L'ECO del Serrasanta |
|
Cultura |
AI TEMPI DI MUSOPISTO" (cap. V°) La congiura I ragazzi gualdesi giocano per le strade simulando le guerre autentiche Quinta puntata della storia romanzata di Romano Maurizi Ma ora è tempo di ritornare a noialtri ragazzacci. Maledizione! - aveva ruggito il bellicoso Peppone, rimirando dall'alto dal Soprammuro l'infausta cima del Monticello, quando la famosa birignoccola, procuratagli in testa dai Capezzanti, si fu cominciata a ritirare. - E pensare che noi, proprio noi, solamente noi, siamo stati battuti! ... Ma, aggiunse digrignando, - non è ancora finita! ... Sì, ragazzi! Vendetta! tremenda vendetta! ... Giuriam, giuram sul brando ... - o morte, o libertà! ... - Da allora, il nostro rione parve convertirsi in un sobborgo di Cartagine. Dovunque era un febbrile fabbricare di armi. Ogni casa diventò un arsenale, ogni stanza unofficina, ogni soffitta una miniera, ogni cantina una cava, ogni cortile una piazza darme. Elmi di carta e corazze di cartone, fucili di canna e cannoni di sambuco, scudi di latta, e lance, e spade, schinieri e gambali, picche e alabarde, coltellacci e pugnali, tromboni, pistole, mazze e scimitarre, carabine e colubrine, archi e turcassi , obici e mortai , bombe e petardi, ferri da punta e da taglio, da offesa e da difesa, spunzoni, partigiane, giachi, morioni, uncini e ronconi, e criss avvelenati, e tomahaw, e cerbottane e bumerangs ... tutte le diavolerie, insomma, che gli uomini di ogni razza e di ogni colore, sia civili che selvaggi, dai tempi dell'età della pietra ai giorni nostri, hanno saputo inventate per trucidarsi, vi erano rappresentate. Fu allora, credo, che s'inventarono quelle forcine con l'elastico, di cui si servono tuttora i monellacci d'ogni contrada, per correre il pericolo di accecare la gente. Allora, che sinventarono quelle scatolette di latta, le quali, capovo1te su d'un pezzetto di carburo bagnato si facevano esplodere con un fiammifero, con gran fracasso. Preparato così questo po po di roba, noi pensammo subito di profittarne, facendo una grande dimostrazione in forza sul Monticello, in faccia alla Capezza, per intimorire e impressionare i Capezzanti. Ma l'aria era fredda. Tirava in quei giorni un vento ladro, che si portava via le persone. Andar sul Monticello era difficile ed anche inutile, perché dal Soprammuro non vi si vedeva mai nessuno. Allora, alcuni più discoli di noi ci radunammo in una vecchia rimessa; e lì, nascostici in una specie di diligenza, a sportelli chiusi e con le tendine abbassate, nella penombra e al bel calduccio, decidemmo di fare una congiura. Il general Peppone ci convocò, e, non appena gli fummo con gli occhi coi nasi e coi musi tutti inorno, ci lanciò queste misteriose parole: - Vi ricordate di Giulio Cesare? - Giulio Cesare?! ... E chi se ne ricordava? Le nostre cognizioni storiche, tutt'al più, si limitavano a Muzio Scevola e ad Orazio Coclite, agli Orazi e Curiazi, alla vergine Clelia che passava coraggiosamente il Tevere a nuoto, a Coriolano che diceva: " Madre, tu salvi Roma ma perdi il figlio!" a Cornelia che esclamava: "Ecco i miei gioielli!" a Giunio Bruto che condannava a morte i suoi figlioli, e a Cincinnato con laratro. Tutto il resto s'insegnava poco. Le prodigiose gesta dei nostri antichi padri si raccontavano, come se fossero leggendarie favole appartenenti ad altri popoli e ad a1tre razze. Di Giulio Cesare, si parlava come d'un temerario ambizioso che aveva perfidamente uccisa la Repubblica. Degli altri Imperatori, dopo Augusto, niente. Nelle piccole e brutte storie di quei tempi, quasi quasi ci si dava ad intendere che gl'Imperatori romani fossero stati tutti una massa di canaglie, di mostri e di sanguinari. Il più popolare era Nerone. Avete capito? Un Impero che durò cinquecento anni, che lasciò tracce incancellabili su mezza la terra, e che incivilì il mondo, farlo apparire come governato, agli occhi di noi stessi che ne siamo i discendenti, da pazzi, da delinquenti e da un popolo occupato soltanto a tracannare, a divertirsi e ad ammazzare Cristiani! ... Meno male, che adesso le opinioni cominciano a cambiare. - Giulio Cesare - rivelò a noi Peppone, che leggeva nei libri di suo padre - è l'uomo più grande che sia mai apparso sulla faccia di tutta la terra. Dovete sapere che conquistò la Francia, il Belgio e una parte dell'Olanda, e avrebbe anche conquistato la Germania, l'Inghilterra e tutto quanto, se non fossero stati i suoi nemici di Roma. Costoro, non solo gli volevano togliere il comando, ma siccome egli non obbedì, lo dichiararono nemico della Patria. - E chi erano codesti nemici? - I soliti invidiosi! - si accontentò di dire il Generale. - E sapete allora che fece Giulio Cesare? - No. - Marciò su Roma. Pompeo, che era il suo principale nemico, scappò in bassa Italia, e s'imbarcò nel mare. Sapete, allora che fece Giulio Cesare? - No. - Siccome non aveva navi per inseguirlo, sapete che disse? - Che disse? - Pompeo aveva lasciato il suo esercito in Spagna. Allora Giulio Cesare tornò indietro, e disse: " Andiamo prima a battere un esercito senza capitano, e poi abbatteremo un Capitano senza l'esercito!" - Ebbene! ... E che centriamo noialtri con l'esercito e con Pompeo? - C'entriamo! - fece Peperone, a bassa voce. - - Noi, amici miei, agiremo esattamente come insegna il grande Cesare; però, incominciando alla rovescia. Noi abbatteremo prima Straccaganasse senza i Capezzanti, e poi finiremo i Capezzanti senza Straccaganasse. - Perdindirindina! - esclamammo noialtri sorpresi alla grande sapienza del Generale. - Ma chi l'abbatterà?" - Chi? - Straccaganasse. Allora Peppone si pulì gli occhiali, e con certo suo tono disse: - Ci penso io!
|