L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 15/16 - 3 agosto 2003

ATTUALITA'

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L'Umbria fra misticismo francescano e laicità moderna

 

di Gianni Pasquarelli

L’Umbria è una terra di contraddizioni perché contraddittoria è stata la sua memoria storica, il suo dna. Almeno per un umbro come me che la vive nei ritagli distensivi e pensosi della quotidianità. E’ un’affermazione impegnativa perché l’Umbria non passa per essere terra di contraddizioni, non è questo il suo cliché risaputo, semmai di risaputo essa ha la mitezza, la quiete agreste, la medievalità ascetica, il carattere ospitale e quasi timido della gente. Perciò può essere che le mie sensazioni di umbro innamorato dell’Umbria siano impressioni più che sensazioni vere e proprie: soggettive, caratteriali o umorali.

Debbo allora tentare una qualche spiegazione. L’Umbria è al fondo Assisi, l’Assisi del "poverello", non è la "Buitoni" grande azienda perugina nel primo Novecento, poi finanza rampante e aggressiva, oggi "multinazionale" svizzera. E’ invece Francesco, che anima e difende la rivoluzione cristiana dell’amore dagli assalti di egoismi cinici, di desertiche distanze fra chi ha e chi non ha. E’ Francesco che ama non soltanto l’uomo ma pure la natura, l’acqua, il sole, la terra, persino la morte. Amore cosmico, si direbbe amore impazzito, sovrumano, affratellante persone e cose. Da Francesco discendono "per li rami" i suoi eredi francescani, che sciamano per il pianeta a predicare il messaggio cristiano; ma da Lui discendono anche Giotto e i suoi discepoli che non a caso dipingono nella Basilica superiore qualcosa che ha del rivoluzionario, "rivoluzionario" nell’arte del dipingere voglio dire. Pensate alla scuola pittorica bizantina. La figura è ferma, il volto scolpito nella fissità, ieratico ma ripetitivo, quasi monotono. In essa non c’è l’umanità dell’uomo in carne ed ossa, non c’è l’uomo che gioisce e soffre assieme ad altri uomini, immerso e impastato con la natura: fiumi, ruscelli, montagne, colline, alberi, paesaggi, animali. Si è scritto che Giotto non vi sarebbe stato se prima di lui non vi fosse stato Francesco.

Così la penso anch’io. Il Grande Pittore interpreta il respiro francescano e lo materializza sugli affreschi raffiguranti una religiosità non più astratta né claustrale, non più chiusa in un intimismo personale autosufficiente, distaccato dai drammi e dai rumori del vivere. Giotto invece fotografa il reale qual è, e quando egli timidamente tenta un rudimentale uso della prospettiva lo fa perché le persone si muovono in una realtà fatta di scorci, panoramiche, solarità e grigioscuri. Ma Umbria e la sua storia non sono soltanto Assisi e Francesco. Sono anche laicità, laicismo, clericalismo e anticlericalismo, sono divino e terreno mescolati, sono scontro tutt’altro che fraterno tra potenti clan familiari per appetiti territoriali o sete di potere, sono ideologie contrapposte sull’esistere e sul vivere.

La Rocca Paolina incarna a Perugia quell’altra Umbria ancorché l’abbia fatta costruire nel Cinquecento Paolo III. E la incarna per la sua presenza maestosa e incombente, dove scorgi la mano militaresca del Sangallo il Giovane, progettista di fortezze pressoché inespugnabili, tozze negli zoccoli del basamento, dal colore del tempo che scivola via impietoso. Non è una Rocca nel significato che ad essa di solito si attribuisce perché ospita una città medievale, una cittadella interrata che si percorre all’interno ma si vive come un esterno surreale.

Lì dentro seguitarono le risse fra gli Oddi e i Baglioni e i Guidalotti, risse per così dire ereditate nel 1534 dal potere temporale della Chiesa che s’impossessò di Perugia. La quale Chiesa, anziché attenuarle e smorzarle dall’interno dell’oligarchia cittadina, le rinfocolò nel tentativo di padroneggiarle, amministrando le terre umbre secondo logiche d’interventismo violento sul presupposto del "potere legittimo" da tutelare costi quel costi, anche quando il popolo insorgeva e si ribellava all’ingiustizia evidente. Accadde nel 1540 per l’esoso aumento della tassa sul sale, accadde il 20 giugno del 1859 quando un reggimento pontificio ristabilì l’ordine a Perugia con il saccheggio e altro peggio, nonostante l’esercito piemontese stesse bussando alle porte del capoluogo umbro. Le città come gli Stati hanno un dna per il quale le sopraffazioni subite e le ingiustizie commesse finiscono per stratificarsi, fare grumo, tramandarsi di generazione in generazione, diventare mentalità, costume e tradizione popolare.

L’Umbria è anche questo. Goethe nel suo viaggio in Italia si reca ad Assisi e visita meticolosamente il Tempio della Minerva ma snobba i luoghi francescani dove si respira preghiera, e quando in carrozza incontra una guardia pontificia che ce l’ha con il Papa, egli non se ne scandalizza. Lo scrittore tedesco e la guardia papalina hanno la stessa sensibilità, usano lo stesso metro laicista nel giudicare, nutrono la stessa avversione per un clericalismo che si difende con la "ragion di Stato".

Certo, molta acqua è passata sotto i ponti della storia, Giovanni Paolo II invoca la pace verso il mondo arabo e i Suoi predecessori, a cavallo fra Primo e Secondo millennio, spediscono i crociati in Terra Santa per sconfiggere califfi e sultani. Certo, l’Umbria d’oggi gode d’un tenore di vita nemmeno paragonabile a quello del tempo che fu, la miseria nera non è di casa, l’opulenza talvolta è addirittura sfacciata. Ma che a Perugia e in Umbria vi sia coralità d’intenti nel governo della cosa pubblica, nei rapporti interfamiliari, fra e dentro le classi, non me la sentirei di giurarvi. Le "due Umbrie" esistono ancora, Assisi incarna la prima e Perugia la seconda, ma non mi meraviglierei se le contraddizioni tendessero a farsi meno frontali, le incomprensioni più dialoganti, e le diatribe caserecce si attenuassero nella consapevolezza di stare tutti sopra la stessa barca.

Mi si porrebbe un problema, però. Come seguitare ad amare la mia terra visto che l’amo tanto anche così com’è, anche per le sue storiche contraddizioni?

 

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