L'ECO del Serrasanta | Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia
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| COSTUME & SOCIETA' |
Il legame tra la forma di una torta e l'allusività di questa ad una dedicazione specifica è ancora evidente, e quindi leggibile, in molti dolci della tradizione italiana ed umbra, legati all'attuale calendario liturgico cristiano, che conservano e trasportano tanti segni e resti, spesso intatti, della mitologia e della ritualità pagana. E' il caso delle "fave dei morti" che, unitamente ai "maccheroni con le noci" dell'Umbria orientale e agli "ossicini" o "stinchetti" a forma di tibie di Perugia, sono tradizionali per la ricorrenza del 2 novembre. Questi dolci di pasta di mandorle sono evocativi del frutto, le fave, che erano già intese come nutrimento dei lemures, le anime dei morti, nella festività romana dei Lemuria ai primi di maggio. Non come dolci, ma lessate in minestra, le fave costituivano fino ad alcuni decenni fa il piatto rituale della festività dei morti nelle campagne umbre, così come le fave con il pecorino è ancora il cibo per eccellenza delle scampagnate per il Calendimaggio. La forma dei dolci è quella piatta e ovale delle fave che, unitamente ai fiori, sono l'offerta sacrificale agli "inferi" dei segnali della rinascita della Natura, dopo sei mesi, nel mese dedicato a Maia, dea della crescita, e ai maiores, gli antenati. Attraverso i fiori e le fave, gli unici frutti maturi nel mese di maggio, prodotti di una antichissima cultura orticola precerealicola, è confermata l'origine preistorica del culto dei morti. Parimenti preistorico è il calendario, dalla forte connotazione pastorale e venatoria, che ha nel 1° novembre, festa degli "inferi", nel mese dei morti, della caccia e del rientro nelle stalle degli armenti, e nel 1° maggio, festa dei "superi", nel mese degli amori, della caccia e del ritorno ai pascoli delle greggi, i suoi solstizi di morte e resurrezione. Ebbene le "fave dei morti" riconfermano, e riconsacrano attraverso il dolce, la dedicazione "infera" e "supera" della coltura precerealicola evocativa dell'età dell'oro e dei maiores, quando ignoto era il ferro delle spade e degli aratri dei campi di grano, ma non la zappa e il punteruolo di legno degli orti. Una simbologia parimenti carica di significati, per la forma e il periodo calendariale di dedicazione, sottendono molti dolci ad anello o a spirale come, in Umbria, i perugini "torcolo" e "torciglione" o "serpente", il "roccio" e la "rocciata" spoletina e folignate, le ciambelle di Sant'Antonio: la "rocciata" per Natale, il "torciglione" e ancora la "rocciata" per Capodanno, le "ciambelle" per Sant'Antonio (17 gennaio), il "torcolo di San Costanzo" (29 gennaio), tutti questi dolci, dalla forma ad anello, ruotano attorno al periodo del solstizio d'inverno tra dicembre e gennaio, tra la fine del vecchio e l'inizio del nuovo anno. Ebbene, la forma circolare e ad anello è quella che più chiaramente esprime la forma ciclica e rotatoria dell'anno nel momento in cui la fine si collega con l'inizio, nel mese, Januarius, di Janus protettore degli inizi, e contestualmente delle fini, come indica l'immagine bifronte del dio. Il nome di questi, peraltro, sottende la radice * an- presente in ianua, la porta, in anno, anello, ancora, anus, la vecchia, ma anche anguis, il serpente e, quindi, anguilla.. Non è per nulla casuale, quindi, che il "torciglione" o "serpente", il dolce perugino, o meglio del Trasimeno, il lago di Perugia, uno splendido e squisito rettile di pasta di mandorle che si morde la coda, rispecchi e comunichi per Capodanno il senso e il mito della fine, dell'inizio e dell'eterno ritorno dell'anno. Allo stesso modo ad anello, o a spirale, è la "rocciata" spoletina e folignate, uno strudel a base di noci, mele e uva passa, anziché di pasta di mandorle, come invece è il "serpente" perugino. Per di più questo dolce viene confezionato tradizionalmente sia per Natale (25 dicembre) sia per San Giovanni Battista (24 giugno) a riconfermare, attraverso le feste dei solstizi d'inverno e d'estate, la dedicazione del ritorno dolce all'intero ciclo dell'anno. Le "ciambelle" di Sant'Antonio (17 gennaio) vanno a ritualizzare l'inizio del Carnevale (carnem levare), cioè del consumo della carne del maiale dell'anno vecchio che consentiva col suo sacrificio di festeggiare e di svernare. Del resto un antico e diffuso proverbio recita: "Se vuoi star bene un anno ammazza un porco". Nel mentre rinasce il nuovo anno simboleggiato dal porcellino protetto dal Santo eremita e le "ciambelle" offerte riconfermano con il rito la ciclicità del mito della morte e resurrezione dell'animale dell'anno.
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