L'ECO di Sigillo |
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Vecchie professioni: il caldararo
Il ricordo più tenace, più forte, più penetrante non è quello delle parole, ma quasi sempre quello dei suoni, degli odori, delle immagini. Così pure per i profumi, gli odori che in modo indissociabile ci legano a persone, a situazioni che annodano insieme i ricordi della nostra vita trascorsa. Ma le immagini che ci restituiscono una visione del passato ci aiutano nella ricerca del tempo perduto. I nostri sensi sembrano essere la vera macchina del tempo, avere cioè il potere di riportarci indietro vincendo le nostre resistenze razionali; lì dove il meccanismo sembra aver luogo nella regione recondita dell'istinto, la vista sembra accompagnarci in una ricostruzione più pacata, meno sensitiva del nostro passato, ma il ricordo evocativo resta grande e prende il via il nostro modesto viaggio nei mestieri del passato per la ricostruzione del "sapere e del fare", ed ecco che i profumi, gli odori, le immagini ci portano la figura del "caldararo". La lavorazione del rame giunse in Italia ad opera di comunità della Persia e dell'India, che, giunte in schiavitù, sono rimaste anche in seguito ai margini della società adattandosi a piccoli lavori manuali come ''intrecciare il vimini e lavorare il rame ''. La produzione di recipienti in rame è quindi una lavorazione tradizionale tramandata attraverso i secoli. La produzione di questi oggetti, destinati per la maggior parte all'uso interno di una comunità, talvolta, quando sono particolarmente curati, sono messi in vendita nei mercatini rionali o fanno "bella mostra" nei negozi di merce pregiata. Il rame è acquistato dal caldararo in lastre di misure diverse a seconda della lavorazione. Anticamente, a Villa Scirca c'era il Maglio per la lavorazione e preparazione del rame, situato lungo il fiume Scirca, alle pendici del Monte Cucco. Le pentole, i caldari, le brocche, gli scaldini, lo scaldaletto, e tutti gli altri recipienti sono fabbricati partendo da una lastra di rame opportunamente tagliata con le forbici. Una volta tagliata, la lastra viene chiusa a cilindro e mantenuta tramite rudimentali graffe in fili di ferro fino a che non viene incernierata con lo stagno, quindi martellata sull'incudine con perizia per darle la curvatura necessaria ed infine, con un abile lavoro di sbalzo, rifinita con motivi ornamentali mediante bulini e speciali martelletti. Poggiando sull'incudine e servendosi del martello, il caldararo modella il cilindro di rame per farne il recipiente ordinato, procede alla modellatura e al termine passa a motivi ornamentali ottenuti con uso del martello e del bulino, poi prepara il bordo inferiore con le forbici e vi applica il fondo. Mentre quello che costituirà il bordo superiore del recipiente viene ripiegato su se stesso perché non sia tagliente, il bordo inferiore viene ribattuto per saldarvi il fondo.. Infine si procede alla lucidatura: se l'uso sarà domestico, il recipiente viene pulito con il solo sale o aceto bollente; per altri usi viene adoperata vernice trasparente spray che isoli dall'aria. Per la lavorazione dei caldari o delle brocche o altri simili oggetti, il caldararo, unisce al rame, per ornamento e per sostegno, ottone, ferro e si serve della saldatura a stagno per tali scopi. Allorché si usavano le pentole di rame la gente, per stagnarle, ricorreva a Giancarlo de Pallotta, che lavorava in un locale affumicato sul "pratello", la porta sempre spalancata, poiché dalla finestra non entrava luce a sufficienza. Giancarlo, era facile riconoscerlo per il passo strascicato e la tuta di saia blu che indossava sia d'estate che d'inverno. In primavera andava a battere le pentole sull'angolo dei giardinetti ed i passanti non si lasciavano scappare l'insolito spettacolo, gli facevano cerchio e incantati osservavano il "battito regolare del martello unito al fischiettare o al parlare mentre lavorava. Fu così che fu chiamato "ciarletta". La sua era un'impresa a conduzione familiare, ricordata non solo nei luoghi d'origine, le Marche, ma in tutti i posti in cui Amedeo Pallotta padre, e dopo i suoi figli Valeriano e Giarcarlo hanno messo piede per partecipare alle "fiere" allora numerose e ricche di artigiani. Nei giorni che precedevano la fiera Amedeo ordinava di lucidare tutto il materiale da esporre, allora, dalla mattina alla sera, era un continuo sfacchinare per rendere lucidissimi quei gioielli usciti dal battito del martello, lavorati al bulino con tanta grazia da fare invidia. Il caldararo è un mestiere non molto diffuso, alquanto insolito ed oggi del tutto scomparso, l'ultimo rimasto in attività, per amore del proprio mestiere è Giancarlo Pallotta, un artigiano, un artista, un talento nel suo campo; negli ultimi anni, ha partecipato a numerose manifestazioni a carattere artigianale "arti e mestieri di un tempo" aggiudicandosi il primo premio alle Gaiche di Umbertide, ai Mestieri di un tempo a Fossato di Vico, insomma, Giancarlo, nel suo genere, è un talento, potremmo definirlo: "un talento nato per la lavorazione del rame".
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