L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 21 - 2 novembre 2003

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L'impaiasedie

 

di Anna Luconi

Chi non ricorda le vecchie sedie di legno con il sedile di scarsa che stavano in tutte le nostre case? La parola "scarza" è un termine dialettale, usata in Umbria per significare: "sàla" (Cyperoides latifolium), erba palustre, con la quale, secca, s’intessono le seggiole e si rivestono i fiaschi, in Umbria è chiamata anche "stiancia", dal greco sàlus = mare = alga. Di solito era il nonno che, durante l’inverno costruiva o ricostruiva le sedie, sediole, copri scaldini e le cullette a dondolo.

Perché i "pighi" non si sversassero, la pianta occorrente si doveva tagliare a "luna bona", perché il legno così non prendeva vizi, in altre parole non si sarebbe curvato. Una volta che lo scheletro della sedia era pronto, si badava a metterci il fondo, il quale poteva essere di: "foglie di granoturco abilmente intrecciate a mò di lunga treccia, oppure si usava la scarsa, un tipo di vegetale che si attorcigliava bene, oppure la ruta, il venco, la vetrica o la saggina". Ricordo ancora il nonno "Menco" che, durante l’inverno, in cucina, accanto al fuoco del camino ne faceva di nuove o aggiustava quelle rotte. C’era tutta una tecnica per fare il fondo, che era a disegno.

C’era anche il mestiere di "impaglia sedie". L’uomo che lo esercitava percorreva i paesi con un carrettino tirato da un paziente ronzino, sul quale c’erano collocate sedie e sediole di tutte le forme. La dove in famiglia nessuno era in grado di "scarsare" le seggiole, lui aggiustava tutte quelle che le donne di casa gli portavano. Si accoccolava in un angolo della strada e dopo aver tolto il fondo rotto, lo sostituiva velocemente intrecciandone un altro nuovo. In men che non si dica, la sedia era finita.

Quelli erano i tempi in cui non si buttava niente, tanto meno le suppellettili o gli utensili. Oggi questi artigiani non ci sono più, qualcuno se ne vede nelle sagre paesane e servono, più che altro, da richiamo turistico, ma riscuotono sempre molto interesse da parte di tutti. Ai giovani dei nostri tempi odierni, parlare della vita e della civiltà contadina di qualche tempo fa, è come presentare qualcosa d’incomprensibile. Essi vivono in una società che ha subito dei cambiamenti così radicati che a coloro che, invece, hanno vissuto questa realtà semplice, sembra di vivere in un mondo strano.

Per i contadini, i lavori dei campi erano duri, ma i raccolti erano vissuti come dei rituali che erano attesi per un anno intero. I ricordi sono belli, a condizione di non diventare schiavi, a patto di fare ogni giorno un progetto. E questo vale soprattutto per noi adulti che dobbiamo parlare dei nostri tempi ai nostri figli, non come per dire: "Oh! Ma ai nostri tempi…", ma solo perché abbiamo una memoria storica che deve essere per loro un documento di vita vissuta, dai loro genitori e dai nonni e che essi devono tramandare a loro volta.

 

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