L'ECO del Serrasanta |
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Cultura |
Avvicendamenti di sedi storiche e persistenza dei nomi di luoghi Prof. Ivo Picchiarelli Un caso storico emblematico di pendolarismo degli insediamenti tra il monte e il piano e di straordinaria forza di conservazione dei nomi dei luoghi è quello che riguarda i luoghi e i nomi di Tadino, SantAntonio della Rasina e Gualdo. Prima della "romanizzazione" dellUmbria, ultimata nel 223 a. C. con la costruzione della strada consolare Flaminia e con la sistemazione dei campi centuriati lungo strada, la Tadino umbra era posta in alto, sulle propaggini inerpicate della montagna appenninica sulle quali è arroccata anche lattuale Gualdo. Sono ancora oggi evidenti i resti dellinsediamento italico e delle estesissime opere di contenimento del suolo, dei ciglioni, che definivano i campi anchessi inerpicati fino alla sommità della montagna. La Tadino romana si estendeva, invece, lungo la via Flaminia allapice nord di un rettilineo che partendo da Gaifana costituiva il kardo maximus delle sistemazioni fondiarie centuriate realizzate nel fondovalle acquitrinoso bonificato con la costruzione della strada. Questa Tadino, però, era edificata, probabilmente, su di un preesistente insediamento etrusco di fondovalle e fluviale. Il segno di ciò è fornito dal toponimo che attualmente indica il luogo dove sorgeva la città romana: SantAntonio della Rasina. La vicenda, che ha due significativi corrispettivi in Campania, è, probabilmente, la seguente: ad un insediamento fluviale etrusco, di cui lattuale torrente Rasina conserva il nome, si sovrappose sul terreno lacustre bonificato la città viaria romana poi abbandonata nellalto medioevo con il venir meno del regolare drenaggio idraulico assicurato dalla manutenzione imperiale della via consolare. Il conseguente pantano ed incolto comportarono la risalita in alto, lungo la fascia pedemontana, sia degli insediamenti, sia degli appoderamenti e, quindi, della viabilità. Linerpicato insediamento medioevale di Gualdo, dal longobardo WALD, il bosco, nei pressi della Tadino umbra, sostituisce la scomparsa Tadino romana e in conseguenza di ciò il tratto della "nuova" via Flaminia si assesta sulla fascia pedemontana parallela alla strada romana di fondovalle. Nel mentre il luogo della città abbandonata riprende il nome etrusco, Rasina, preesistente alla edificazione del municipio viario romano, ma coniugato con SantAntonio, la "nuova" dedicazione medioevale, cristiana e pievale del luogo. Tanta è stata la forza inerziale di conservazione del nome etrusco ben radicato nella memoria collettiva. La stessa vicenda è occorsa, a seguito di eventi ancor più drammatici, alla città di Ercolano sommersa da una colata di fango causata dalleruzione del Vesuvio che, nel 79 d. C., distrusse anche Pompei ed Oplonti. Il nome di Ercolano, frutto della dedicazione ad Ercole, la città laveva ricevuto nel V secolo dai conquistatori sanniti ai quali era particolarmente santo il forzuto semidio con la clava in mano e la pelle leonina in spalla. Il nome sannita aveva, però, sostituito quello precedente della città facente parte della più meridionale delle dodecapoli etrusche il cui limite è ancora oggi evidenziato dai due siti campani di Cava dei Tirreni e Vallo dei Tirreni. Distrutta Ercolano e sepolta per secoli ogni sua traccia, laffollato insediamento che sorse in seguito sopra i dieci, venti metri di fango pietrificato, che ancora oggi attanagliano tanta parte della sottostante Ercolano, si chiama Resìna e, quindi, porta il nome etrusco della cittadina vesuviana preesistente alla conquista sannita e alla successiva edificazione romana ed imperiale. Tanta, anche in questo caso, è stata la forza del toponimo etrusco di fondazione da far chiamare con lantichissimo nome il paese ricostruito ex novo al di sopra della città sepolta. Parimenti, il nome della capitale della dodecapoli, Volturno, conquistata anchessa alla metà del V secolo dai sanniti che la chiamarono Capua, è sopravvissuto attraverso quello del fiume che bagnava la città e la fertile pianura bonificata e tanto ben messa a coltura dagli etruschi. Infatti, il "vero" nome di questi, quello che loro davano a sé stessi e non quelli (etruschi, toschi, tirreni) con cui altri popoli li chiamavano, era Rasenna (1). Un nome siffatto lo conserva, integro, un paesino alle falde di monte Cavallo sullAppennino umbro-marchigiano mentre esiste il paese di Rasna vicino San Sepolcro e quello di Rasiglia nei pressi di Foligno. Non lontano da Perugia, lungo il Tevere cè Resina con la e al posto della a di Rasina grazie alla sostituzione fonetica, caratteristica del dialetto perugino ed altotiberino, per cui il cane si dice il chene. Il toponimo Rasina è diffuso in tutta la Penisola anche in luoghi molto al di fuori dei confini riconosciuti dellEtruria storica. Con questo nome è chiamata anche una varietà di fagioli piccoli e bianchi con "locchio di pernice", produzione tradizionale lungo le coste del Trasimeno, il lago di Perugia e non a caso i perugini erano chiamati "mangia fagioli" dai folignati. "Rasina" si chiama anche la varietà degli ulivi che in Veneto ammantano i colli Euganei. Sono segni questi dellegemonia e della profonda penetrazione culturale realizzate dagli etruschi in età arcaica, tra il VII e il V secolo a. C., dalle Alpi allItalia meridionale. Ancora oggi, nella piana del Volturno, su tanti filari di pioppi sono arrampicate le viti secondo uno schema di alberata "a palo vivo" che si deve proprio agli etruschi. Ad essi, infatti, risale la tradizione, praticata fino allaltro ieri, di maritare la vite con la bianchella, il testucchio, loppio, ovvero lacero campestre e lolmo. Era la piantata della vite maritata chiamata "virgiliana", perché descritta nelle Georgiche dal mantovano Virgilio ed, altrimenti, "etrusco-celtica" perché tipica in Campania, Toscana, Umbria, Marche ma anche in vaste aree della pianura padana già popolata dagli etruschi e poi dai galli. La presenza di toponimi, in sedi storiche decisamente italiche, come Rasenna di monte Cavallo, Rasiglia di Foligno e SantAntonio della Rasina di Gualdo è spiegabile con lincunearsi di piccole ma compatte colonie in mezzo ad altre popolazioni per svolgere attività, come quelle metallurgiche, vascolari o commerciali, in cui gli etruschi eccellevano. Infatti, la loro presenza in Valnerina, cioè nel territorio degli italici Naarti, dove si trova Rasenna, Arrone della gens Arruntia e dalla quale provengono i bronzi di valle Fuino e il carro di Monteleone di Spoleto, è legata alla diffusa presenza di minerali ferrosi. Proprio le miniere di Monteleone, dalletà antica fino allottocento, sono state, senza soluzione di continuità, un notevole centro di estrazione e di lavorazione del ferro. In Valnerina sono state elaborate e raffinate anche le tradizioni e le abilità metallurgiche confluite dopo lunità dItalia nelledificazione del moderno complesso siderurgico e militare di Terni o rimaste in vita fino ad oggi nella lavorazione artigianale delle raspe e delle lime a Villamagina di Sellano. Le vie di penetrazione degli etruschi nel territorio della Penisola sono state senza dubbio i corsi dacqua. Anche di ciò è spia lidronimia, fluviale, lacustre e marina, dellItalia centrale e settentrionale: dal lago di Garda, il lydiae lacus undae, il "lago dallonda lidia" cioè etrusca di Catullo (2), sulle cui rive sorge Toscolano, al mare nominato come il loro duce, Tirreno, al lago che porta il nome del figlio Trasimeno, fino al fiume Volturno che conserva lantico nome di Capua mutuato da quello di una delle massime divinità, Vertumnus. Dal fiume Lambro, che passa per Milano vicina alletrusca Melpum, al Sambro, vicino a Bologna cioè Felsina, dallArno di Firenze e Pisa al Tevere di Città di Castello, ovvero Tifernum, Perugia, Orvieto, lantica Vulsinii, e Roma, i nomi dei fiumi dItalia in massima parte sono etruschi molto al di là dei confini delle circoscritte aree dellEtruria storica. Anche a tal proposito è esemplare la situazione della toponomastica umbra la cui idronimia, in particolare nella valle umbra, è etrusca: Trasimeno, Tevere, Tebro, Teverone, Clitunno, Topino-Supulnas, Menotre, Chiascio, Tescio, Sambro, Chiona, Timia da Tinia il Giove etrusco, Turano, da Turan ovvero Venere, Arna e Lidarno ovvero Litus Arni il porto sullarnus che come tiberis o tifernus è nome generico di fiume, e, infine, Rasina. Al contrario loronimia limitrofa e appenninica è quasi totalmente italica con i nomi dei monti: Acuto, Cologna, Pale, Martano, Martello, Faeto, Cavallo, Bove, Porche, Civita, Civitella, Ocra, Ocrillo, Grillo, Orve, Orvello Orvecchio, Trella, Trebbio, Tribbio, Maggio, Primo, Igno, Fema, Mola, Morro, Luco, Alago, Pennino, Puro, Purano, Purella. Si incrocia e si intesse così, leggibile attraverso la toponomastica, la presenza degli etruschi e della cultura che viene dal mare, penetrata attraverso i fiumi e i fondovalle, con quella italica, indoeuropea e continentale arroccata sulle sommità montane. Gli ulivi e i cipressi, alberi del Mediterraneo, (il paese di Compresseto non è lontanissimo dal torrente Rasina), da un lato, e le querce, già sacre a Giove Padre, sparse nei campi e sulle aie dallaltro (i Cerqueto e Cerreto che numerosi costellano le campagne umbre) stanno ancora oggi ad indicare i cardini diversi che concorrono a fondare il paesaggio millenario dellUmbria. Parimenti i nomi Tadino, Rasina e Gualdo, mostrano il pendolarismo che ha interessato insediamenti, campi e strade avvenuto attraverso i secoli dal monte al piano e viceversa I nomi i resti archeologici e gli edifici evidenziano la coincidenza, nei fondovalle a vocazione lacustre, tra le sedi delle palafitte preistoriche, le aree delle bonificate etrusco-romane e lo sviluppo edilizio moderno e, nei siti inerpicati sui monti e i colli, tra castellieri italici protostorici e medioevali castelli longobardi. Questi tre toponimi sono altrettante spie di umbri, etruschi e longobardi. Concorrono a salvarne la memoria, a guidare la ricostruzione degli eventi e a fornire una chiave per la lettura dei segni con cui è stato scritto e riscritto tante volte il volto di un territorio dal millenario spessore storico. (1) Dionigi di
Alicarnasso I, 30,3 (2) Valerio Catullo, c.
31, v. 13
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