L'ECO del Serrasanta |
Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia
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La mietitura durava giorni e giorni, si lavorava anche di domenica, il "giorno del Signore", che in altre stagioni era invece dedicato alle preghiere e al riposo. I contadini si muovevano da un podere all'altro, aiutandosi vicendevolmente con il sorriso sulle labbra, ed era come se non mostrassero i segni del duro lavoro che pure stavano per intraprendere. Rivedo, come fosse ora, tante persone in fila, tagliare con la falce il grano, curve sotto il sole, come abbandonate sul mare d'oro delle spighe. C'era nell'aria un'allegria che non so come dire: chi cantava da una parte, chi scherzava dall'altra, e pareva che quel duro lavoro sotto il sole cocente dell'estate arrecasse felicità e non fatica. Alla fine della mietitura, in ogni podere, si faceva la "ben finita" che era chiamata anche "la quaglia". Al limite del campo di grano veniva nascosto un cesto che conteneva vino e dolci fatti in casa: questo era il premio per chi arriva primo al termine del campo e lo scopriva, ma la festa era per tutti, che tutti ne bevevano e ne mangiavano, con la stessa allegria e la stessa felicità. Cosi si chiudeva la prima festa della campagna appena mietuta. Dopo una quindicina di giorni, veniva il tempo della "carratura". Iniziava sotto i raggi della luna, verso le tre del mattino, per far sosta più tardi, durante le ore più calde della giornata. Noi bambini, in preda alla frenesia, ci svegliavamo ai primi rumori dei grandi, e partecipavamo ai lavori servendo acqua, vino e caffè per tutto il giorno. Il grano veniva deposto nelle tregge, trainate dalle vacche, e trasportato nell'aia dove si erigevano dei grandi pagliai. Questi erano costruiti con una abilità e una tecnica tramandate da generazione in generazione, e fatti in modo che la pioggia non potesse rovinare il grano ivi raccolto. Quando andavo a portare l'acqua e il vino per i contadini che lavoravano nei campi, seguivo la traccia che lasciavano le tregge, e in quella terra morbida e calda affondavo i miei piedi scalzi, ricavandone una grande sensazione di benessere, di tranquillità. Chissà ... forse sognavo il mare, la sabbia, che però, allora, non conoscevo, ne avevo mai visti. Dopo la "carratura" c'era un periodo di sosta, e in casa si faceva la raccolta della spiga. Era questo l'unico prodotto della terra di cui il padrone non pretendeva una parte, e, trebbiato per ultimo, andava le donne e ai bambini della famiglia. Anche noi piccoli partecipavamo alla raccolta, dividendo le spighe in tanti mazzi che mettevamo in grandi sacchi di iuta. Ho un ricordo particolare, di questo periodo, quando una notte d'estate, svegliandomi di soprassalto, vidi la mamma Elisabetta. insieme alle zie, uscire di casa. Volli per forza andare con loro e mi portarono nel campo di grano appena mietuto. La notte era illuminata da chiari raggi di luna che si riflettevano sui sparsi covoni di grano. Tutt'intomo si spandeva il canto dei grilli come di un'orchestra che avesse inteso rallegrare la notte ancora alta. Vedevo la mamma e le zie, che sembravano impaurite, tagliare con la falce le spighe legate ai covoni, radunarle in mazzi e infilarle dentro dei sacchi fino a riempirli tutti. Poi, nel silenzio più assoluto, tutti tornammo a casa, con la segreta intesa di non rivelare nulla di ciò che era stato fatto durante la notte. Forse, queste spighe, trafugate di notte, servivano per acquistare qualcosa per noi bambini: in casa c'era tanto poco, e un contadino, talvolta, era costretto a "rubare" il frutto del proprio sudore. Era durissimo lavorare sotto padroni che miravano esclusivamente al proprio profitto, noncuranti delle pessime condizioni in cui vivevano i "loro contadini", e tutto ciò ha contribuito a far nascere in me, fin da allora, sentimenti di giustizia e di uguaglianza che purtroppo non ho ancora visti realizzati. Ma questo è un altro discorso ... Marcella Santini
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Ricordo di quando i lavori dei campi erano una festa |