpo impedisse alle gambe di sorreggerlo.

Il maiale era oggetto continuo di cure da parte del padrone che puliva sempre lo stalletto rifornendolo sempre di paglia nuova. Mentre si mesceva il beverone nel trocco gli si diceva: "Nino , tè, tè!". E al richiamo esso accorreva tuffando il muso nel pastone, che, in quattro e quattr’otto era " sbazzuito".

Il porcello era un animale importante per la famiglia perché da lui dipendeva l’economia familiare di un intero anno. Infatti, ogni parte veniva usata e consumata in determinati periodi dell’anno. I mazzafegati, cioè le salsicce di fegato, si mangiavano per primi, altrimenti, cambiavano sapore, poi le costarelle, una striscia per "condì" la polenta e due striscie da cuocere sulla graticola.

Per condire la minestra si usava la barbuia (guanciale),che veniva consumata anche con il pomodoro in padella. Poi a marzo si avviavano le salsicce, mentre i salami e le lonze e i capocolli si avviavano servivano per le "opre", per le persone che aiutavano nel lavoro dei campi. Per le mietiture c’era la spalletta e poi per ultimo, si lasciava il presciutto. Il resto dell’anno si usava il lardo per fare il battuto che era il condimento dei sughi e dell’erba cotta.

Mentre "il distrutto" (lo strutto), serviva per friggere, i "cicoli", se ne restavano, erano adoperati per fare la torta coi cicoli, o si mangiavano a manate, o con una fetta di pane a colazione.

I pezzi di budello, quelli grossi che restavano inutilizzati, dopo che erano serviti per insaccare i salciccioni, venivano gonfiati e poi appesi perché si asgiugassero. Quando, una volta asciutti, si volevano usare si rammorbidivano in acqua tiepida, si condivano con vino, rosmarino, aglio e poi cotti sulla graticola.

Il maiale era proprio una risorsa indispensabile per una famiglia. Beato chi ne poteva ammazzare uno che superava i due quintali.

 

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