L'ECO del Serrasanta |
Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia
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| OPINIONI E POLEMICHE |
Egregio direttore, scopro con sempre maggiore meraviglia quanto la fantasia gualdese sia fertile ed inesauribile nelle sue potenzialità. Mi riferisco alla singolare proposta di demolizione parziale del palazzo Santarelli-Rosi di Piazza Martiri, iniziativa sulla quale apprendo dalle pagine del Suo quindicinale, sarebbe pronto anche un curioso progetto per costruirvi in sostituzione un loggiato. Credevo che il parere espresso in proposito dal sempre lucido ed attento professor E. Storelli avesse contribuito a smorzare la vicenda e ricondurla nella giusta direzione, ma ahimè, vedo, non è così! A mio personalissimo parere, tre almeno sono gli errori (od orrori che dir si voglia) che tale demolizione comporterebbe: uno di concetto, laltro di metodo e lultimo, direi, di valore morale. Di concetto. Palazzo Santarelli-Rosi è un documento storico sia per la valenza architettonica (basti osservare le volte in conci che possiedono quasi tutti i negozi a piano terra), sia per quella sociale, documentando un momento particolare della storia gualdese (inizio XVI secolo), durante la quale i cardinali legati - il Del Monte per primo - vollero un luogo di rappresentanza nel cuore della città. Si potrebbe concordare nel dire che fu un pessimo intervento urbanistico, poiché ridusse lampiezza della piazza ed occultò un lato della chiesa di San Francesco e del Palazzo del Podestà, ma chi mastica qualcosa in fatto di arte sa che la storia dellarchitettura è piena di casi come questo, eppure nessuno si sognerebbe mai di demolire - ad esempio per rimanere in Umbria - labside e il transetto del Duomo di Orvieto, frutto di un ampliamento trecentesco della chiesa che occultò la bellissima facciata gotica di metà XIII secolo del Palazzo Vescovile, solo per allargare lo spazio e restituire alla piazza laspetto più antico. In un recente articolo in merito al Palazzo Santarelli-Rosi, ho letto che sacrificare dei palazzi cinquecenteschi è cosa auspicabile qualora ciò serva per recuperare strutture molto più antiche. Concetto "suggestivo" debbo dire, che se fosse accolto dalla Soprintendenza potrebbe in futuro significare lo smantellamento delle strutture barocche del Borromini in San Giovanni in Laterano per recuperare laspetto della chiesa medievale; la demolizione di un intero quartiere di Napoli, il famoso "Spacca Napoli ", patrimonio culturale di unintera popolazione, per riportare alla luce il vecchio decumano della città classica, perfettamente conservata sotto terra con le sue case, le sue botteghe e le sue vie; per non parlare di Roma, le cui piazze sono un accavallamento continuo di epoche che hanno costruito "dentro e sopra" le altre. Insomma, una confusione totale, unanarchia in cui il primo folle malato damore per il Medioevo, non gradendo la vista della Basilica di San Pietro a Roma, in virtù del fatto che ciò che nasce prima è migliore, potrebbe prendere ruspa e tritasassi per abbattere la chiesa e liberare un intero quartiere medievale occultato dalla scomoda presenza architettonica, con buona pace di Michelangelo, Raffaello, Bernini e Maderno. Né si obbietti che la demolizione del Palazzo sarebbe di minor perdita artistica della Basilica di San Pietro e di Spacca Napoli; nemmeno labside di San Francesco e la Torre Civica, che per molti gualdesi debbono essere liberate, sono rispettivamente Notre Dame di Parigi o la Torre di Pisa: loro, come palazzo Santarelli-Rosi, sono frutto della cultura architettonica di Gualdo, ricca o povera che fosse in quel determinato momento, sono comunque documento e già solo per questo vanno salvati. Demolire è un fatto di per se stesso traumatico, peggio ancora se lo si fa su strutture antiche; è un atto senza ritorno che va fatto con ben altre motivazioni che allargare una piazza per concerti, comizi elettorali o, addirittura, i Giochi delle Porte. A tal proposito, mi aspetto che lEnte Giochi, promotore della riscoperta della cultura medievale quanto rinascimentale della città, si schieri contro labbattimento di un palazzo patrimonio di quella stessa epoca di cui lEnte intende riscoprire le vestigia: se così non fosse, sarei tentata di chiedere quale cultura i Giochi delle Porte, per i quali ho il piacere di collaborare, dovrebbero portare in questa città. Veniamo allerrore di metodo. Riqualificare una piazza non significa necessariamente allargarla: significa semmai pavimentarla con cura, bandendo il catrame e gli scuri sanpietrini che nulla hanno in comune con la pietra utilizzata per costruire la città medievale; significa realizzare unilluminazione che valorizzi le architetture esistenti; significa redigere un piano dellarredo urbano che "imponga" e non "suggerisca" regole ferree su intonaci, malte, finestre, portoni, terrazze, comignoli, luci, insegne e vetrine, uno strumento di cui questo Comune avrebbe dovuto dotarsi prima della ricostruzione post sisma, ma che di fatto non è mai stato partorito. E purtroppo si vede! Ultima valutazione: lerrore di valenza morale. Per portare a compimento un progetto così balzano occorrerebbero 11 miliardi di vecchie lire. Nel caso in cui si riesca a sensibilizzare qualche ente italiano o straniero a sborsare tale cifra, gradirei come cittadina che tale somma fosse prima impiegata per ben altri lavori che attendono ultimazione o realizzazione. Tralasciando la costruzione di un teatro, potenziamento degli impianti sportivi (palazzetto in testa), progettazione di un auditorium con sala congressi e spazio espositivo, metterei tra le priorità, a rischio di sembrare banale e persino populista, labbattimento del muro di cinta dellex carcere mandamentale, futura sede del centro socio riabilitativo "Il Germoglio" per consentire ai ragazzi di entrare finalmente nella struttura. A dire il vero, ancora meglio sarebbe se tali denari fossero impiegati per costruire una sede tutta nuova, magari come quella che piaceva ai genitori e al Comune di Milano che redasse il progetto e per la quale, allora come ora, non cerano e non ci sono fondi. Confidando nella lungimiranza della Soprintendenza ai Beni Culturali che metterà di sicuro la parola fine a questa preoccupante utopia collettiva, caro direttore La ringrazio sinora dello spazio che vorrà dare a queste mie semplici, finanche banalissime, riflessioni. Ad maiora. Cinzia Tini
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