L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 14 - 20 luglio 2003

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La trebbiatura

Quando si avvicinava il momento della trebbiatura ricordo che in casa era una grande festa. Si cominciava a percepire un eco di rumori, di trattori ed oggetti meccanici che venivano dalle aie dei vicini. Le donne, sotto la direzione di mammina Luisetta macellavano polli oche ed anche qualche pecora. Era proprio in questo periodo che in casa si poteva mangiare la carne, cosa. che in altri momenti dell'anno avveniva ben di rado. In inverno si facevano solo la colazione e la cena. ma in estate i pasti erano cinque ed a volte anche sei. Appena alzati c'era caffč e latte, poi la colazione con spezzatini e contorni di verdure, poi il pranzo con brodo e carne. Verso le cinque del pomeriggio una merenda con pane e affettati misti, e al calare del sole, una cena con pasta fatta in casa, arrosto, verdura ed anche qualche dolce. Mamma mia che festa! I pasti non si facevano dentro casa, ma sempre all'aperto, seduti ai bordi dei campi, sull'aia, all'ombra degli alberi, come se anche la natura fosse stata chiamata a partecipare di questa grande gioia.

La gente era tanta: parenti, vicini, amici e alla fine del lavoro c'era qualcuno un po' brillo, qualcuno che raccontava storie, qualcuno che faceva ridere, qualcuno che suonava una fisarmonica e tanti piedi scalzi che si muovevano come bambini dispettosi sull'aia, ancora gravida del calore del sole. Quando poi arrivava la trebbiatrice, cigolando sui sassi con le sue ruote metalliche, trainata dal rumoroso trattore, nel cortile della mia casa, tra la polvere e l'odore acre della nafta, si spandeva un'aria di felicitą che rendeva tutti allegri, grandi e bambini. L'aia era gremita di gente, donne ed uomini tutti con cappelli e fazzoletti in testa, e le camicie abbottonate fino al collo, per meglio ripararsi dal nugolo di polvere, che durante la sgranatura si alzava fastidioso nell'aria.

La macchina veniva piazzata in mezzo al cortile, le ruote bloccate con delle zeppe di legno, le lunghe cinghie grigie collegate alle pulegge e, una volta accesso il trattore, tutto cominciava a ruotare come in un ballo, al ritmo di un'invisibile orchestra. I sacchi di iuta si riempivano dell'oro dei chicchi di grano, alcuni uomini costruivano pagliai cui davano forma di pera, altri erano addetti a trasportare i sacchi di grano dalla trebbiatrice al magazzino, oppure verso il trattore del padrone. Le donne, forconi alla mano, spostavano le "gregne" fino all'imboccatura della macchina, e come in un magico gioco di squadra ognuno si adoperava al proprio lavoro, scherzando e parlando, come se quella fatica cocente sotto il sole, fosse un gioco da ragazzi.

Quando il grano era abbondante sembrava che i sacchi si riempissero pił velocemente, e una sirena, azionata dai macchinisti, annunciava festosa l'evento. Gli animi dei contadini diventavano allora ancora pił allegri, e si brindava con bicchieri di vino, inneggiando all'anno propizio.

Noi bambini servivamo in continuazione acqua e vino, e questo compito ci faceva sentire utili e partecipi ai lavori, alternando, nei momenti di pausa, qualche gioco improvvisato in mezzo alla paglia che rimaneva sul cortile. Dalla cucina uscivano i gustosi odori e i vapori delle vivande, che mammina Lui setta e una cuoca del paese, preparavano per i contadini. Nell'aria calda dell'estate era come presente una sostanza che stordiva, e sentivi un'eco ora lontana, ora vicina, che trasportava i profumi della cucina, il mormorio della gente, il rumore della trebbiatrice, e trasportava anche me, sorpresa e ammaliata da quel giorno di festa.

Poi i rumori si placavano, il buio lentamente prendeva possesso di ogni cosa. spariva la gente e l'aia sembrava come orfana, triste: la paglia emanava un profumo diverso da quello del giorno, come se fosse stanca, e la luce del sole diventava un ricordo ormai lontano, irraggiungibile. La festa finiva e la natura si riaddormentava, sognando un'altra estate.

Marcella Santini

 

Le calde estati di tanti anni fa

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