L'ECO del Serrasanta

Quindicinale culturale e sociale di Gualdo Tadino, Costacciaro, Fossato di Vico, Nocera Umbra, Scheggia, Sigillo, Valfabbrica - Provincia di Perugia - Italia

N. 4 - 23 febbraio 2003

TERRITORIO

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I diritti di servitù

di Giuseppe Pellegrini

Nell’economia silvopastorale, che in passato caratterizzava la maggior parte dei territori montani, un problema di vitale importanza è sempre stato quello del diritto all’uso dei boschi. In quasi tutte le zone montane appenniniche si è assistito alla nascita, in tempi remoti, di forme associative che regolavano lo sfruttamento dei boschi e dei pascoli, ritenuti patrimonio indivisibile e inalienabile delle comunità. Molte di tali forme di comunione patrimoniale sono tuttora perfettamente funzionanti e vitali come lo Statuto dell’Università degli Uomini Originari di Costacciaro e lo Statuto della Magnifica Comunità della Terra di Sigillo.

La gestione collettiva dei beni era imposta dalle caratteristiche stesse dell’economia montana: si poteva consentire che il limitato terreno seminativo fosse di proprietà privata, ma un eccessivo frazionamento dei boschi avrebbe causato il loro impoverimento, così come la parcellizzazione dei pascoli avrebbe portato alla distruzione e all’erosione di quelli maggiormente sfruttati. Tale metodo della gestione, inoltre, operava una sorta di livellamento economico, impedendo che vi fossero famiglie troppo povere perché sopravvivano.

Diversa era invece la situazione dove le comunità residenti non erano proprietarie dei terreni, e quindi dei loro mezzi di sussistenza. Nelle montagne italiane avvennero molti casi simili, dai boschi di proprietà della Repubblica Fiorentina o della Serenissima, preziosi serbatoi di legname per costruire, a quelli dei fiorenti ordini monastici, presenti in tutta la montagna che ora è oggetto del Parco Regionale del Monte Cucco. Nella nostra zona furono soprattutto i feudatari e i vescovi-conti a gestire gran parte dei terreni sino alla creazione del Castello di Sigillo (1274), che, di fatto, sancì il principio feudale. Era perciò di vitale importanza che la popolazione residente avesse una qualche forma di diritto d’uso al patrimonio costituito dai boschi, di solito rigidamente regolamentato per impedire abusi che portassero all’impoverimento della risorsa.

I diritti di uso civico comprendevano il legnatico, il macchiatico e il pascolo, mentre la caccia era usualmente riservata ai nobili, norma che portò ad un diffuso bracconaggio, inevitabilmente attivo nei periodi di carestia. I diritti di servitù di legnatico e pascolo nella "Magnificae Comunitatis Terrae Sigilli ", traggono le loro origini da uno Statuto del 1616, copiato e trascritto dal "vecchio Statuto e Generale Consiglio degli Uomini dell’Università e Comunità della Terra di Sigillo". (Lo statuto citato nella prima pagina del libro degli Statuti della Terra di Sigillo è del 1300 ed è conservato alla Biblioteca di Stato di Roma). Tali concessioni rimasero in vigore per oltre sei secoli, fino all’emanazione di nuove norme, più rispondenti alle mutate condizioni socioeconomiche, soprattutto dopo l’unità d’Italia, quando furono minuziosamente stabiliti ed individuati i confini territoriali, quantificando i diritti d’uso di boschi e di pascolo. Poiché molti usi erano esercitati collettivamente furono costituiti i Consorzi Vicinali; la Comunità Montana Alto Chiascio è un consorzio. Successivamente il Consorzio Obbligatorio del Parco del Monte Cucco che si estende su una superficie d’area protetta di 10.480 ettari, ha riunito i comuni di Scheggia e Pascelupo, Costacciaro, Sigillo e Fossato di Vico.

I nostri antenati, per mezzo di "Statuti e Ordinazioni e Constituzioni", hanno reso possibile la costituzione di questo Consorzio Obbligatorio di nome Parco del Monte Cucco, hanno custodito un patrimonio e lo hanno tramandato puro e incontaminato e noi figli, nipoti e pronipoti non siamo in grado di gestire turismo, pascolo, legnatico, ecc. Non nascondiamoci dietro "lusinghiere promesse", il Parco così come si presenta oggi non va, non è rispondente alle esigenze di nessuno, non produce ricchezza, anzi, è oggetto di competitività tra le diverse categorie d’utenti. Non produce ricchezza perché l’uso del legnatico non è praticato e intere piante, abbattute dalle bufere invernali o calamità naturali giacciono in terra senza essere sfruttate; interi boschi sono diventati impraticabili ed il loro accesso è un ricordo che appartiene al passato; i pascoli sono abbandonati, ora il bestiame è costretto a pascolare in ristrettissimi spazi, mentre, si dovrebbero rendere fruttiferi i pascoli più bassi, tutti quegli spazi alle pendici del Cucco che i "nostri antenati", chiamavano con l’appellativo di " falaschiare", che deriva da"falasco": erba da intreccio; i lupi hanno ripreso il possesso del loro territorio ed i cinghiali si spingono sino alle culture a fondo valle. Le poche strade praticabili sono percorse da cinghiali e l’ultimo incidente, vettura-cinghiale, risale la settimana scorsa. Si parla di istituire un "pedaggio", (tassa medievale dovuta dai pedoni per il transito in determinati luoghi), per accedere alla zona parco. La gente comune si chiede: "se tutti i colori delle emozioni è Umbria - se l’Umbria è arte, storia, natura, artigianato, folklore e gastronomia", i diritti di servitù inalienabili cosa sono? Verrà un giorno in cui diremo: il parco è stato un bene per la comunità; oppure dovremo continuare a dire: "Quando mai?" ...

 

Gli usi civili della montagna

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