L'ECO del Serrasanta |
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Carità e clandestinità di Giuseppe Pellegrini "Al di sopra di tutto vi sia la carità". E' un insegnamento estremamente chiaro per chi ha fatto la scelta del servizio a tutto campo, anche nel momento in cui la coscienza entra in conflitto con situazioni in cui la stessa legislazione percorre itinerari non sempre accettabili. Scusate, ma io sono un prete, che, consapevole che non bisogna disobbedire alle leggi, ha deciso di obbedire al Vangelo, facendo delle proprie scelte di carità un'occasione di speranza per quanti non hanno altra speranza se non quella di bussare alla porta, stranamente sempre aperta, della Chiesa". (Don Cesare Lodeserto, direttore del Centro accoglienza Regina Pacis di Lecce - apparso su Famiglia Cristiana n.35/2002 - pag. 5). Viviamo un momento della nostra storia epocale, in cui siamo presi d'assalto da milioni di persone in cerca di una giusta collocazione nel mondo; ma viviamo anche un difficile momento della nostra civiltà dove il mescolarsi di diverse culture porta a gesti disperati. Le parole di Don Cesare toccano il cuore d'ogni individuo, d'ogni persona che intende definirsi con questo nome, ma, come ogni medaglia c'è sempre un rovescio, ed il "verso" della medaglia, nella nostra bellissima Italia si chiama: "disoccupazione giovanile, anziani, senza tetto, ospedali, aiuto a persone disabili, tossicodipendenza, persone alle prese con malattie mentali". E' chiaro che Nostro Signore nel Santo Vangelo ha parlato di "ogni persona del mondo, senza colore e distinzione di razza". Inoltre è ben chiaro che nessun cristiano debba sentirsi con la coscienza tranquilla soltanto perché dona alla Chiesa cattolica l'otto per mille della dichiarazione dei redditi. Ma questo Famiglia Cristiana, settimanale d'attualità informazione e cultura, nel nome della vicinanza alle famiglie, nella sofferenza, sembra iscritto alla "sinistra italiana", con tutto il rispetto per ogni ideale e soprattutto con gran rispetto per chi ancora crede "nella pace tra i popoli". Nella mia "dolcissima ignoranza, leggo; "I senzatetto: un pericolo da condannare". Tra il secolo XIV e XVI, nelle città d'Europa un quinto della popolazione è costituito da indigenti, ma Chiesa e governi fanno sottili e precisi distinguo". A Roma non si vedono che mendicanti e sono così numerosi che è impossibile camminare nelle strade. Da Pio IV in poi cominciò una lotta radicale contro la mendicità ed il vagabondaggio e vari furono i bandi emanati per debellarli. Nel 1561 fu nominato un Commissario con l'incarico, tra le varie cose, di togliere di mezzo i vagabondi; egli doveva predisporre affinché questi, assieme ad altre persone che vivevano nella "Città Santa" senza recapito, si trovassero nella Chiesa della Rotonda e, qui raccolti, fossero tutti espulsi da Roma e dallo Stato, se non s'impegnassero a trovare un lavoro. Nel 1563 un altro bando colpi i senza dimora e coloro che impedivano il vettovagliamento della Città. Un terzo bando del Governatore di Roma del 1566 ordinava ai vagabondi di presentarsi in Piazza del Popolo per assoggettarsi all 'allontanamento dall'Urbe. Sisto V, nel 1587, riprese da Gregorio XIII l'idea di una reclusione generalizzata dei poveri all'interno di un ghetto, dopo aver condannato, con la bolla "Quamvis Infirma", la vita condotta dai vagabondi e i mendicanti che popolavano le vie di Roma. Ogni mendicante doveva subire "un giudizio" in tribunale per ottenere l'autorizzazione a mendicare. Tale autorizzazione consisteva in un distintivo cucito sulla spalla sinistra del mendicante e in una bolla stampata che aveva valore di "Nulla Osta". Leggendo queste pagine di storia della Chiesa si può comprendere benissimo il disegno di Legge Bossi-Fini e di come i nostri governanti conoscano la Storia a menadito. Una considerazione: "I Bandi emanati dalla Santa Sede avevano il potere di toglierti la vita; mentre la Legge Bossi-Fini ha soltanto quello dell'espulsione".
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