L'ECO del Serrasanta

 

N. 17 - 8 settembre 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Cultura

 

La figura di Nicolò Morone

 

Giurista e uomo politico del rinascimento gualdese

 


Il periodo rinascimentale, sull’onda del fervore intellettuale ed artistico di cui era pervasa tutta la penisola italica, vide anche a Gualdo il proliferare di artisti, letterati, medici, giuristi: tra questi ultimi una particolare menzione merita il giureconsulto Nicolò Morone il quale, benché meno celebre del suo concittadino e contemporaneo Giandiletto Durante, si distinse esercitando l’attività di "avvocato", ricoprendo importanti cariche pubbliche entro e fuori i confini della città e arrivando persino a pubblicare un trattato che potremmo definire di diritto internazionale intitolato "De fide treuga et pace".

Il fatto stesso che il suo ritratto sia stato dipinto da Clodoviro Menichetti nella sala consiliare del Comune assieme a uomini illustri quali Giandiletto Durante, Matteo da Gualdo, Castore Durante, Andrea di Pietro di Gionta dei Benzi rafforza l’opinione che questo personaggio abbia avuto indiscussi meriti et fama et notorietà di cui vorremmo in qualche modo trovare giustificazione attraverso un breve excursus della sua vita e della sua opera anche se non sono molte le notizie in merito da noi possedute: per quanto riguarda l’anno di nascita, ad esempio, non sappiamo nulla e possiamo solo ipotizzare che questa sia avvenuta intorno al 1515/20 come pure una mera supposizione è quella che abbia conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’Ateneo Perugino intorno al 1540 dove tra l’altro erano soliti addottorarsi i giovani gualdesi.

Forte dunque degli studi fatti il Morone incominciò a partecipare alla vita politica ed amministrativa della sua città natale ricoprendo importanti cariche pubbliche quali, in particolare, quella di gonfaloniere e quella di "avvocato del comune" come testimoniano le numerose arringhe conservate nei Libri Consiliari dell’Archivio Storico Comunale.

La "Storia civile ed ecclesiastica ..." di Ruggero Guerrieri ci narra alcuni episodi che videro protagonista il nostro personaggio il primo dei quali è datato 1549. In quell’anno lo ritroviamo impegnato assieme a Giandiletto Durante, al notaio Simone Scampa, al notaio Ser Prospero di Piero Muscelli e ad un certo Durantino di Giovan Francesco, quale rappresentante e patrocinatore dei gualdesi nella vertenza con i fabrianesi in merito alla definizione dei confini territoriali sulla montagna: vertenza che si trascinava da anni senza approdare ad una soluzione definita e definitiva. In proposito i gualdesi rivendicavano, non solo il possesso del versante occidentale dell’Appennino, ma anche della parte orientale fino ai villaggi di Cacciano, Serradica, Campodonico e Belvedere. I fabrianesi, dal canto loro, non erano assolutamente intenzionati a cedere il controllo di quella parte della montagna caratterizzata da boschi e pascoli di fondamentale importanza nell’economia prevalentemente agricola del tempo. E la controversia non ebbe certo fine in quella circostanza se è vero che, come apprendiamo dallo stesso Ruggero Guerrieri, ben 20 anni dopo, nei giorni 16, 17 e 18 luglio 1575, Nicolò Morone si trovò nuovamente investito della questione dal Comune congiuntamente a Romolo Vittori e Cornelio Muscelli, con il difficile compito di stipulare un patto stabile e duraturo nel tempo con i rappresentanti di Fabriano; ed in tale circostanza si recarono tutti assieme sulla montagna della discordia per tracciare di comune accordo le linee di confine del cosiddetto "Abutinato".

Il secondo episodio vede protagonista il nostro personaggio nella prima metà del 1578, quando venne nominato ambasciatore del Comune e incaricato di recarsi a Roma presso la sede pontificia per chiedere umilmente al papa di astenersi dal nominare altri cardinali legati a vita essendo appena morto il cardinale Madruzzi. Era desiderio dei gualdesi, infatti, esser governati da un legato apostolico con un mandato temporaneo piuttosto che vitalizio, ma tale speranza andò presto delusa in quanto nel frattempo era già stato designato nuovo legato perpetuo il cardinale Carlo d’Angennes dei signori di Rambouillet. I gualdesi a questo punto, temendo di ingenerare le antipatie del nuovo governatore si affrettarono ad informare il Morone della nuova "electio" invitandolo, piuttosto, a baciar le mani del cardinale in segno di rispetto e di sottomissione.

Dirimere controversie politico-territoriali era una delle attività principali del nostro "advocatus" il quale negli anni 1567 e 1568 si trovò a trattarne una di particolare gravità. I gualdesi si contendevano con l’abate di Santa Maria di Valdiponte o Montelabate il possesso del Castello di Caprara: disputa che si era talmente inasprita da dover indurre il Comune di Gualdo ad affidare ai giureconsulti Niccolò Morone e Giovanni Battista Spinola l’incarico di istruire presso la Santa Sede in Roma un regolare procedimento giudiziario per tutelarne i diritti su quelle terre. La lite si concluse alla morte del cardinale legato Carlo d’Angennes di Rambouillet avvenuta a Corneto nel 1587. Fu allora che la legazìa autonoma di Gualdo cessò di esistere, inglobata in quella di Perugia. Ma tale perdita fu compensata da un rafforzamento della giurisdizione territoriale di Gualdo la quale venne estesa anche al Castello di Caprara: e con atto solenne, rogato il 27 settembre 1589 per mano del notaio Tarquinio Calai, si sanciva definitivamente il ritorno del conteso castello sotto la giurisdizione di Gualdo quale parte integrante del suo territorio.

La fama e la notorietà di cui godette all’epoca Nicolò Morone gli permisero di ricoprire anche importanti cariche pubbliche fuori della sua città natale. Nel 1557 venne chiamato al governo di Matelica in qualità di luogotenente degli Ottoni, signori della città, dimostrando nella circostanza le sue notevoli doti di uomo di legge.Qualche tempo dopo rivestì la funzione di Uditore di Rota in Perugia e di-poi in Firenze durante il pontificato di Gregorio XIII. Non conosciamo con esattezza l’anno della sua morte ma pare che nel 1591 fosse ancora in vita.

Quanto al trattato "De fide treuga et pace" le uniche notizie in mio possesso sono quelle riportate dal Guerrieri nella sua "Storia civile ed ecclesiastica del Comune di Gualdo Tadino" dove ci informa di avere personalmente rinvenuto due edizioni dell’opera stampate entrambe a Venezia: la prima è del 1570, mentre la seconda è del 1574. Egli ci dice anche che il testo fu pubblicato, con aggiunte ed integrazioni, nel Tomo XI, parte I del "Tractatus illustrium in utroque tum pontificii tum cesarei iuris facultate iurisconsultorum etc.", edito a Venezia nel 1584. Ma non sappiamo altro. L’unica cosa certa è che il libro, perlomeno a Gualdo Tadino sia ormai introvabile. Stando a quanto riferito da fonti più che attendibili, una copia del trattato fu esposta diversi anni fa presso la Chiesa-Pinacoteca di San Francesco in occasione di una interessante mostra avente ad oggetto preziose "cinquecentine" ed altri rari testi di nostri emeriti concittadini; nella circostanza una parte dei libri, tra cui anche il "De fide", venne data in prestito dalla Biblioteca "Augusta" di Perugia.

Sarebbe interessante riuscire a completare la dissertazione con uno studio approfondito del trattato e riscoprire i contenuti di un opera che potrebbe rivelarsi di grande attualità, soprattutto alla luce di quelle significative parole contenute nel titolo: parole quali fiducia nella tregua e nella pace che a tutt’oggi appaiono quasi fantomatiche chimere in un mondo dove i rapporti tra stati sono pressoché condizionati dalla potenza delle armi e dalla forza degli eserciti.

Fabio Talamelli

 

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