L'ECO del Serrasanta |
Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia
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Debbo allora tentare una qualche spiegazione. LUmbria è al fondo Assisi, lAssisi del "poverello", non è la "Buitoni" grande azienda perugina nel primo Novecento, poi finanza rampante e aggressiva, oggi "multinazionale" svizzera. E invece Francesco, che anima e difende la rivoluzione cristiana dellamore dagli assalti di egoismi cinici, di desertiche distanze fra chi ha e chi non ha. E Francesco che ama non soltanto luomo ma pure la natura, lacqua, il sole, la terra, persino la morte. Amore cosmico, si direbbe amore impazzito, sovrumano, affratellante persone e cose. Da Francesco discendono "per li rami" i suoi eredi francescani, che sciamano per il pianeta a predicare il messaggio cristiano; ma da Lui discendono anche Giotto e i suoi discepoli che non a caso dipingono nella Basilica superiore qualcosa che ha del rivoluzionario, "rivoluzionario" nellarte del dipingere voglio dire. Pensate alla scuola pittorica bizantina. La figura è ferma, il volto scolpito nella fissità, ieratico ma ripetitivo, quasi monotono. In essa non cè lumanità delluomo in carne ed ossa, non cè luomo che gioisce e soffre assieme ad altri uomini, immerso e impastato con la natura: fiumi, ruscelli, montagne, colline, alberi, paesaggi, animali. Si è scritto che Giotto non vi sarebbe stato se prima di lui non vi fosse stato Francesco. Così la penso anchio. Il Grande Pittore interpreta il respiro francescano e lo materializza sugli affreschi raffiguranti una religiosità non più astratta né claustrale, non più chiusa in un intimismo personale autosufficiente, distaccato dai drammi e dai rumori del vivere. Giotto invece fotografa il reale qual è, e quando egli timidamente tenta un rudimentale uso della prospettiva lo fa perché le persone si muovono in una realtà fatta di scorci, panoramiche, solarità e grigioscuri. Ma Umbria e la sua storia non sono soltanto Assisi e Francesco. Sono anche laicità, laicismo, clericalismo e anticlericalismo, sono divino e terreno mescolati, sono scontro tuttaltro che fraterno tra potenti clan familiari per appetiti territoriali o sete di potere, sono ideologie contrapposte sullesistere e sul vivere. La Rocca Paolina incarna a Perugia quellaltra Umbria ancorché labbia fatta costruire nel Cinquecento Paolo III. E la incarna per la sua presenza maestosa e incombente, dove scorgi la mano militaresca del Sangallo il Giovane, progettista di fortezze pressoché inespugnabili, tozze negli zoccoli del basamento, dal colore del tempo che scivola via impietoso. Non è una Rocca nel significato che ad essa di solito si attribuisce perché ospita una città medievale, una cittadella interrata che si percorre allinterno ma si vive come un esterno surreale. Lì dentro seguitarono le risse fra gli Oddi e i Baglioni e i Guidalotti, risse per così dire ereditate nel 1534 dal potere temporale della Chiesa che simpossessò di Perugia. La quale Chiesa, anziché attenuarle e smorzarle dallinterno delloligarchia cittadina, le rinfocolò nel tentativo di padroneggiarle, amministrando le terre umbre secondo logiche dinterventismo violento sul presupposto del "potere legittimo" da tutelare costi quel costi, anche quando il popolo insorgeva e si ribellava allingiustizia evidente. Accadde nel 1540 per lesoso aumento della tassa sul sale, accadde il 20 giugno del 1859 quando un reggimento pontificio ristabilì lordine a Perugia con il saccheggio e altro peggio, nonostante lesercito piemontese stesse bussando alle porte del capoluogo umbro. Le città come gli Stati hanno un dna per il quale le sopraffazioni subite e le ingiustizie commesse finiscono per stratificarsi, fare grumo, tramandarsi di generazione in generazione, diventare mentalità, costume e tradizione popolare. LUmbria è anche questo. Goethe nel suo viaggio in Italia si reca ad Assisi e visita meticolosamente il Tempio della Minerva ma snobba i luoghi francescani dove si respira preghiera, e quando in carrozza incontra una guardia pontificia che ce lha con il Papa, egli non se ne scandalizza. Lo scrittore tedesco e la guardia papalina hanno la stessa sensibilità, usano lo stesso metro laicista nel giudicare, nutrono la stessa avversione per un clericalismo che si difende con la "ragion di Stato". Certo, molta acqua è passata sotto i ponti della storia, Giovanni Paolo II invoca la pace verso il mondo arabo e i Suoi predecessori, a cavallo fra Primo e Secondo millennio, spediscono i crociati in Terra Santa per sconfiggere califfi e sultani. Certo, lUmbria doggi gode dun tenore di vita nemmeno paragonabile a quello del tempo che fu, la miseria nera non è di casa, lopulenza talvolta è addirittura sfacciata. Ma che a Perugia e in Umbria vi sia coralità dintenti nel governo della cosa pubblica, nei rapporti interfamiliari, fra e dentro le classi, non me la sentirei di giurarvi. Le "due Umbrie" esistono ancora, Assisi incarna la prima e Perugia la seconda, ma non mi meraviglierei se le contraddizioni tendessero a farsi meno frontali, le incomprensioni più dialoganti, e le diatribe caserecce si attenuassero nella consapevolezza di stare tutti sopra la stessa barca. Mi si porrebbe un problema, però. Come seguitare ad amare la mia terra visto che lamo tanto anche così comè, anche per le sue storiche contraddizioni?
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